Rehn, Tajani, i debiti della PA e le regole di contabilità pubblica

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La questione dei debiti pregressi della PA verso i fornitori e gli eventuali effetti sul disavanzo pubblico derivanti dal loro pagamento è nello stesso tempo di difficile comprensione e di elevato interesse. Val dunque la pena di ritornarci sopra a breve distanza dal precedente post. La questione sembra essere nata il 18 marzo a seguito di una dichiarazione congiunta dei Commissari UE Rehn e Tajani che l’ANSA così riportava:

L’Ue apre alla possibilità di conteggiare in maniera flessibile il ‘peso’ dei pagamenti arretrati della PA italiana nei confronti di imprese e fornitori su deficit e debito pubblico. Questa l’indicazione giunta oggi dalla Commissione europea in seguito a un’intesa raggiunta tra Antonio Tajani e Olli Rehn. (…) Il pagamento dei debiti commerciali, spiegano all’esecutivo comunitario, potrebbe rientrare tra i ”fattori attenuanti” nella valutazione da parte di Bruxelles del rispetto degli impegni presi sul deficit. (…) La liquidazione dei debiti avrebbe certo ”un impatto sul deficit pubblico” ma, assicurano i due vicepresidenti, il Patto di Stabilità ”permette di prendere in considerazione fattori significativi in sede di valutazione della conformità del bilancio di uno Stato membro con i criteri di deficit e di debito”.

Come ho evidenziato nel precedente post l’idea che il pagamento di debiti commerciali pregressi della PA produca effetti sul deficit dell’esercizio in cui è effettuato appare assurda a chi abbia fatto studi anche elementari di Finanza Pubblica. Infatti leggendo qualsiasi manuale universitario si scopre già al primo o al massimo al secondo capitolo che il disavanzo (l’indebitamento, per un usare un termine più tecnico, sul quale occorre rispettare il vincolo del 3% in rapporto al Pil) è l’eccedenza delle spese sulle entrate registrate secondo un principio di competenza economica. Un esempio molto semplice: se il mio Dipartimento delibera di comperare un nuovo computer per il mio ufficio la spesa necessaria verrà registrata come ‘impegnata’, dunque non può utilizzabile per altre finalità, ancor prima di individuare il fornitore.  Con quella registrazione, indispensabile perché altrimenti  non si può procedere all’acquisto, essa va automaticamente a contribuire alla formazione dell’indebitamento nel Conto consolidato delle AP. Nel momento in cui sarà pagata la fattura l’uscita di cassa avrà invece effetti sul fabbisogno, che tuttavia non è oggetto di vincoli UE. Non vi possono essere fatture se non a fronte di spese impegnate e non vi possono essere spese impegnate senza disponibilità di fondi negli appositi capitoli di spesa dei bilanci previsionali delle AP.

Dunque ogni qual volta si delibera una spesa si contribuisce alla formazione dell’indebitamento di quell’esercizio e se la fattura non viene pagata nell’esercizio essa impatterà sul fabbisogno di esercizio successivo ma non più sull’indebitamento. Il deficit di quest’anno non può crescere se pago una fattura dell’anno scorso perché, molto semplicemente, essa è già stata conteggiata per competenza economica nel deficit dell’anno scorso. Questa banale regola non sembra tuttavia fosse compresa dai Commissari europei Rehn e Tajani quando il 18 marzo hanno formulato la ricordata dichiarazione congiunta.

E infatti ancora il 26 marzo l’Ansa (h. 13.38) riportava la seguente dichiarazione di Tajani, perfettamente in linea con quella del 18 marzo:

L’Italia può pagare i debiti arretrati contratti dalla PA verso le imprese ma senza avvicinarsi troppo alla soglia del 3% di deficit, che impedirebbe la chiusura della procedura per deficit eccessivo da parte di Bruxelles. E’ l’indicazione del vicepresidente della Commissione Ue Antonio Tajani, che ha sottolineato che ”si puo’ pagare ma non arrivare al muro del 3%”, indicando un margine di manovra per saldare i debiti anche ”nel 2014-inizio 2015”.

Tuttavia solo poche ore dopo una nuova dichiarazione di Tajani prendeva finalmente atto dell’ininfluenza sul deficit del pagamento dei debiti pregressi (Ansa, 26 marzo, h. 16,58):

Circa l’80% dei debiti pregressi della pubblica amministrazione verso le imprese ”può essere tranquillamente pagato” perché già contabilizzato e quindi senza impatto sul deficit ma solo sul debito. Lo ha affermato il vicepresidente della Commissione Ue Antonio Tajani. La pubblica amministrazione italiana ha un debito arretrato, secondo le stime di Bankitalia, di 71 miliardi di euro, di cui, ha spiegato Tajani, ”circa l’80% già contabilizzato ma non ancora pagato e che quindi va incidere solo sull’aumento del debito”. Solo ”il circa 20% restante non e’ ancora né contabilizzato né pagato e quindi ricade sul deficit”, ha chiarito il commissario Ue. L’Italia ha con Bruxelles una procedura aperta relativa al deficit eccessivo, non al debito, quindi ”l’80% degli arretrati può essere tranquillamente pagato”, ha ribadito Tajani. Mentre per la restante parte attorno al 20% dei debiti commerciali pregressi, che incide sul deficit, ”il portavoce del commissario agli Affari economici Olli Rehn ha detto in modo molto chiaro di fare attenzione al bilancio 2013, in modo da non caricare troppo, perché se si raggiunge e si sfora la soglia del 3% non si può chiudere la procedura per deficit eccessivo”.

A questo punto non si può tuttavia dire che è tutto bene ciò che finisce bene. Infatti se da un lato prendiamo atto con piacere che anche i Commissari UE si sono accorti di come funziona la contabilità pubblica, dall’altro continuiamo a non capire come i governi dell’Italia siano restii a pagare le fatture arretrate della PA anche se tale pagamento è ininfluente sul disavanzo. E poi vi è quella parte misteriosa di spesa pubblica le cui fatture non risultano né contabilizzate né pagate e che siccome vengono contabilizzate per competenza solo quando vengono anche pagate per cassa sinché lo stato  non le paga non evidenzia neppure la spesa a cui sono riferite e non accresce il deficit.

Cosa saranno mai queste spese? E’ una storia molto interessante e che pochi sanno ma ve la racconterò in un prossimo post.

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