Platts, ovvero quell’incomprimibile bisogno di nuovo petrolio — di Angelo Spena

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Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, da Angelo Spena.

Non l’ho mai pubblicato ma, da quando per la prima volta lo presentai – in Cina al Politecnico di Harbin nell’ottobre del 2006 – lo aggiorno ogni anno con l’aiuto dei dottorandi che lo tengono d’occhio nei miei corsi universitari e di master. E’ l’andamento comparato del prezzo del petrolio, medio tra i grezzi di riferimento di area geografica (WTI, Dubai e Brent), e dell’importo cumulativo degli investimenti per ricerca ed estrazione di petrolio nel mondo. Anno per anno, dal 1979, in dollari 2010.

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Le fonti delle due famiglie di dati sono pressoché le medesime, IFP, BP e altre. Il risultato? Eloquente. Con il ritardo appena di un anno, sulla scorta dell’esercizio pregresso la spesa per ricerca e prospezioni segue le sorti del giro d’affari. Se il business va, si reinveste una parte del mol (o ebitda che dir si voglia) in nuovo petrolio (e le statistiche dicono che chi cerca trova). Se il prezzo scende, calano i profitti e si tagliano gli investimenti. Artificio contabile? Inaffidabilità delle fonti? Volatilità dei dati? Sono trend più che trentennali: dunque, da prendere sul serio: lo scenario petrolifero è reso stabile e duraturo dai prezzi alti, non dai prezzi bassi. Tanto per intenderci: automobilisti e petrolieri hanno non solo interessi, ma anche percezioni e preoccupazioni contrapposte.

Tuttavia da qualche tempo mi andavo interrogando su quella provvida ultima impennata storica del grezzo nell’estate del 2008, poche settimane prima del crollo di Lehman Brothers che avrebbe insieme disvelato al mondo e ufficialmente aperto la crisi economica più lunga degli ultimi cent’anni. Una crescita esponenziale del prezzo del petrolio iniziata nel 2005 e culminata parallelamente a quella dei mutui subprime. Quasi che a inizio 2008 gli insider allarmati intendessero premunirsi accumulando le risorse che sarebbero, in previsione dell’incombente calo non solo dei prezzi, ma anche della domanda, a lungo mancate. Se così fosse, non sarebbe la curva nera (gli investimenti) a seguire passivamente sic et simpliciter la curva blu (il prezzo del petrolio): ma sarebbe la blu a essere condizionata – oltre che dai noti fattori, certo – anche dalle oggettive esigenze cumulative a medio termine di quella nera. Possibile?

Poi la settimana scorsa arriva la notizia che la Commissione europea ha aperto un’indagine presso Shell, BP, Statoil, che mira ad accertare “pratiche concertate” ed eventuale “abuso di posizione dominante” nelle modalità (Moc, Markets on Close) con cui dal 2002 Platts, la maggiore agenzia mondiale di price reporting del petrolio e delle commodities, determina ogni giorno i benchmark utilizzati come riferimento per i prezzi di circa il 70% degli scambi mondiali dei derivati del petrolio, in primis dei carburanti.

Da più prospettive, a pensar male si fa peccato? Il buon divo Giulio sta verificando proprio in questi giorni. Chissà se lassù gliel’hanno perdonato. Noi, qui, approfittiamo del libero arbitrio e continuiamo a interrogarci …

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