La frontiera del debito — di Gerardo Coco

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Qualche giorno fa nella suo articolo di fondo (“Debt and David Stockman”, NY Times, 3 Aprile), il Professor Paul Krugman commentando il recente libro dell’ex esponente del partito repubblicano David Stockman, The Corruption of Capitalism in America, ha affermato che il debito interno non danneggia un paese perché rappresenta denaro che deve a sé stesso. Se consideriamo debitore e creditore insieme, come aggregato, debito e credito si compensano e l’aggregato non si “impoverisce”. Ragiona così il premio Nobel per l’economia. San Tommaso chiamava fallacie compositionis  i sofismi che sostengono che ciò che è vero per il singolo non è vero per l’insieme collettivo. La macroeconomia è piena di questi errori/orrori. L’uomo della strada dotato di buon senso ma non in grado di dare una spiegazione teoretica di questo errore logico, lo prenderebbe sicuramente per un gioco di parole. Purtroppo non si tratta di un calembour ma di una sciagurata teoria di cui val la pena svelare la falsità con considerazioni sia empiriche che analitiche.

C’è un limite all’indebitamento ?

Quanto debito può sopportare una nazione.? Il limite invalicabile è quello oltre il quale il debito cresce più velocemente del reddito nazionale. Oltre questa frontiera non solo più debito non produce nulla ma sottrae capitale e reddito all’apparato produttivo. Oltre questo limite inizia il baratro della depressione.

Per un’impresa che si accolla un debito ciò che è rilevante è il rapporto tra due incrementi: quello tra l’aumento del reddito e quello del debito. Questo rapporto si chiama produttività marginale del debito (pmd). Se il rapporto è maggiore dell’unità significa che il debito ha un rendimento e genera surplus che lo ripaga. Se 2 euro di debito ne producono 4 di reddito, la produttività marginale è 2, l’impresa ha una redditività marginale positiva e se questo rapporto rimane costante l’impresa accumula capitale, può espandere la capacità produttiva e spendere senza impoverirsi. Se per un errore di investimento la pmd  calasse al di sotto dell’unità, l’impresa avrebbe una perdita marginale di redditività. Se, ad esempio, la pmd calasse a ½, l’impresa dovrebbe sostenere 2 euro di debito per aumentare la produzione di solo 1 euro. La redditività incrementale sarebbe negativa e non coprirebbe debito e interesse marginali il cui costo sarebbe a carico della redditività media dell’impresa, decrementandola. Se l’impresa continuasse ad indebitarsi con un rapporto inferiore all’unità, successivi incrementi di debito farebbero diminuire la redditività in modo crescente fino a erodere il capitale innescando un processo di decumulazione. Pertanto la creazione di debito ha giustificazione economica fino a quando la produttività marginale è superiore all’unità e genera redditività incrementale.

Lo stesso principio si applica al debito di un governo, sia che venga finanziato dalla tassazione che dall’istituto di emissione (in quest’ultima modalità ha effetti più devastanti). La produttività marginale del debito pubblico è il rapporto tra l’incremento di debito, il deficit, (l’eccedenza annuale della spesa sulle imposte) e l’incremento di PIL che il debito deve generare. Come nel caso dell’impresa se la pdm è inferiore all’unità il volume del debito aumenta più velocemente del reddito. Ogni euro o dollaro di debito ha un rendimento negativo sul prodotto lordo (che è reddito). Krugman non si accorge che un paese incorre in una perdita nello stesso modo della singola impresa perché l’aggregato economico del PIL la occulta facendo sembrare che il paese “deve il debito a stesso”. Ma se esaminasse il grafico riportato qui sotto (elaborato dal Ministero del Tesoro del suo paese) si renderebbe conto che la sua convinzione è un’illusione ottica.

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Il grafico illustra la produttività marginale decrescente del debito statunitense. Anche per il debito vale la legge eterna dei rendimenti decrescenti: per avere lo stesso impatto marginale sul PIL sono necessarie dosi di debito sempre maggiori ma di efficacia decrescente fino ad prosciugare la redditività ed il capitale dell’economia. La causa occulta del decremento implicita nel trend è proprio il rapporto tra il capitale fisico investito nell’economia (capitale fisso e scorte) e il prodotto lordo, cioè il rapporto tra il capitale addizionale che è necessario per avere un incremento del prodotto nazionale reale (reddito). La politica del deficit abbassa il rapporto marginale capitale-prodotto perché il pagamento del servizio del debito riduce la differenza tra produzione e consumo cioè quella parte del reddito che forma il capitale (risparmio delle imprese e famiglie) e che serve ad accrescere la capacità produttiva. Ogni incremento di debito diminuisce questa capacità che si manifesta nel grafico come produttività marginale decrescente del debito. Dall’inizio degli anni ‘60 ogni dollaro di nuovo debito ha incrementato la produzione (reddito) in modo decrescente e ogni incremento successivo ha prodotto sempre meno PIL fino al punto in cui, dopo la crisi del 2008, non ne ha più prodotto. La frontiera oltre la quale il reddito totale non può più sostenere debito e annulla la produttività del sistema economico si chiama Saturazione Macroeconomica del Debito: ogni dollaro di debito in più immesso nel sistema provoca perdite, erosione di capitale, riduzione della produzione, disoccupazione crescente. In una parola depressione.

