27
Dic
2012

“High wages”: J. Carter, un omaggio alla self made woman

High Wages” di Dorothy Whipple è un coinvolgente e piacevole romanzo che racconta l’evoluzione di una ragazza virtuosa ma umile che diventa un’imprenditrice di successo e, attraverso l’affermazione di sé stessa, riuscirà a fare del bene anche agli altri.

La protagonista, Jane Carter, è un’orfana del Lancashire, con tanto di matrigna non troppo buona, che deve combattere quotidianamente contro i soprusi di un antagonista approfittatore, in questo caso, il suo datore di lavoro, Mr. Chadwick. A differenza delle favole, però, Jane non è una principessa che ha bisogno del principe per essere salvata, ma una ragazza comune che si salva da sola raggiungendo la piena realizzazione di sé grazie solo alle proprie capacità e al proprio spirito imprenditoriale.

E’ il 1910 e, rimasta con pochi risparmi, l’adolescente Jane Carter trova lavoro nel negozio di un commerciante di tessuti: se inizialmente questa sembra essere la sua massima ambizione e realizzazione, man mano che cresce e acquisisce esperienza, si rende conto di valere molto e di poter diventare sempre più indipendente, di non aver bisogno di qualcuno che si occupi di lei, o che le dia lavoro e cibo. Dieci anni dopo, la ragazza riuscirà ad aprire, con successo, il suo negozio.

Tenacia e capacità di trasformare le avversità in vantaggi contraddistinguono il suo carattere: nonostante tutti i problemi, continua ad amare il suo lavoro, a dimostrare il proprio valore, consapevole che le sue capacità e le sue idee sono ormai indispensabili per il negozio. Seppur giovane, possiede tutte le caratteristiche e doti di una vera e propria imprenditrice kirzneriana: la ragazza è una “scopritrice” a tutti gli effetti, capace di cogliere opportunità dove gli altri non ne vedono, di evolvere in base al modificarsi dei gusti e delle esigenze dei consumatori e del mercato, ha una vera e propria visione imprenditoriale e senso degli affari: quando la sua cliente e amica Mrs. Briggs, ponendo la sua fiducia in lei, proporrà di prestarle il denaro per aprire il suo negozio, Jane sa già esattamente tutto ciò di cui ha bisogno per riuscire nel business. Quando scopre che il suo datore di lavoro la deruba, lei non soffre soltanto per il furto del denaro o per la perdita di fiducia nei confronti del capo, ma perché così facendo lui disincentiva la condivisione delle idee che potrebbero migliorare gli affari. Quando una delle clienti più importanti, nonché membro dell’alta società, la signora Greenwood, insiste affinchè Jane sia licenziata a causa di un equivoco, minacciando di non essere più sua acquirente, la ragazza convince il capo a tenerla dimostrando che con il suo lavoro gli consente di guadagnare più di quanto potrebbe fare la signora Greenwood con i suoi acquisti.

Nel corso della storia Jane si trasforma in donna coraggiosa e consapevole di sé grazie a un continuo processo di apprendimento: tanto Mr. Chadwick è stato imbroglione e tirchio, tanto lei quando arriverà a ricoprire il suo medesimo ruolo sarà in grado di fare del bene anche agli altri, non sfrutterà i suoi dipendenti e riuscirà addirittura a ricambiare l’aiuto dei Briggs, che inizialmente le prestano il capitale per la sua attività, ma poi cadono in miseria. L’imprenditore cattivo che pensa al suo profitto è quello che non ha capacità né visione manageriale, ed è lo stesso che la sminuisce e cercherà di ostacolarla (rimarcando la sua giovane età, la sua mancanza di esperienza e facendole false promesse), riversando su di lei le sue frustrazioni, incapace di ottenere da sé stesso ciò che vuole e, per questo, invidioso. Jane è e resta indipendente e fedele a sé stessa, ai propri principi e valori, sicura di sé, incurante delle convenzioni dell’epoca che vogliono le donne sposate e mantenute dai mariti. Arriverà così a realizzare le sue ambizioni non raggiungendo solo un profitto economico, ma anche e soprattutto personale, sottolineando le ripercussioni e le conseguenze morali del business: Jane è infatti felice che il denaro che possiede possa aiutare gli amici che erano stati tanto generosi con lei.

Il profitto è dunque la remunerazione della “scoperta imprenditoriale” e della sua capacità di vedere e saper correggere e migliorare gli errori altrui, ma non è una ricchezza solo personale, può creare reddito e benessere per la collettività nel complesso, assumendo un valore etico contrapposto all’interesse personalistico proprio del business del suo datore di lavoro, che lei ha dovuto subire e da cui è pronta a prendere le distanze.

