24
Gen
2013

Confindustria è liberista?

Ieri Confindustria ha messo sul piatto un documento che espone una diagnosi e una terapia per la crisi italiana. Il programma degli industriali è davvero migliore di quelli dei partiti?

Il documento si divide in quattro parti: le priorità, gli obiettivi, le azioni e gli effetti. Quella più articolata è la terza, nella quale vengono identificate le principali riforme che, secondo Viale dell’Astronomia, dovrebbero essere implementate per riportare il paese a crescere. E’ su questa sezione che intendo concentrarmi, ma prima di tutto vale la pena richiamare l’approccio generale adottato dal team di Giorgio Squinzi.

Il senso del documento sta tutto nella frase, pienamente condivisibile, che definisce il perimetro del documento, fissando l’orizzonte temporale delle riforme proposte nell’arco della legislatura:

La prossima legislatura deve ridare efficienza e nuova competitività all’Italia con politiche coraggiose che migliorino le istituzioni, semplificando innanzitutto le regole, la cui sclerosi non tutela le fasce più deboli della popolazione, non offre opportunità alle giovani generazioni e danneggia il sistema produttivo.

L’obiettivo generale, secondo Confindustria, deve essere riportare il paese su tassi di crescita sostenuti – si parla del 2% annuo, forse con un eccesso di ottimismo – allo scopo di creare nuova occupazione. Perno della strategia di crescita confindustriale è il settore manifatturiero, il cui peso sul totale dell’economia dovrebbe crescere dall’attuale 16,7% ad almeno il 20%. Mentre è chiaro l’interesse di Confindustria in questo target, è meno chiaro che esso – di per sé – consentirebbe all’Italia di risalire la china. Tuttavia, sebbene alcune delle politiche proposte siano specificamente orientate in tale direzione, la maggior parte di esse hanno valenza generale; di conseguenza rimane un margine di ambiguità relativo alla natura stessa di questo traguardo: se, cioè, esso sia realmente un obiettivo delle politiche o se piuttosto non sia un mero effetto delle riforme. Per capirlo, è necessario focalizzarsi sulle riforme stesse.

Il principale strumento per rilanciare l’economia è, secondo Confindustria, una “terapia d’urto” che agisca sui costi delle imprese.

Per ridurre il cuneo fiscale, si propone di espungere gradualmente il costo del lavoro dalla base imponibile dell’Irap, tagliare di 11 punti gli oneri sociali gravanti sulle imprese “in parte fiscalizzandoli… in parte armonizzando le aliquote contributive per gli ammortizzatori sociali, e adeguando l’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni all’avvenuta diminuzione dei sinistri”. Si tratta di misure abbastanza condivisibili, soprattutto la prima e l’ultima, anche se questa è formulata in modo estremamente pudico. In soldoni, si propone di far funzionare l’Inail come una vera assicurazione, piuttosto che come un ente burocratico: ma allora tanto varrebbe prendere di petto la questione e proporre la piena liberalizzazione dell’assicurazione anti-infortunistica. Qualche dubbio sulla piena detassazione degli straordinari, che è piuttosto distorsiva: anziché chiamare “straordinario” 40 ore di lavoro extra all’anno, sarebbe più razionale ridurre l’imposizione fiscale sul lavoro nel suo aggregato in misura equivalente.

Per quanto attiene il costo dell’energia, si propone di ridurre del 30% le componenti para-fiscali della bolletta per le imprese. Questa misura mi sembra criticabile, perché (a) non è chiaro quali oneri vadano tagliati e come e soprattutto (b) messa così, appare una mera redistribuzione a carico delle famiglie, la cui domanda è più rigida e che hanno meno strumenti per trarre vantaggio dalla liberalizzazione del mercato.

Per dare liquidità all’economia si propone di accelerare il saldo dei debiti commerciali della Pubblica Amministrazione: è difficile non essere d’accordo.

