Proibire costa

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Il tema delle droghe può essere affrontato sotto molteplici prospettive, tante quante sono le sfaccettature del fenomeno. La verifica dei costi che complessivamente la loro proibizione comporta sembra essere il metodo più equidistante dai vari profili della materia. E’ altresì quello più trasparente, in quanto idoneo a portare in rilievo gli eventuali elementi di natura morale o ideologica che concorrono al processo di valutazione. Di seguito, quindi, verranno esclusivamente esposte le differenze nei metodi di esame adottati.

 

Fino a tempi recenti, le analisi operate al riguardo risentivano dell’impostazione della Convenzione Unica sulle Droghe Narcotiche, firmata nel marzo del 1961, che obbliga tutti gli stati delle Nazioni Unite a porre in essere politiche di proibizione di una serie di sostanze stupefacenti[1], considerate pericolose per la salute pubblica. Tali analisi, partendo dai danni causati dalle droghe, erano prevalentemente orientate a fornire evidenza della mole dei mezzi usati per debellare il fenomeno, unico obiettivo prefissato. Il fine era, quindi, di dimostrare che le ingenti risorse impiegate trovavano giustificazione negli altrettanto ingenti sociali costi che le droghe comportano.

 

 

Il suddetto approccio alternativo, utilizzato soprattutto in ambito europeo e internazionale, è stato volto invece alla verifica dell’impatto globale della regolamentazione proibizionistica in materia di droghe, operando una ricognizione degli effetti da quest’ultima complessivamente determinati nei diversi ambiti per qualche profilo interessati. Esso si fonda sulla considerazione che ai costi “diretti” delle politiche repressive vanno aggiunti quelli a latere, indiretti, che ne sono conseguenza e che i risultati positivi di tali politiche sono vanificati da quelli negativi che esse determinano su altri versanti. Tale approccio trova, altresì, fondamento su evidenze empiriche e, in particolare, sui risultati oggettivamente rilevabili in alcuni Paesi a seguito dell’adozione di politiche e strategie sulla droga diverse dalla criminalizzazione totale di cui alla citata Convenzione ONU.

 

La verifica dell’impatto complessivo delle normative proibizionistiche al fine di verificarne la sostenibilità e l’efficacia complessiva –  mediante la ponderazione comparativa dei costi connessi all’abuso di stupefacenti rispetto a quelli direttamente e indirettamente derivanti dalle politiche proibizionistiche sulle droghe – è stato seguito per la prima volta nel “Rapporto sui Mercati Globali Illeciti delle Droghe 1998-2007” (Rapporto Reuter-Trautmann)[2] commissionato dalla Commissione UE, in ambito europeo e successivamente, nel rapporto redatto in sede internazionale dalla  Global Commission on Drug Policy[3] (GC); nell’Alternative World Drug Report[4] (AWDR) a cura gruppo di lavoro della Campagna “Count The Cost”. Da ultimo, se ne sono avvalsi due economisti, Gary Becker e Kevin Murphy, in uno studio pubblicato lo scorso gennaio dal Wall Street Journal[5].

 

Il primo dato che emerge, ponendo a confronto i suddetti documenti con il World Drug Report 2012[6] elaborato dall’organizzazione che in ambito Onu si occupa della guerra alla droga, lo United Nations Office on Drugs and Crime (UNODC), è che ciò che gli autori di tali documenti definiscono come “costi”, l’UNODC qualifica come “conseguenze inattese” negative del controllo globale della droga. Tale definizione sembra già di per sé volta a evidenziare la non essenzialità di detti aspetti nella valutazione complessiva del fenomeno droga da parte dell’UNODC.

 

Fino al citato Rapporto Reuter-Trautmann non erano mai stati presi in considerazione gli “effetti collaterali” delle strategie di controllo della droga per stabilire se essi, unitamente ai costi diretti, superassero o meno le conseguenze positive delle strategie medesime. Solo successivamente, alla spesa pubblica diretta per l’attuazione delle politiche repressive – quantificabile nei costi immediatamente connessi all’utilizzo di uomini e mezzi delle forze dell’ordine antidroga, all’attività giudiziaria e investigativa etc. – sono stati aggiunti i costi derivanti dalla diversione di tali risorse da altre finalità rilevanti, pure inerenti al controllo della droga (in particolare attività di prevenzione), nonché quelli indirettamente connessi all’attuazione di suddette politiche.

 

L’AWRD presenta nel dettaglio l’intera gamma dei costi da ultimo menzionati, in termini di effetti negativi derivanti dalla scelta di politiche basate su divieti totali. Essi sono stati per lo più originati dallo sviluppo del mercato illegale e, quindi, incontrollato delle droghe. Un “enorme mercato nero criminale, finanziato dai profitti commisurati al rischio, ottenuti nel soddisfare la domanda internazionale di droghe illecite” (GC) ha determinato fenomeni quali narcotraffico, criminalità organizzata e di strada legata al commercio illegale di droga.

