6
Mag
2013

Produttori di pannelli vs sole: lotta all’ultimo dazio

La Commissione Europea sembra intenzionata a proporre dazi antidumping provvisori del 50% (in media) sulle importazioni di pannelli solari cinesi, finalizzati a proteggere la produzione europea.

Non è questa una novità: in Italia, per esempio, già due anni fa nel decreto sulle rinnovabili si leggeva che sarebbe stato premiato chi avrebbe installato i pannelli di tecnologia italiana o europea, anziché cinesi, con un 10% di aumento per l’incentivo. Null’altro erano, tali premi agli incentivi, che equivalenti ai dazi sulle importazioni cinesi.

All’epoca, Carlo Stagnaro, con l’aiuto del saggio Frédéric Bastiat, in particolare del testo la  “Petizione dei fabbricanti di candele” (contro la “concorrenza sleale” del sole), spiegò efficacemente perché tale politica sarebbe fallimentare ad abbattere le emissioni di CO2, considerate responsabili del riscaldamento del pianeta e, nello stesso tempo, a contenere il costo degli incentivi. Per evitare che i costi gravassero eccessivamente sui consumatori, si cercava di incentivare l’utilizzo dei pannelli più economici, a parità di efficacia degli stessi. Poiché, però, i più convenienti erano i pannelli cinesi, veniva incentivato chi installava quelli italiani, rendendo loro meno costosa la scelta di tali pannelli (appunto, aumentando l’incentivo) e, quindi, rendendoli più competitivi con i concorrenti cinesi. Tuttavia questa maggior competitività non era raggiunta in virtù di una capacità dei produttori nostrani di contenere i costi, ma grazie a una politica protezionistica con cui si spostavano gli oneri dai produttori di pannelli ai consumatori di energia. Con buona pace per la pretestuosa lotta al cambiamenti climatico.

La prova del nove sarebbe stata, a fronte di un maggior risparmio derivante dall’utilizzo di pannelli meno onerosi, un taglio dei costi di uguale importo, piuttosto che un aumento dei dazi che, inevitabilmente, si rifletteranno ancora sulle bollette dei consumatori. Ma così non è stato.

Tant’è che oggi si parla di dazi sui pannelli solari cinesi. E le conseguenze sono quelle inevitabili conseguenti alle politiche protezionistiche distorsive: secondo l’AFASE (Alleanza per un’energia solare e accessibile, un’associazione di compagnie operative nel settore solare europeo) dazi superiori al 15%, sebbene provvisori, potrebbero distruggere l’85% della domanda a seguito di un aumento dei prezzi. Uno studio dell’istituto di ricerca indipendente Prognos calcola che dazi del 60% sull’economia europea nei prossimi tre anni potrebbero causare una perdita di piu’ di 240.000 posti di lavoro e circa 27 miliardi di euro. Il che sarebbe in evidente contrasto con l’obiettivo dichiarato di un’economia più verde, qualsiasi cosa essa significhi. Complessivamente, i costi in termini di perdita di lavoro e aumenti dei prezzi potrebbero addirittura essere superiore ai benefici che si intendono perseguire.

Oltre alla questione dei prezzi, c’è poi il problema dell’incertezza del diritto: c’è infatti il rischio che i dazi abbiano validità retroattiva sui pannelli registrati da inizio marzo. Il tutto a scapito di finanziamenti,  investimenti e progressi a vantaggio di un crescente valore aggiunto in tale settore, oltre che nell’indotto.

Cambia la forma – dazi sulle produzioni cinesi anziché incentivi a quelle italiane – ma non la sostanza, che continua a essere quella di proteggere le produzioni italiane ed europee in generale, a scapito dei consumatori, che dovranno sostenerne gli aumenti di prezzi. Se l’industria nazionale non è competitiva, non è certo proteggendola a suon di dazi che la si rende più efficiente. Andando avanti così, i produttori di pannelli riusciranno davvero a vincere la loro guerra contro il sole.

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9 Responses

  1. firmato w. diaz

    A fallire per la concorrenza cinese sono le imprese tedesche del settore (non mi risulta che in italia ci sia altro che poco piu’ che qualche elettricista assemblatore di piastrelle di silicio acquistate da cinesi (piu’ convenienti) o da tedeschi (piu’ care).
    Vedete che quando si pestano i piedi alle industrie dei paesi del nord che contano, la commissione europea si muove eccome, e in modo da danneggiare sempre e comunque i paesi del sud che contano meno, quelli gia’ disastrati? (ai nostri assemblatori, e al nostro paese tout court, conviene acquistare la componentistica cinese, non certo quella tedesca, i dazi ci servono su scarpe e magliette, non sul silicio cristallino).
    Vogliamo cominciare a capire come funzionano le cose in europa prima che sia del tutto inutile, se non lo e’ gia’?