La parte forse meno convincente di questa sezione è quella relativa al rilancio degli investimenti, che è tutta giocata su una serie di sussidi espliciti o impliciti che vengono invocati, sotto forma di crediti d’imposta o sgravi fiscali di vario genere. Gli unici due casi di eccezioni fiscali che mi sembrano difendibili sono il credito d’imposta sugli investimenti in ricerca e sviluppo e l’esclusione dall’Imu per i fabbricati invenduti. Ugualmente scettico, anzi di più, mi lascia la proposta di moltiplicazione degli investimenti pubblici e, in particolare, il credito d’imposta per gli investimenti in partenariato pubblico-privato, che è pesantemente distorsivo in quanto spiazza gli investimenti puramente privati in infrastrutture.

Per rafforzare l’export, Confindustria propone un po’ di acqua fresca, magari non così incisiva ma neppure particolarmente criticabile: rafforzare l’Ice e approfittare dell’Expo di Milano.

La coesione sociale è delegata a una serie di interventi che spaziano dalla limature delle aliquote Irpef per i redditi medio-bassi all’incentivazione (fiscale?)  del part time per i lavoratori con almeno 40 anni di contributi versati, fino alle misure per favorire l’occupazione femminile attraverso una più efficace conciliazione degli impegni domestici con quelli lavorativi (in questo caso per mezzo di un sistema di voucher).

Tutte queste misure hanno un costo significativo, che Confindustria stima in circa 19 miliardi di euro nel 2014 destinati a crescere a 54 miliardi nel 2018. Da dove arriva la copertura finanziaria? Confindustria immagina un mix di minori spese (riduzione dell’1% annuo della spesa al netto di interessi, prestazioni sociali e acquisti di beni e servizi; estensione del sistema acquisti Consip e sua ristrutturazione; riduzione incentivi alle imprese) e maggiori entrate (armonizzazione aliquote Iva; aumento imposta sostitutiva; armonizzazione oneri sociali). La quadra sta nei proventi da lotta all’evasione, quantificati in 1,5 miliardi di euro nel 2014 (realistico) e 7,5 miliardi nel 2018 (meno realistico), e agli effetti della maggior crescita economica (7,4 miliardi nel 2018). Al netto dei proventi da maggior crescita, la manovra di Confindustria si gioca quindi per il 55% dal lato delle minori spese nel primo anno di applicazione, e diventa via via più restrittiva col tempo, spostandosi nella situazione simmetricamente opposta nel 2018 quando le minori spese conteranno solo per il 45%.

Accanto alla manovra di finanza pubblica, Confindustria propone anche una serie di riforme strutturali. Oltre ad alcuni importanti aggiustamenti costituzionali – in particolare la revisione del Titolo V nell’ottica della ri-centralizzazione di alcuni poteri – è molto apprezzabile, anche se poi non dettagliato, l’invito a

ridurre il perimetro pubblico e proseguire il processo di liberalizzazione, applicare i criteri europei sugli affidamenti in house, aprire i mercati con l’inserimento in Costituzione del principio della concorrenza e riformare le Authority.

Ugualmente positivo è il richiamo a introdurre più concorrenza nel servizio sanitario nazionale, sulla base del principio che la competizione è l’unico strumento efficace per garantire il contenimento dei costi.

Si parla poi di riforma della Pubblica Amministrazione nel senso tanto della riorganizzazione dei processi, quando della semplificazione delle procedure, e di un complessivo ripensamento del sistema tributario, che contempli in particolare la riduzione dell’aliquota Ires dal 27,5 al 23% (non c’è però riferimento esplicito alla Robin Tax). Buona anche la parte su lavoro e capitale umano, dove si parla da un lato di restituire alla contrattazione (piuttosto che alla legislazione) la sua funzione centrale, dall’altro di introdurre meritocrazia e concorrenza nella scuola e nell’università.

