Ma il vero problema non è il debito — di Gerardo Coco

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Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Gerardo Coco.

La famosa coppia di economisti  statunitensi Ken Rogoff and Carmen Reinhart pubblicavano nel 2008 un libro di successo This time is different. Eight Centuries of Financial Folly (2009). Ripercorrendo 800 anni di storia finanziaria gli autori hanno mostrato che 250 casi di crisi da debito in 66 paesi e 5 continenti si sono conclusi con la bancarotta. In ogni epoca i leader politici ed economici hanno ignorato quanto era accaduto in quella precedente illudendosi che ciò che aveva causato le catastrofi nel passato non era operante nel loro tempo e quindi… via a manetta col debito nella convinzione che “questa volta è diverso”. Ma ogni volta l’epilogo e stato lo stesso: il default.

Nel 2010 Rogoff e Reinhart  pubblicavano Growth in a Time of Debt (http://www.nber.org/papers/w15639) una ricerca che evidenzia che un debito superiore al 90% del PIL blocca la crescita. Quest’ultimo lavoro ha avuto grande influenza ed è stato utilizzato come riferimento nel dibattito sulle politiche di austerità per stigmatizzare le politiche basate su un debito eccessivo.

Ora, è avvenuto che un gruppetto di economisti abbia scovato un errore nella ricerca: Rogoff e Reinhart hanno infatti omesso di inserire nel loro lavoro alcuni paesi col risultato di abbassare il tasso di sviluppo medio da 2.2% a zero, il che inficerebbe tutta la loro tesi. Apriti cielo! Le forze pro-debito hanno scatenato una querelle macroeconomica che ha dominato i blog economici nelle ultime settimane. Agli economisti infuriati non è parso vero di dichiarare la ricerca priva di fondamento e di invocare la fine dell’austerità economica. Governi, non lasciatevi influenzare da quei pasticcioni di  Rogoff  e Reinhart, continuate a spendere e indebitarvi!!

Precedentemente, due altri famosi economisti, Robert Shiller e Paul Krugman avevano criticato la ricerca  contestando, da un lato, il legame causale tra debito e crisi e dall’altro, l’insufficiente spiegazione sulle conseguenze dell’impatto del debito sull’economia. Per la verità quest’ultima critica è abbastanza pertinente. Se infatti Rogoff e Reinhart avessero dato spiegazioni più approfondite, oggi la domanda: come mai il debito pubblico riduce lo sviluppo?, sarebbe talmente ovvia da vergognarsi a porla.

Innanzi tutto, la prima cosa che viene spontaneo chiedersi è: se non si accetta la tesi degli Autori a quali fenomeni sarebbero imputabili le crisi negli USA e nella UE? Dovremmo rispondere alla maniera dei keynesiani e monetaristi? (che non hanno mai azzeccato una previsione economica) e cioè che sarebbero dovute alla diminuzione della domanda aggregata, al fatto che la gente non spende abbastanza o alla inadeguata dotazione monetaria per stimolarla? Entrambe queste scuole sostengono che nella misura in cui queste variabili sono manipolate con intelligenza, lo sviluppo è assicurato. Purtroppo ignorano che come per una famiglia, la spesa di un paese dipende dal reddito, cioè da quanto si produce meno quello che si consuma, comprese le eventuali rate di debito.

Ora il debito totale, la somma dei deficit annuali, di per sé non rappresenterebbe un problema e, in teoria, un’economia potrebbe sopportare un deficit perpetuo a condizione che il rapporto debito/Pil rimanesse costante e l’economia crescesse pure in modo costante. Esemplificando: se il PIL è 10 e il debito è 9 cioè il 90%, un paese potrebbe sopportare un deficit perenne anche del 4.5% a condizione che l’economia crescesse in modo costante del 5%. Infatti dopo il primo anno il debito diventerebbe a 9,45 mentre il PIL 10.5, lasciando costante il rapporto debito/PIL (9.45/10.5= 90%). Il secondo anno le cifre salirebbero rispettivamente a 9.87 e a 11.02, il cui rapporto è sempre del 90%. E così di via.

Il punto è che l’economia con un livello di debito così elevato non potrebbe crescere del 5% perché gli incrementi di PIL verrebbero erosi dagli interessi composti del debito e l’economia dovrebbe crescere ad un tasso superiore per pagarli. Da un lato infatti, la collettività dei contribuenti dovrebbe pianificare un ammontare di tasse future pari al loro valore attuale (o valore pronta cassa) per poter pagare i futuri interessi. Ciò che ridurrebbe la disponibilità del capitale privato necessario per nuovi investimenti e creare aumenti di prodotto per pagare il servizio del debito (questo spiega perché la pressione fiscale non calerà mai finché il debito permarrà elevato). Dall’altro, come illustrato nel precedente articolo La frontiera del debito i deficit finiscono per avere una produttività marginale negativa, cioè non generano reddito sufficiente per ripagarsi. Se le spese da sostenere sono quelle per il welfare o per finanziare perdite è logico che successivi deficit invece di aggiungere risorse all’economia, le detraggono. Naturalmente ci sono altri fattori che possono mitigare gli effetti di un debito elevato (ad es. le importazioni di capitale dall’estero) che la ricerca di Rogoff e Reinhart non ha preso in considerazione, ma la relazione causale tra debito e crisi è incontrovertibile: ad un certo punto per la legge dei rendimenti decrescenti ogni nuova dose di debito provoca un decremento di prodotto.

