Produttori di pannelli vs sole: lotta all’ultimo dazio

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La Commissione Europea sembra intenzionata a proporre dazi antidumping provvisori del 50% (in media) sulle importazioni di pannelli solari cinesi, finalizzati a proteggere la produzione europea.

Non è questa una novità: in Italia, per esempio, già due anni fa nel decreto sulle rinnovabili si leggeva che sarebbe stato premiato chi avrebbe installato i pannelli di tecnologia italiana o europea, anziché cinesi, con un 10% di aumento per l’incentivo. Null’altro erano, tali premi agli incentivi, che equivalenti ai dazi sulle importazioni cinesi.

All’epoca, Carlo Stagnaro, con l’aiuto del saggio Frédéric Bastiat, in particolare del testo la  “Petizione dei fabbricanti di candele” (contro la “concorrenza sleale” del sole), spiegò efficacemente perché tale politica sarebbe fallimentare ad abbattere le emissioni di CO2, considerate responsabili del riscaldamento del pianeta e, nello stesso tempo, a contenere il costo degli incentivi. Per evitare che i costi gravassero eccessivamente sui consumatori, si cercava di incentivare l’utilizzo dei pannelli più economici, a parità di efficacia degli stessi. Poiché, però, i più convenienti erano i pannelli cinesi, veniva incentivato chi installava quelli italiani, rendendo loro meno costosa la scelta di tali pannelli (appunto, aumentando l’incentivo) e, quindi, rendendoli più competitivi con i concorrenti cinesi. Tuttavia questa maggior competitività non era raggiunta in virtù di una capacità dei produttori nostrani di contenere i costi, ma grazie a una politica protezionistica con cui si spostavano gli oneri dai produttori di pannelli ai consumatori di energia. Con buona pace per la pretestuosa lotta al cambiamenti climatico.

La prova del nove sarebbe stata, a fronte di un maggior risparmio derivante dall’utilizzo di pannelli meno onerosi, un taglio dei costi di uguale importo, piuttosto che un aumento dei dazi che, inevitabilmente, si rifletteranno ancora sulle bollette dei consumatori. Ma così non è stato.

Tant’è che oggi si parla di dazi sui pannelli solari cinesi. E le conseguenze sono quelle inevitabili conseguenti alle politiche protezionistiche distorsive: secondo l’AFASE (Alleanza per un’energia solare e accessibile, un’associazione di compagnie operative nel settore solare europeo) dazi superiori al 15%, sebbene provvisori, potrebbero distruggere l’85% della domanda a seguito di un aumento dei prezzi. Uno studio dell’istituto di ricerca indipendente Prognos calcola che dazi del 60% sull’economia europea nei prossimi tre anni potrebbero causare una perdita di piu’ di 240.000 posti di lavoro e circa 27 miliardi di euro. Il che sarebbe in evidente contrasto con l’obiettivo dichiarato di un’economia più verde, qualsiasi cosa essa significhi. Complessivamente, i costi in termini di perdita di lavoro e aumenti dei prezzi potrebbero addirittura essere superiore ai benefici che si intendono perseguire.

Oltre alla questione dei prezzi, c’è poi il problema dell’incertezza del diritto: c’è infatti il rischio che i dazi abbiano validità retroattiva sui pannelli registrati da inizio marzo. Il tutto a scapito di finanziamenti,  investimenti e progressi a vantaggio di un crescente valore aggiunto in tale settore, oltre che nell’indotto.

Cambia la forma – dazi sulle produzioni cinesi anziché incentivi a quelle italiane – ma non la sostanza, che continua a essere quella di proteggere le produzioni italiane ed europee in generale, a scapito dei consumatori, che dovranno sostenerne gli aumenti di prezzi. Se l’industria nazionale non è competitiva, non è certo proteggendola a suon di dazi che la si rende più efficiente. Andando avanti così, i produttori di pannelli riusciranno davvero a vincere la loro guerra contro il sole.

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