L’ora zero

Krugman non vede la tragedia incombente perché, come abbiamo detto, ragiona sul PIL dove il capitale economico non appare. Nei testi di economia il PIL è rappresentato nella sua forma semplificata come PIL= C+ I cioè come reddito totale. (C) è la spesa in consumi (compresa la p.a) e (I) è la spesa in investimento (escludiamo per semplicità le transazioni con l’estero). La somma C+I viene chiamata anche domanda aggregata. Secondo i keynesiani quest’ultima dipende solo dal reddito (non dalla capacità produttiva), il reddito dipende dalla domanda aggregata, mentre (I) è un “dato” che dipende dalle occasioni di investimento. Insomma, si tratta di una tautologia dove i nessi causali scompaiono. Secondo questa dottrina, quando il PIL diminuisce basta aumentare la domanda (C) per aumentare l’investimento (I) e far ripartire l’economia. E come si fa ad aumentare la domanda? Semplice, si crea moneta in cambio di debito e spendendola si stimolano consumi e investimenti. Per i keynesiani sarebbero quindi i consumatori (la domanda) a far decollare gli investimenti. Ma allora il capitale a cosa serve? Non serve perché, come scriveva il maestro: non sussistono reali motivi per la scarsità di capitale. (John Maynard Keynes, Occupazione Interesse e moneta). E se il denaro creato non produce risultati? Vuol dire che non se ne è creato abbastanza e, come per la morfina, bisogna aumentare la dose.

Un altro modo per interpretare il trend discendente del grafico è considerare il PIL come somma di tutti i redditi percepiti dai titolari dei fattori produttivi (profitti, salari, stipendi, ecc). La loro somma, il reddito totale o prodotto lordo, diventa spesa totale in beni di consumo e beni di investimento cioè C+I. Infatti nulla può essere comprato senza venire allo stesso tempo speso come reddito, per cui: spesa = reddito = prodotto lordo. In primo luogo, un deficit si traduce in nuovo reddito e spesa corrispondente. Ma il deficit finanzia la spesa in beni di consumo (C), non quella in beni di investimento (I) che rappresenta capitale fisso e scorte necessarie a creare questi beni di consumo. L’aumento di (C) avviene pertanto riducendo (I) che è la spesa produttiva che paga salari e stipendi per consentire la futura spesa in (C). Pertanto il deficit aumentando (C) ma decrementando (I), compromette la capacità del sistema di creare reddito. Infatti, la spesa in (C) può crescere solo aumentando la spesa produttiva (I) cioè beni di investimento (materie prime e strumenti di produzione) che servono ad espandere la capacità di consumo finale. In altre parole il consumo (la domanda) può aumentare solo se aumenta la produzione e non il contrario.

In secondo luogo, il servizio del debito che è finanziato dalla tassazione riduce ulteriormente il reddito e di conseguenza anche la spesa produttiva (I), abbassando il rapporto marginale capitale/PIL la cui conseguenza, come mostra il grafico, è la produttività marginale decrescente del debito. Già alla fine del 2009 ogni nuovo dollaro di debito distruggeva 45 centesimi di PIL e il grafico fissa l’ora zero nel 2015, il momento in cui ogni unità incrementale di debito distruggerà ogni unità addizionale di PIL. All’ora zero, non esiste più reddito per ripagare il debito, lo sviluppo è impossibile e l’economia distrutta. A nulla serve la ricetta keynesiana-monetarista di aumentare la liquidità nel sistema per stimolare la domanda aggregata (C+I), perché per ottenere tale liquidità la si deve scambiare con nuovo debito che servirà solo a pagare il servizio crescente del debito stesso. Il che significa che la moneta, come debito, non circola più per creare beni, fabbriche e industrie ma per pagare se stessa. Con l’azzeramento della redditività cala anche il gettito fiscale e ai governi senza soldi non rimane altro che ricorrere all’espropriazione. Come il Saturno della mitologia il debito dei governi divorerà i suoi figli. Questo è l’esito della teoria della scuola del Professor Krugman che è la stessa della maggioranza degli economisti.

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