Paradossalmente, è meno pungente la parte del documento relativa alle politiche industriali che, tuttavia, è coerente con le numerose richieste di sussidi che pervadono la prima sezione (sotto forma di sussidio diretto o di sgravio fiscale). Su ricerca e innovazione la richiesta è “un programma nazionale con chiare priorità”; sull’energia ” far diventare gli indirizzi contenuti nella Strategia Energetica Nazionale le linee di impegno strutturale”; sul gas “completare il processo di costruzione della piattaforma logistica italiana del gas”; sull’acqua “prevedere una regolazione moderna”; sull’ambiente ” recepire le direttive UE sulle emissioni industriali senza aggravarle di ulteriori restrizioni, riqualificare il patrimonio urbano immobiliare pubblico e privato e realizzare un piano di ammodernamento tecnologico delle città, realizzare la bonifica dei 57 siti di interesse nazionale”; sulle infrastrutture “definire una completa ed efficace programmazione degli investimenti”; sull’export “potenziare il coordinamento nazionale della Cabina di regia”. Insomma: con l’unica eccezione dell’acqua (dove effettivamente il problema è soprattutto legato al quadro regolatorio) in tutti gli altri casi Confindustria non chiede mercato e concorrenza ma più Stato, più controllo, più decisioni top down.

Il documento si conclude con una simulazione degli effetti macroeconomici delle riforme proposte secondo cui il risultato netto è quello di più crescita, più occupazione, più rigore, rinnovato protagonismo del manifatturiero e salari reali più pesanti.

In conclusione, la “Agenda Confindustria” contiene molte proposte interessanti e condivisibili, ma pecca di scarsa fantasia e anzi, per certi versi, si configura come un ritorno al passato. Una delle innovazioni più significative della Confindustria recente (con Giorgio Squinzi ma anche con Emma Marcegaglia), infatti, era lo spostamento dell’enfasi retorica dalla richiesta di sussidi a quella di sgravi fiscali generalizzati. L’idea di fondo pareva essere darwiniana: diamo alle imprese un campo da gioco praticabile, e lasciamo che vincano le migliori. Invece qui si ritrovano molte, troppe invocazioni di deduzioni, detrazioni e crediti d’imposta specifici e più in generale il compito di indirizzare investimenti (e profitti) viene affidato allo Stato.

Questo documento – che pure muove da un’analisi corretta e offre non di rado soluzioni coerenti – sembra tuttavia segnare la fuga delle imprese italiane dalla foresta e il richiamo della cattività. Se è così, non è un buon segnale, al di là del contributo positivo che emerge dallo sforzo propositivo di Viale dell’Astronomia.

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19 Responses

  1. Tamas Kerekes

    Mi sembra la solita minestra. Direzione giusta, allettante ma in realtà pochi cambiamenti e mantenimento dei vari privilegi di aziende poco efficienti.
    Mi piace poco la proposta di potenziare ICE – prima di potenziarlo dovremmo renderlo utile altrimenti mettiamo risorse nell’ennesimo carozzone.
    Comunque il challenge vero non è la definizione della direzione ma l’esecuzione, bisognerebbe prima spezzare il potere dei vari lobby e sindacati. Lo vedo quasi impossibile.

    KT

  2. Giorgio Andretta

    Ho compulsato maniacalmente il “Mauale delle giovani marmotte” e la raccolta di “Topolino” ma non sono riuscito ad evincere le dichiarazioni confindustriali citate nel post di cui sono coda.
    Dovrò scartabellare tra le materie di studio delle facoltà universitarie inerenti alla psichiatria con particolare attenzione alle cure proposte per sanare le specifiche patologie.

  3. Stefano

    …e se provassimo a salvare capra e cavoli ?!?

    Perchè Stato ed Enti locali che dispongono del denaro necessario, ma che non lo possono spendere per non registrare l’uscita come spesa infrangendo la legge di stabilità non vengono autorizzati a fornire alle imprese fornitrici finanziamenti pari al credito esistente ?

  4. Ugo Pellegri

    Dopo l’agenda Monti è un fiorire di enti ed istituzioni che propongono la propria agenda.
    Passi CGIL, ma non sarebbe più realistico e produttivo se Confindustria cercasse di migliorare quella quella del prof. Monti?
    Non sarebbe auspicabile un minor protagonismo ed una maggiore concretezza da parte di chi, per propria natura, deve essere concreto?

  5. Umberto

    Direi che più che liberista è opportunista: in molti punti si richiede l’aiuto dello stato fiscalizzandone il costo, cioè distribuendolo su tutti contribuenti (e se andiamo a guardare quali sono le classi sociali che contribuiscono di più al bilancio statale l’effetto è paradossale). In particolare mi riferisco a due punti: 1) “tagliare di 11 punti gli oneri sociali gravanti sulle imprese “in parte fiscalizzandoli”” in pratica non una richiesta di cambiamenti strutturali ma una richiesta di sgravio a danno della collettività. 2) per la copertura del piano Confindustria propone un mix di minori spese ma soprattutto di maggiori entrate (armonizzazione aliquote Iva; aumento imposta sostitutiva; armonizzazione oneri sociali) e nel contempo viene richiesta una riduzione dell’IRES dal 27,5 al 23%. Insomma, il piano è chiaramente e lecitamente lobbystico e quindi la conclusione, a mio avviso, è che un piano di parte non può rappresentare l’interesse collettivo e non può quindi sostituire la funzione politica dei partiti

  6. Giorgio Lanzoni

    Francamente mi è parsa una accozzaglia di proposte anche piene di controsensi.Gli industriali hanno speculato sui contratti di assunzione sui fondi pubblici, su tutti gli aiuti possibili inimmaginabili che gli sono stati dati in 30-40 di storia della repubblica eppure l’unica cosa che hanno saputo fare è creare disoccupazione,portare capitali e produzioni all’estero. La realtà è che i nostri industriali sono una massa di accattoni, la politica e i sindacati certo hanno anche le loro colpe in questo ma cavolo loro hanno fatto di tutto per approfittarsene. Adesso vengono a farci lezioni di moralità e impegno, ma forse è meglio che stiano zitti, tanto chiunque vada al potere farà sempre i loro interessi come per tutte le lobby (vedi banche:MPS). Concludo inoltre affermando con sicurezza che chiunque vada ed è in politica lo fa solo per interessi personali (e non solo Berlusconi!!!).

  7. Francesco_P

    Confindustria è corporativa. Vede il proprio orticello e partecipa al tavolo della “concertazione”, quel rito osceno che rappresenta la versione moderna della Camera dei Fasci e delle Corporazioni e che permette di rafforzare il sistema lobbistico e clientelare.

    Quello che serve è ridurre la pressione fiscale per tutti, imprese e famiglie, non per qualche settore o addirittura qualche azienda.

    Per ridurre la pressione fiscale non c’è alternativa: bisogna ridurre la spesa pubblica dando priorità alla chiusura dei mille rivoli in cui si disperde. In fondo la metafora popolare dello “Stato colabrodo che più ne versi più ne esce” è quanto mai rispondente al vero. Anche gli sgravi fiscali solo per alcuni sono uno dei tanti “rivoletti” in cui si disperdono i soldi delle tasse al pari delle opere iniziate e mai concluse, degli enti inutili, dei dipendenti pubblici in soprannumero, dei privilegi per politici e funzionari pubblici, ecc. …

    Permettetemi riflessione elettorale: per me “voto utile” significa non votare per chi partecipa al sistema spartitorio del denaro pubblico.

  8. Jack Monnezza

    @Francesco_P
    Concordo su definizione voto utile. Ma aggiungo: e che abbia anche qualche chance di denunciare/urlare la cosa da dentro il parlamento……

  9. Jack Monnezza

    Si. Confindustria e’ agente immobilismo quanto sindacati e forse più..
    Purtroppo liste FiD piene di rampolli confindustriali…..

  10. claudio di croce

    La Confindustria è il contraltare dei Sindacati . Si reggono a vicenda . Inoltre se penso che l’ex direttore di Confindustria è candidato nel PD , la mia opinione esce rafforzata .

