Confindustria è liberista?

1 Star2 Stars3 Stars4 Stars5 Stars (3 voti, media: 4,33 su 5)
Loading...

Ieri Confindustria ha messo sul piatto un documento che espone una diagnosi e una terapia per la crisi italiana. Il programma degli industriali è davvero migliore di quelli dei partiti?

Il documento si divide in quattro parti: le priorità, gli obiettivi, le azioni e gli effetti. Quella più articolata è la terza, nella quale vengono identificate le principali riforme che, secondo Viale dell’Astronomia, dovrebbero essere implementate per riportare il paese a crescere. E’ su questa sezione che intendo concentrarmi, ma prima di tutto vale la pena richiamare l’approccio generale adottato dal team di Giorgio Squinzi.

Il senso del documento sta tutto nella frase, pienamente condivisibile, che definisce il perimetro del documento, fissando l’orizzonte temporale delle riforme proposte nell’arco della legislatura:

La prossima legislatura deve ridare efficienza e nuova competitività all’Italia con politiche coraggiose che migliorino le istituzioni, semplificando innanzitutto le regole, la cui sclerosi non tutela le fasce più deboli della popolazione, non offre opportunità alle giovani generazioni e danneggia il sistema produttivo.

L’obiettivo generale, secondo Confindustria, deve essere riportare il paese su tassi di crescita sostenuti – si parla del 2% annuo, forse con un eccesso di ottimismo – allo scopo di creare nuova occupazione. Perno della strategia di crescita confindustriale è il settore manifatturiero, il cui peso sul totale dell’economia dovrebbe crescere dall’attuale 16,7% ad almeno il 20%. Mentre è chiaro l’interesse di Confindustria in questo target, è meno chiaro che esso – di per sé – consentirebbe all’Italia di risalire la china. Tuttavia, sebbene alcune delle politiche proposte siano specificamente orientate in tale direzione, la maggior parte di esse hanno valenza generale; di conseguenza rimane un margine di ambiguità relativo alla natura stessa di questo traguardo: se, cioè, esso sia realmente un obiettivo delle politiche o se piuttosto non sia un mero effetto delle riforme. Per capirlo, è necessario focalizzarsi sulle riforme stesse.

Il principale strumento per rilanciare l’economia è, secondo Confindustria, una “terapia d’urto” che agisca sui costi delle imprese.

Per ridurre il cuneo fiscale, si propone di espungere gradualmente il costo del lavoro dalla base imponibile dell’Irap, tagliare di 11 punti gli oneri sociali gravanti sulle imprese “in parte fiscalizzandoli… in parte armonizzando le aliquote contributive per gli ammortizzatori sociali, e adeguando l’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni all’avvenuta diminuzione dei sinistri”. Si tratta di misure abbastanza condivisibili, soprattutto la prima e l’ultima, anche se questa è formulata in modo estremamente pudico. In soldoni, si propone di far funzionare l’Inail come una vera assicurazione, piuttosto che come un ente burocratico: ma allora tanto varrebbe prendere di petto la questione e proporre la piena liberalizzazione dell’assicurazione anti-infortunistica. Qualche dubbio sulla piena detassazione degli straordinari, che è piuttosto distorsiva: anziché chiamare “straordinario” 40 ore di lavoro extra all’anno, sarebbe più razionale ridurre l’imposizione fiscale sul lavoro nel suo aggregato in misura equivalente.

Per quanto attiene il costo dell’energia, si propone di ridurre del 30% le componenti para-fiscali della bolletta per le imprese. Questa misura mi sembra criticabile, perché (a) non è chiaro quali oneri vadano tagliati e come e soprattutto (b) messa così, appare una mera redistribuzione a carico delle famiglie, la cui domanda è più rigida e che hanno meno strumenti per trarre vantaggio dalla liberalizzazione del mercato.

Per dare liquidità all’economia si propone di accelerare il saldo dei debiti commerciali della Pubblica Amministrazione: è difficile non essere d’accordo.

La parte forse meno convincente di questa sezione è quella relativa al rilancio degli investimenti, che è tutta giocata su una serie di sussidi espliciti o impliciti che vengono invocati, sotto forma di crediti d’imposta o sgravi fiscali di vario genere. Gli unici due casi di eccezioni fiscali che mi sembrano difendibili sono il credito d’imposta sugli investimenti in ricerca e sviluppo e l’esclusione dall’Imu per i fabbricati invenduti. Ugualmente scettico, anzi di più, mi lascia la proposta di moltiplicazione degli investimenti pubblici e, in particolare, il credito d’imposta per gli investimenti in partenariato pubblico-privato, che è pesantemente distorsivo in quanto spiazza gli investimenti puramente privati in infrastrutture.

Per rafforzare l’export, Confindustria propone un po’ di acqua fresca, magari non così incisiva ma neppure particolarmente criticabile: rafforzare l’Ice e approfittare dell’Expo di Milano.

La coesione sociale è delegata a una serie di interventi che spaziano dalla limature delle aliquote Irpef per i redditi medio-bassi all’incentivazione (fiscale?)  del part time per i lavoratori con almeno 40 anni di contributi versati, fino alle misure per favorire l’occupazione femminile attraverso una più efficace conciliazione degli impegni domestici con quelli lavorativi (in questo caso per mezzo di un sistema di voucher).