 

Costi derivanti dalla criminalizzazione totale delle droghe, rilevati dalla AWDR, sono inoltre quelli sanitari collegati all’aumento di comportamenti ad alto rischio, determinati dalla clandestinità indotta dall’illegalità: ciò sia per le modalità di assunzione che per il mancato ricorso all’assistenza di strutture sanitarie pubbliche, a causa del timore dell’eventuale successiva punizione,  con un conseguente aumento nella diffusione di malattie come HIV e AIDS. L’obbligatorietà di condotte sanzionatorie conseguenti all’illegalità ha originato poi costi ulteriori a causa del sovraffollamento delle carceri: i penitenziari divengono così a propria volta fonte di rischio, producendo effetti negativi a catena in quanto non adeguatamente attrezzati a fronteggiare un’ingente popolazione carceraria. La criminalizzazione totale del fenomeno, anziché un’apprezzabile deterrenza, ha prodotto anche l’effetto di spostare la produzione e il transito delle droghe verso aree alternative a quelle colpite dalla eradicazione delle coltivazioni. Ha nel contempo indirizzato il consumo verso sostanze più economiche, quindi di qualità inferiore e più dannose per la salute, rispetto a quelle oggetto di controllo e perciò di più difficile reperimento e più costose. Ha, inoltre, orientato il mercato verso prodotti più potenti in quanto a più alto profitto, facendo così aumentare i rischi derivanti dal loro utilizzo e, quindi, i relativi costi sociali. Tra gli effetti negativi delle politiche proibizionistiche vi è anche  l’impatto ambientale: i prodotti chimici utilizzati per distruggere le coltivazioni hanno determinato la distruzione di forme vegetali, di habitat di animali, di contaminazione di corsi d’acqua e inquinamento del suolo.

 

Il metodo basato sulla valutazione dell’impatto comporta, oltre alla ricognizione degli effetti positivi e negativi globali che la regolamentazione repressiva delle droghe ha determinato nelle più ampie realtà economico-sociali coinvolte, la verifica della loro efficacia in relazione ai risultati in concreto raggiunti.

 

Secondo l’approccio tradizionale – essendo fine unico e assoluto della c.d. war on drug la totale repressione della produzione, del commercio e dell’uso di droga – ogni minimo avanzamento verso tale fine viene ritenuto sufficiente ad attestare la validità delle strategie adottate e, quindi, la necessità della spesa pubblica per ogni misura esse connessa. Invece, gli studi sopra richiamati reputano che “il numero di arresti, le quantità sequestrate, o la durezza delle pene” non siano indicatori idonei a quantificare i risultati ottenuti nel perseguimento di tale obiettivo e, quindi, della “salute e benessere dell’umanità” (Convenzione Unica delle Nazioni Unite sugli Stupefacenti). Pertanto, dati i costi diretti e indiretti della lotta alla droga, concludono che essi non solo sono sproporzionati rispetto ai benefici conseguiti, ma sopravanzano i costi connessi alle droghe. Conseguentemente, valutano e propongono strategie alternative di contrasto alle droghe e, quindi, obiettivi intermedi e più concretamente conseguibili rispetto alla totale eliminazione del fenomeno. A supporto di tale impostazione, nella relazione della GC vengono riportati casi concreti di Paesi in cui sono state poste in essere politiche diverse dalla repressione totale[7]: queste ultime hanno prodotto effetti positivi e non hanno implementato quelli negativi paventati da chi continua a sostenere politiche basate esclusivamente su divieti assoluti. Ciò dimostra, quindi, che sono possibili strategie più convenienti, in termini di spesa pubblica e risultati ottenuti, rispetto a quelle basate esclusivamente sulla proibizione totale.

 

Vietare indiscriminatamente costa e non paga in uguale misura. Non è più tempo di disperdere risorse pubbliche per perseguire un risultato la cui assolutezza rende comunque sempre insufficienti i mezzi impiegati, né per rimediare alle distorsioni generate dal proibizionismo. Sui dati oggettivi e non su dichiarazioni di principio, occorrerà, quindi, fondare l’individuazione degli obiettivi in materia di droghe e la definizione delle strategie atte a perseguirli, concentrando così la spesa pubblica in attività che si dimostrino sortire effetti positivi in vista di tali obiettivi.

 

Gli estremismi, anche quando finalizzati a risultati ritenuti meritevoli di tutela a livello internazionale, tendono a condurre a  rigidità non compatibili con un mercato in evoluzione. Fare emergere tale mercato dall’illegalità in cui versa consentirebbe di comprenderne meglio i meccanismi e operare in modo più efficiente e consapevole analisi e verifiche finalizzate a una migliore pianificazione degli interventi. La politica, avvalendosi finalmente della scienza economica, valuterà quali.

 

 

Le opinioni sono espresse a titolo personale e non coinvolgono in alcun modo l’ente di appartenenza (Consob)


[1] La Convenzione unica sugli stupefacenti del 1961 sancisce che “il possesso, l’uso, il commercio, la distribuzione, l’importazione, l’esportazione, la fabbricazione e la produzione di sostanze stupefacenti sono consentiti limitatamente ai fini medici e scientifici”.

[7] Nel Rapporto della GC si riportano una serie di esempi tra i quali quello della Svizzera ove, come studi specifici dimostrano, una politica basata sulla salute pubblica (in particolare programmi di sostituzione di eroina)  invece che sulla criminalizzazione ha condotto a una drastica riduzione del numero dei tossicodipendenti da eroina, oltre ad altri  benefici. Si espone altresì il caso del Regno Unito ove, come risulta tra l’altro dai dati del registro della Polizia criminale, programmi di trattamento in luogo dell’incarcerazione hanno portato a una riduzione della criminalità. Vengono, inoltre, evidenziate le risultanze di studi secondo i quali una politica di decriminalizzazione non conduce a un incremento significativo nell’uso di droghe: in particolare, si cita il Portogallo, primo paese europeo ad adottare tale politica per l’uso e il possesso di tutte le droghe illecite. Il Rapporto, inoltre, menziona studi i quali, ponendo a confronto realtà locali diverse e diverse politiche di regolamentazione delle droghe concludono che non vi è evidenza che  “la criminalizzazione riduca l’uso e che la decriminalizzazione lo incrementi”. Nel menzionato articolo del Wall Street Journal, inoltre, si fa l’esempio del Messico, ove la guerra contro la droga condotta dal Governo  dal 2006  non ha determinato la diminuzione del consumo di droghe, bensì l’aumento del potere dei narcotrafficanti.

 

 

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