Addio a Raimondo Luraghi (1921-2012) – di Luigi Marco Bassani

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Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, da Luigi Marco Bassani.

Un paio di settimane fa la “repubblica delle lettere” europea e americana ha perso un grande, grandissimo personaggio. Raimondo Luraghi, uno dei massimi storici della guerra civile americana al mondo ci ha lasciati dopo una intensa vita di studi, di affetti e amicizie. La scomparsa di Luraghi segue di pochi mesi quella di Eugene Genovese, storico del Sud degli Stati Uniti, con il quale lo studioso milanese (era nato a Milano e mi ha confessato di avere un rapporto profondo con questa città) condivideva interessi di ricerca, opzioni scientifiche e metodologiche, passioni per il suo oggetto di studio. Come il suo alter ego americano, Luraghi era uno storico marxista, anche se non troverete per lo più menzione di ciò nei ricordi scritti in lingua italiana. E invece il suo “marxismo culturale” non lo imbarazzava affatto, non era qualcosa da nascondere, ma una parte della sua vita sulla quale era tranquillissimo.

Ci conoscemmo circa vent’anni or sono, quando io scrissi una scortese lettera a Montanelli sul Corriere, accusandolo di ignorare l’abc della Guerra civile americana (giacché il giornalista toscano aveva semplicemente ripetuto le non veritiere banalità su Lincoln emancipatore degli schiavi). Finivo la lettera dicendogli: “In Italia lavora il maggiore studioso della Guerra civile, Raimondo Luraghi, si rivolga a lui se vuole lumi”. Il grande Indro mi diede una lezione di stile, pubblicò la lettera, mi rispose garbatamente e rimase sulle sue posizioni. Luraghi mi chiamò e mi disse che avevo ragione su tutta la linea, mi assolse per la mia sgarberia, considerandola colpa veniale dettata dall’età. Ma, mi fece sorridere al telefono il suo candore: “L’emancipazione degli schiavi non rientrava negli obiettivi di guerra del Nord … mi stupisco come Montanelli possa ignorarlo”.

L’amore per Dixieland era il nostro terreno d’incontro. Parlavamo spesso di come il Sud era stato espunto dalla memoria del Paese, alcuni suoi grandi personaggi “addomesticati” e incorporati nell’iconografia americana, altri semplicemente dimenticati. Sulla strada della modernità il New England è la perfezione, il “dover essere” di ogni più remota parte del Paese, mentre al Sud spetta il ruolo di antitesi assoluta e inconciliabile. L’attacco al passato sudista si mescola con un continuo processo di “rieducazione culturale”, del Sud vengono attaccati costantemente simboli, idee, retaggio. Tanto che Raimondo Luraghi scriveva: “Si deve […] concludere che è in atto una gigantesca operazione (orchestrata nel Nord e capeggiata prevalentemente da black muslims, da ideologi del politically correct e da altri estremisti) intesa a mutilare il Sud della propria storia”. Non male per uno storico marxista (e soprattutto alla luce dello zelante apprezzamento di Karl Marx per Lincoln e la causa del Nord).

Luraghi cumulava cariche su cariche. Studioso di storia militare aveva fondato ed era stato il primo presidente della Società Italiana per la Storia Militare (era stato, fra le altre cose, presidente dell’Associazione di Studi Canadesi, membro della National Geographic Society, dell’American Association for Military History e dell’U.S. Naval Institute). Noto come professore di storia americana dell’Università di Genova, le sue prime mosse da storico sono tuttavia fortemente collegate al suo impegno nella Resistenza. Ne è testimonianza il suo primo libro, del 1953, Il movimento operaio torinese durante la Resistenza. Ma anche il Risorgimento fu uno dei suoi iniziali interessi di ricerca con Pensiero e azione economica del conte di Cavour, del 1961.

Dopo aver frequentato a lungo le università americane e canadesi (fra le altre, Harvard, Richmond, Notre Dame, NYU) pubblicò nel 1966 la sua opera più nota in Italia, Storia della Guerra civile americana (1861-1865). Con History of the Confederate Navy, la traduzione di Marinai del Sud – Storia della Marina confederata nella Guerra civile americana, del 1993, vinse il “Premio Roosevelt” per la storia navale, cosa della quale andava ben comprensibilmente orgoglioso, essendo stato il primo straniero ad avere tale onore. A History of the Confederate Navy è forse la sua opera migliore, giacché cambia il corso di decenni di studi sulla marina sudista. Se questa era stata considerata largamente inefficiente era solo perché non era stato ben compreso il suo vero compito, che non era quello di forzare il blocco navale nordista, ma semmai di prevenire un’invasione via mare. A me piace molto anche The Rise and Fall of the Plantation South (New Viewpoints: New York, 1978) un’opera di sintesi che forse non ha avuto tutto il successo che meritava.

Se lo studioso Luraghi era grandissimo, mi piacerebbe però spendere due parole sull’uomo che ho conosciuto (ahimè, troppo poco). Raimondo mi ha lasciato l’impressione di una figura appartenente a un Paese migliore (che si inabissa e come Atlantide e mi pare destinato a scomparire sempre) e del quale ho avuto contezza attraverso un manipolo di persone nate nella prima metà del secolo scorso (mio padre, Gianfranco Miglio, Franco Andreani, lui stesso e pochi altri).

In macchina, qualche anno fa, mi raccontava dei suoi problemi di salute con uno stile da vero gentiluomo. Colta nei miei occhi una certa partecipazione ai suoi problemi, si era subito sentito in dovere di tranquillizzarmi:  “Che vuoi, non ti preoccupare, non vorrei averti guastato l’umore. Alla mia età, in ogni caso, queste cose si cronicizzano, son lentissime”. Anche sulla professione di storico mi aveva confidato alcune perplessità. Riguardo l’ossessione dello storico per le fonti, mi ricordava di averla condivisa all’ennesima potenza, tanto da aver ricontrollato tutto ciò che era stato pubblicato. “Pensa che ho passato sette anni della mia vita a vagliare uno per uno tutti i documenti inseriti nei records ufficiali del governo americano sulla Guerra civile. Ho trovato una decina di errori. Che senso ha una ricerca del genere, adesso me lo chiedo veramente”. Francamente non saprei cosa rispondere, né a lui, né ad altri, ma certo che per padroneggiare la materia di studio da par suo caso, occorre passare migliaia e migliaia di ore di una noia inaudita. Come si dice in America, il genio è novantanove percento sudore (perspiration) e un percento ispirazione.

Mi piace render pubblica l’ultima email che mi ha spedito, datata agosto 2012, solo per mostrare quanto energico e avido di vita fosse il mio amico Raimondo Luraghi appena qualche mese or sono.

Carissimo Bassani,
è sempre un piacere ricevere tue notizie. Spero che questa mia riesca a raggiungerti … in capo al mondo, dove ti trovi. Non mi stupisce affatto l’atteggiamento del tuo vecchio professore [gli avevo raccontato un piccolo episodio nel quale venivano fuori tutti i pregiudizi degli americani del Nord sul Sud degli Stati Uniti]. Al tempo della prevista elezione di Carter io ho sentito dei democratici del Nord dire: “mai un uomo con l’accento sudista alla Casa Bianca!” In altre parole, preferivano un (odiato) repubblicano invece di un uomo del loro Partito. Così va il mondo: e non c’è da stupirsi. […] Buon soggiorno e saluti cari dal tuo Raimondo Luraghi.

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