Tutte queste misure hanno un costo significativo, che Confindustria stima in circa 19 miliardi di euro nel 2014 destinati a crescere a 54 miliardi nel 2018. Da dove arriva la copertura finanziaria? Confindustria immagina un mix di minori spese (riduzione dell’1% annuo della spesa al netto di interessi, prestazioni sociali e acquisti di beni e servizi; estensione del sistema acquisti Consip e sua ristrutturazione; riduzione incentivi alle imprese) e maggiori entrate (armonizzazione aliquote Iva; aumento imposta sostitutiva; armonizzazione oneri sociali). La quadra sta nei proventi da lotta all’evasione, quantificati in 1,5 miliardi di euro nel 2014 (realistico) e 7,5 miliardi nel 2018 (meno realistico), e agli effetti della maggior crescita economica (7,4 miliardi nel 2018). Al netto dei proventi da maggior crescita, la manovra di Confindustria si gioca quindi per il 55% dal lato delle minori spese nel primo anno di applicazione, e diventa via via più restrittiva col tempo, spostandosi nella situazione simmetricamente opposta nel 2018 quando le minori spese conteranno solo per il 45%.

Accanto alla manovra di finanza pubblica, Confindustria propone anche una serie di riforme strutturali. Oltre ad alcuni importanti aggiustamenti costituzionali – in particolare la revisione del Titolo V nell’ottica della ri-centralizzazione di alcuni poteri – è molto apprezzabile, anche se poi non dettagliato, l’invito a

ridurre il perimetro pubblico e proseguire il processo di liberalizzazione, applicare i criteri europei sugli affidamenti in house, aprire i mercati con l’inserimento in Costituzione del principio della concorrenza e riformare le Authority.

Ugualmente positivo è il richiamo a introdurre più concorrenza nel servizio sanitario nazionale, sulla base del principio che la competizione è l’unico strumento efficace per garantire il contenimento dei costi.

Si parla poi di riforma della Pubblica Amministrazione nel senso tanto della riorganizzazione dei processi, quando della semplificazione delle procedure, e di un complessivo ripensamento del sistema tributario, che contempli in particolare la riduzione dell’aliquota Ires dal 27,5 al 23% (non c’è però riferimento esplicito alla Robin Tax). Buona anche la parte su lavoro e capitale umano, dove si parla da un lato di restituire alla contrattazione (piuttosto che alla legislazione) la sua funzione centrale, dall’altro di introdurre meritocrazia e concorrenza nella scuola e nell’università.

Paradossalmente, è meno pungente la parte del documento relativa alle politiche industriali che, tuttavia, è coerente con le numerose richieste di sussidi che pervadono la prima sezione (sotto forma di sussidio diretto o di sgravio fiscale). Su ricerca e innovazione la richiesta è “un programma nazionale con chiare priorità”; sull’energia ” far diventare gli indirizzi contenuti nella Strategia Energetica Nazionale le linee di impegno strutturale”; sul gas “completare il processo di costruzione della piattaforma logistica italiana del gas”; sull’acqua “prevedere una regolazione moderna”; sull’ambiente ” recepire le direttive UE sulle emissioni industriali senza aggravarle di ulteriori restrizioni, riqualificare il patrimonio urbano immobiliare pubblico e privato e realizzare un piano di ammodernamento tecnologico delle città, realizzare la bonifica dei 57 siti di interesse nazionale”; sulle infrastrutture “definire una completa ed efficace programmazione degli investimenti”; sull’export “potenziare il coordinamento nazionale della Cabina di regia”. Insomma: con l’unica eccezione dell’acqua (dove effettivamente il problema è soprattutto legato al quadro regolatorio) in tutti gli altri casi Confindustria non chiede mercato e concorrenza ma più Stato, più controllo, più decisioni top down.

Il documento si conclude con una simulazione degli effetti macroeconomici delle riforme proposte secondo cui il risultato netto è quello di più crescita, più occupazione, più rigore, rinnovato protagonismo del manifatturiero e salari reali più pesanti.

In conclusione, la “Agenda Confindustria” contiene molte proposte interessanti e condivisibili, ma pecca di scarsa fantasia e anzi, per certi versi, si configura come un ritorno al passato. Una delle innovazioni più significative della Confindustria recente (con Giorgio Squinzi ma anche con Emma Marcegaglia), infatti, era lo spostamento dell’enfasi retorica dalla richiesta di sussidi a quella di sgravi fiscali generalizzati. L’idea di fondo pareva essere darwiniana: diamo alle imprese un campo da gioco praticabile, e lasciamo che vincano le migliori. Invece qui si ritrovano molte, troppe invocazioni di deduzioni, detrazioni e crediti d’imposta specifici e più in generale il compito di indirizzare investimenti (e profitti) viene affidato allo Stato.

Questo documento – che pure muove da un’analisi corretta e offre non di rado soluzioni coerenti – sembra tuttavia segnare la fuga delle imprese italiane dalla foresta e il richiamo della cattività. Se è così, non è un buon segnale, al di là del contributo positivo che emerge dallo sforzo propositivo di Viale dell’Astronomia.

Commenti [19]

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *