Il Gosplan della sanità

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L’ultimo regolamento sui nuovi standard ospedalieri previsto dalla spending review sa di vecchio. Nel testo si definiscono i nuovi standard per posti letto ospedaliero, in un’ottica di pianificazione centralizzata a scapito della libertà di scelta del paziente. A una prima occhiata, il provvedimento parrebbe ragionevole: non si parla forse da anni di razionalizzare la rete ospedaliera?

C’è razionalizzazione e razionalizzazione. Il regolamento stabilisce per ogni ospedale uno standard di 3,7 posti letto per 1.000 abitanti e tasso di ospedalizzazione del 160 per 1.000 abitanti, tenendo conto della mobilità attiva e passiva. I tagli saranno relativamente (da principio) inferiori nelle regioni che attirano più pazienti, ma non si tratta di un meccanismo premiale per quanti abbiano saputo offrire cure di qualità che attirano pazienti da altre Regioni.

L’offerta crea la domanda: le riduzioni nell’offerta di posti letto causeranno infatti una minore libertà di scelta dei pazienti che, se anche fossero scontenti del servizio loro offerto, non potrebbero andare a farsi curare dove ritengono che il servizio sia migliore perché potrebbero non trovare un posto letto disponibile. Questo non in virtù del fatto che un certo ospedale ha meno sistemazioni disponibili perché la domanda è minore, ma perché a priori è stato così stabilito. Col righello ed il compasso da Roma, anziché lasciando che domanda ed offerta si incontrino.

I pianificatori sembrano pensare che la qualità delle cure sia omogenea in tutte le strutture e in tutto il Paese. La questione sarebbe perciò meramente “tecnica”: leviamo posti letto per fare efficienza.

Sfortunatamente, come ben sappiamo e come testimoniano almeno in parte le migrazioni da Regione a Regione, non è così. La razionalizzazione che tutti vorremmo è quella nella quale a chi offre qualità è data la possibilità di offrirne di più, e a chi fornisce cattive prestazioni è tolta la possibilità di fornirle. L’impostazione del Ministero va nella direzione opposta.

Si finirà per costringere un numero crescente di pazienti a curarsi dove c’è una sistemazione disponibile, e non devo desiderano o preferiscono, facendo così crescere la domanda sanitaria di alcune strutture per merito del numero di posti letto messo a disposizione e non per le proprie prestazioni.

L’esito è una minor libertà di scelta per i cittadini, che implica a sua volta una (ancora) minore competizione tra strutture sanitarie e tra sistemi sanitari regionali e, dunque, anche minori incentivi a migliorare le proprie performance. Non solo: determinerà la sopravvivenza prima e la crescita poi di ospedali in qualche misura pericolosi per i malati, avvantaggiando proprio quelle regioni che finora hanno offerto un servizio di qualità inferiore e determinando quindi uno scadimento piuttosto che un miglioramento del servizio nel complesso.

Non è pianificando la riduzione del numero di posti letto ex ante che si riducono i costi e si migliora la performance del sistema. La libertà di scelta del paziente è uno degli elementi più positivi del nostro sistema sanitario nazionale: riconosce un diritto del malato, consente un minimo di competizione fra strutture. Fare economie riducendo la (già modesta) concorrenza e castrando la (già fiacca) libertà consegna i pazienti italiani al triste destino dei capponi di Renzo.

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