Del resto uno dei più eminenti ed apprezzati economisti del ‘900, Irving Fisher scriveva (Boom & Depressions) che un debito elevato rispetto al PIL scatena una serie di eventi che sfociano nella depressione e ha descritto con efficacia la dinamica debito/deflazione. Fisher sottolineava che è proprio l’altezza del debito a determinare la gravità della crisi osservando che quella degli anni ’30 aveva avuto effetti più virulenti della precedente e altrettanto grave crisi del 1921, perché il debito totale era maggiore. L’aspetto critico del fenomeno crisi è la riduzione dell’aggregato monetario che viene innescata dalla liquidazione dei debiti, un processo di “deleveraging” cioè di vendita forzata delle attività patrimoniali per pagare i debiti e che è l’esito di una precedente fase di leveraging innescata da un boom che spinge ad un debito esagerato rispetto al capitale proprio.

Una critica che si potrebbe fare allo studio a Rogoff  e Reinhart ma che non ne pregiudica le conclusioni è di aver preso in esame solo il debito pubblico e non anche quello privato: non si può infatti analizzare l’economia senza riferirsi al suo bilancio totale: mutui, carte di credito, derivati e passività fuori bilancio (unfunded liabilities) sono pesi che impediscono la crescita. Se sommiamo tutte queste passività al debito pubblico, il debito mondiale sale a qualcosa come il 1000% del PIL mondiale. Una bolla terrificante. Potremmo dire, parafrasando Rogoff  e Reinhart, che questa volta sarà diverso, ma solo perché sarà peggio.

La seconda critica più significativa è che nella loro analisi gli autori non hanno evidenziato lo spartiacque fondamentale tra il periodo in cui vigeva il sistema aureo da quello in cui è stato abbandonato in modo definitivo. Nel primo caso il debito si poteva estinguere perché esisteva il mezzo per farlo: l’oro. Nel secondo è diventato impossibile. Il rapido sviluppo economico tra il 1950 e il 1960, pur in presenza di una simultanea espansione monetaria, ridusse rapidamente il debito della seconda guerra mondiale. Ma ciò fu appunto possibile grazie alla presenza nel sistema monetario dell’oro la cui forza centripeta vincolava il debito. Non è un caso che dopo averlo esiliato, cioè a partire dalla seconda metà del XX secolo, il debito se ne sia andato per la tangente. Una volta superata la soglia della saturazione il debito non può più essere ridotto e diventa perpetuo. E’ questo l’aspetto cruciale completamente trascurato da Rogoff e Reinhart, dai loro detrattori e da tutti coloro che con analisi macroeconomiche tanto sofisticate quanto vane continuano a brancolare nel buio senza trovare una vita d’uscita. E non la trovano semplicemente perché nel sistema monetario vigente, una via d’uscita non esiste.

Ciò che ci porta a concludere che il debito in quanto tale non è il problema vero ma l’effetto dell’interventismo implicito nel sistema monetario attuale. Questo è un gigantesco monopolio guidato e coordinato dalle banche centrali che comprando i debiti dei governi e monetizzandoli pongono a fondamento del sistema il debito stesso. Ne risulta che il denaro, essendo debito, non può mai estinguere in modo definitivo altro debito ma solo trasferirlo. Per questo motivo è permanente. Raggiunta poi una certa soglia, lungi da produrre reddito lo dissolve, come un sovente chimico distrugge la materia.

Oggi c’è la tendenza a sostituire il termine con quello più rassicurante ma subdolo di “liquidità” che ha l’apparenza ingannatrice di un fondo illimitato e permanente di risorse a disposizione dei governi per finanziare le loro politiche scellerate. Tutte le discussioni sul debito sviano dunque l’attenzione da questo problema assolvendo l’operato delle banche centrali viste come salvatrici di ultima istanza mentre sono la causa primaria della destabilizzazione economica e finanziaria. Vale la pena di ricordare, in chiusura, l’opinione di Ludwig von Mises in merito: Uno dei punti essenziali della filosofia interventista è l’esistenza di un fondo inesauribile che può essere spremuto senza fine. Tutta questa dottrina crolla quando questa fonte è prosciugata. L’economia di babbo natale crollerà da sé. (Mises, Human Action).

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