  2. marco

    Sono sabalordito di queste pulsioni, ma quando mai i produttori di fascette hanno avuto protezione da Taivanesi prima e Cinesi poi? quando mai Mandarina Duk o Prada pagheranno i prodotti con delle penalizzazioni? Solo perchè la fase confezionamento è italiana? ma piantiamola una buona volta, la globalizzazione è così e con questa dobbiamo convivere. Dobbiamo avere una visiona strategica del nostro continente, colle economie dobbiamo finanziare le eccellenze, ovvio che le produzioni di massa a tecnologia facilmente ottenibile faranno il surf dalla Cina al Vietnam al Nord Corea, all’India , all’Africa e come si dice noi vorremmo fermare quest’onda colle mani? coll’egoismo di un apaese o di una borgata. Cerchiamo di capire la realtà che ci circonda

  3. Oldrati L.

    L’articolo non è del tutto preciso: gli incentivi del Conto Energia premiano il materiale di produzione europea, non solo italiana; e ad approfittarne, credetemi, sono state soprattutto le industrie tedesche, che insieme sono quasi monopoliste del settore.
    Inoltre non ricorda (o forse la signora Quaglino non lo sa) che lo stesso governo cinese ha finanziato (non so se lo fa ancora) le proprie esportazioni verso l’europa dando letteralmente dei premi (credo a container!) alle aziende esportatrici verso l’europa.
    Morale? è una vera e propria guerra commerciale e i dazzi, le facilitazioni, l’aggiramento delle regole del WTO, ci sono da parte di tutti.
    E comunque, se in linea di principio concordo sulla libertà di mercato, è poco realistico prendersela con la scarsa produttività italiana: il nostro gap con la Cina si basa su ben altro: gli operai cinesi sono poco più che schiavi e per giunta felici di esserlo. Anche contro questo dobbiamo lottare

  4. Gondo

    I tedeschi dimostrano ancora una volta di sapere ben utilizzare le strutture europee
    per i propri interessi.

  5. Lucia Quaglino

    @Oldrati L.

    se i cinesi danno sussidi, per quale ragione dovremmo farlo anche noi?! non e’ che se ci mettiamo a fare il loro stesso gioco, loro smetteranno di aggirare le regole.
    soprattutto, se i cinesi ci consentono di acquistare pannelli solari a prezzi inferiori, che problema c’e’?
    I cinesi hanno costi di produzione bassi perche’ remunerano poco il lavoro e sfruttano i bambini. Questo e’ un problema. Questo problema non lo risolveremo con i sussidi e i dazi.

  6. firmato w. diaz

    @marco

    Per completare il quadro del 1929 manca solo un pizzico di protezionismo da aggiungere alle politiche recessive gia’ in atto, almeno in europa. Probabilmente pero’, da tali politiche, se la disoccupazione superera’ il 25 per cento, sara’ una conseguenza politica obbligata, specialmente all’interno dell’area EU. In Spagna la disoccupazione ufficiale e’ gia’ “solo” al 27 per cento. Ancora non basta? Negare l’evidenza non serve a nulla.

  7. firmato winston diaz

    @marco
    “colle economie dobbiamo finanziare le eccellenze”

    Le eccellenze, per definizione, non fanno media, non costituiscono cio’ che tiene di per se’ in piedi un paese, e di norma si finanziano da se’, in quanto eccellenze.
    Il difficile eventualmente e’ incentivare quelle che si spera saranno le future eccellenze, e non lo si sa, per definizione, prima.
    Diciamo piuttosto che sia le prime che le seconde andrebbero non penalizzate (o “disincentivate”, come e’ di moda dire oggi).
    Ma qualsiasi comportamento non fuorilegge sarebbe bene che, in un paese in cui meriti vivere, non fosse “penalizzato”.
    Peraltro, spesso oggi a parole si “incentiva”, ma nei fatti si penalizza. Ad essere incentivato, alla fine, e’ solo chi di tali parole campa.
    Ma questa e’ una storia vecchia come il mondo.

  8. firmato winston diaz

    @Lucia Quaglino
    a parte che “sfruttare i bambini” e’ un concetto che meriterebbe ulteriore spassionata analisi (i bambini maschi, mia personale INVARIABILE esperienza, sono attratti irresistibilmente, come i vecchi pensionati emarginati dal mondo del lavoro, e come le mosche dal miele, dal lavoro produttivo, non c’e’ niente che gli affascini di piu’ del vedere un adulto che produce fisicamente qualcosa di concreto in materia o spirito, liberi dalla vessazione, per loro e per noi insensata, delle maestre e/o professoresse), a parte questo, la somma ingiuria e’ che, invece di diminuire, proporzionalmente alla diminuzione del costo di produzione, gli incentivi al fotovoltaico (negli usa siamo vicini alla grid-parity:
    http://www.rischiocalcolato.it/2013/04/i-prezzi-dei-moduli-fotovoltaici-in-nord-america-aprile-2013.html ), fotovoltaico che ormai sta quasi in piedi da solo, preferiamo mantenere l’incentivazione di Stato, e penalizzare la produzione concorrenziale.
    Questa europa e’ una merda indecente, prima ne usciamo meglio e’.

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