Lontano dall’essere un’avida e fredda imprenditrice che tutela solo i propri fini, il suo coraggio, indipendenza e generosità la renderanno anche capace di rinunciare coraggiosamente al suo amore e alla sua felicità per il bene di altre persone. Pure in questo caso, non si farà scoraggiare: è pronta a lasciare tutto e partire per Londra per ricominciare da zero. Il suo negozio e il suo successo non sono il punto di arrivo: la ragazza non si ferma ma neppure fugge, non ha l’arroganza di chi ha raggiunto tutte le sue ambizioni, sa continuare a trasformare gli impedimenti in opportunità, è ancora pronta a mettersi in gioco. Non per niente, il romanzo si chiude con “questa non è una fine”.

Jane Carter, seppur inizialmente  povera e sola, non è né si considera mai una debole da salvare, non é una femminista, non è mai mascolina, non è una Robinson Crusoe al femminile, ma una vera donna molto determinata, completamente artefice del proprio destino. Un personaggio reale e ancora attuale, con la sua visione imprenditoriale, coraggio, forza, amore per la vita, rispetto per l’amicizia e passione, rappresenta la donna moderna, realizzata e indipendente, che diventa tale non grazie ad aiuti esterni, ma grazie solo ai propri meriti.

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5 Responses

  1. IVANA

    E’ per questo motivo che detesto le “quote rosa”: quella percentuale assolutamente obbligatoria di donne che si deve mettere ovunque oggi….Ma se all’inizio del ‘900 c’erano donne come Jane Carter, e c’erano! che ci hanno trasmesso quella capacità di affermarci per i nostri meriti, realizzando la vita che vogliamo, indipendenti economicamente soprattutto, senza bisogno del femminismo che ha prodotto più danni che vantaggi, allora mi chiedo cosa direbbe oggi una Jane Carter delle quote rosa?
    Ragazze, realizzate le vostre ambizioni, trasformate gli impedimenti in opportunità, studiate, faticate, lavorate, non vi lasciate regalare nulla (che non sia veramente gratuito). La Marcegaglia è una donna, la Camusso anche, i ministri Fornero, Severino e Cancellieri pure, per non parlare delle nostre scienziate come Margherita Hack…… anche se non diventeremo certo tutte ministro noi ci sappiamo ritagliare la nostra “quota di vita che vogliamo” indipendentemente da quella che ci riservano coloro che pensano che altrimenti non ce la potremmo fare!

  2. Riccardo

    Mi piacerebbe capire quali sarebbero i danni provocati dal femminismo! Il femminismo e stato solamente un fenomeno sociale, funzionale allo svilupo della nostra societa, che come tutti i fenomeni ha avuto pregi e difetti, ma senza questi fenomeni la nostra societa non sarebbe la stessa, e direi che tutto sommato la nostra societa non mi sembra tanto male, se paragonata sia al passato che con quelle coesistenti in altre regioni del mondo

  3. Riccardo

    Se nel principale consiglio della fed ci sono tre donne su sette mentre in quello della bce sono zero, contravvenendo alla statustica faccio fatica a credere che non esista una discriminazione di genere per la bce

  4. Enrica

    Credo che oggi l’ostacolo principale alle nuove attività condotte da donne – ma anche da uomini – non siano tanto la tenacia, i pregiudizi o le convenzioni della società (donne casa e famiglia no carriera, uomini lavoro e carriera) ma la difficoltà di reperire fondi, se già non si hanno per famiglia o altro, per dare concretezza alla proprie idee.
    Il sapere, se non si ha un salvagente economico, che tutto quello per cui lavori e fai sacrifici potrebbe essere perso prima ancora che cominci a dare i suoi primi piccoli frutti.

  5. IVANA

    @Riccardo
    e per questo motivo dovremmo accettare la quota rosa nel consiglio della Bce?
    No grazie, quando ci sarà una donna realmente interessata a quella posizione se la prenderà con le sue forze. Quello che ci serve sono solo delle robuste politiche di supporto alla famiglia per dare “concretezza alle proprie idee” come dice Enrica.
    Se almeno il 60% delle donne lavorasse aumenterebbe il nostro pil del 7%(dice l’agenda Monti….). Bene, vogliamo solo lavorare, la nostra Christine Lagarde è già nata e forse non è nemmeno tanto piccola….

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