  11. Jack Monnezza

    Grande Bobo in TV (con pronuncia perfetta): ” No taxation without ripresentation”.
    Ma perché fecero cadere il governo per non volere tagliare un poco le pensioni? Non ricordo…

  12. Marco Tizzi

    Proposte confindustria con molti punti di contatto col discorso di Camusso ieri.
    Ormai è un tuttuno.

  13. Alberto

    Abbiamo venti anni a disposizione? Se si allora il lbro dei sogni diventerebbe realtà. Ma non è così e le imprese diventano sempre pù gracili e mingherline!

    Unioncamere dice che
    i saldi imprese sono stati nell’ ordine:

    – 2010: + 72.530;
    – 2011: + 50.229;(-30,74% sul 2010)
    – 2012: + 18.911.(-62,35% sul 2011)

    Per quanto concerne la bilancia commerciale italiana, c’ è stato un gioco al ribasso tra noi e Germany, con saldo importazioni, consumi e PIL fortemente negativi e tenendo conto comunque che l’ andamento favorevole della svalutazione euro/dollaro nel 2012, ha fatto meglio a noi che ai tedeschi, confermando che svalutare non comporta per tutti gli stessi risutati ed a noi ha fatto sempre bene, con buona pace di Coco & C.

  14. claudio di croce

    @luciano pontiroli
    Si vede che ha deciso di continuare il declino arruolandosi sotto le bandiere rosse oppure aveva i conti bancari al MPS. l’assicurazione all’UNIPOL e qualche casa costruita dalle Coop, rosse. Non capisco cosa ci facesse alla Confindustria . Gli industriali che lo hanno nominato o sono scemi oppure ritengono la Confindustria sia un altro Ente inutile , come in Italia ce ne sono a migliaia .

  15. Edgardo

    A questi personaggi, tutti gli “insider”, non frega proprio nulla di fermare la cuccagna, pardon, il declino. Vanno dove c’è la cadrega assicurata.

  16. Johann G.

    Manca l’individuazione dei mali attuali:
    1- L’IDEA CHE L’INTERESSE DELLO STATO DEBBA PREVALERE SU QUELLO DEI CITTADINI
    Invertiamo il tipo di rapporto economico tra Stato – Imprese – cittadini:
    Compensazioni dei Crediti verso lo Stato e gli Enti Locali in F24
    Vietare il principio dell’inversione dell’onere della prova negli accertamenti fiscali
    Equanime trattamento fiscale per tutte le tipologie di impresa in materia di destinazione a riserva degli utili = Abolizione delle agevolazioni e detassazioni clientelari
    Ampliare le scelte di imprese e cittadini in materia di lavoro = ad esempio, come avviene in Svizzera, lasciare alcuni aspetti (periodo di prova, durata del contratto, cause di interruzione del rapporto) alla libera contrattazione)
    Uniformare il trattamento del pubblico impiego a quello del privato.
    2- ECCESSIVA PRESSIONE FISCALE E IMPOSSIBILITA’ DEL CONTROLLO DEL LIVELLO MASSIMO DELLE ALIQUOTE
    Seguiamo l’esempio della vicina Svizzera: inseriamo in Costituzione l’aliquota max delle imposte dirette e indirette ( art 128 e 130 della Costituzione Svizzera)
    e prevediamo l’obbligatorietà di referendum confermativo per eventuali modifiche a queste aliquote.
    Aboliamo il divieto di Referendum in materia di Fisco, Bilancio e Trattati Internazionali previsto dall’art. 75 della Costituzione Italiana.
    3- L’IDEA CHE SIA LA SPESA PUBBLICA A DETERMINARE IL LIVELLO DI TASSAZIONE
    Sulla scorta del punto 2. Bisogna invertire la relazione, E’ il livello di Tassazione (controllabile tramite referendum) a determinare la Spesa Pubblica e non viceversa.

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