L’acqua si paga, eccome

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Lunedì a Milano si è tenuta la Conferenza Nazionale sulla Regolazione dei Servizi Idrici, un’occasione per fare il punto della situazione e per coinvolgere, tramite le audizioni pubbliche, i diversi attori del settore idrico nelle decisioni regolatorie, a oggi di competenza dell’Autorità dell’Energia Elettrica e del Gas in virtù della legge 201/11.

Il quadro che ne è emerso è quello di un settore ancora immobile e incapace di risolvere le distorsioni e carenze che lo caratterizzano ormai da molti anni, anche a causa dell’incertezza seguita al referendum. Brevemente (si rimanda al sito dell’AEEG per ulteriori approfondimenti):

–       perdite di rete superiori al  30%,  le  più  elevate  d’Europa e molto lontane dalla best practice tedesca (7,3%);

–       consumi molto elevati, pari a 44 miliardi di metri cubi/anno, che potrebbero mettere a dura prova la disponibilità futura di tale risorsa;

–       costo dell’acqua fra i più bassi d’Europa, pari in media a poco più di un euro a metro cubo di acqua, valore superato solo in Romania e molto ridotto rispetto agli oltre 4 euro nel Regno Unito e ai tre euro di Francia, Grecia, Svizzera e Finlandia;

–       15%  della  popolazione non servito dal sistema fognario;

–       depuratori insufficienti o addirittura inesistenti per un italiano su tre;

–       discontinuità nell’erogazione, soprattutto al Sud, dove ci sono anche i maggiori problemi di scarsità;

–       stratificazione e, quindi, incertezza normativa, con conseguenti sovrapposizioni di competenze e significativi inadempimenti;

–       coesistenza di diversi metodi tariffari;

–       elevato  numero  di  soggetti coinvolti tra Autorità d’ambito,  enti locali e un elevato numero di operatori, di cui a livello nazionali non esiste un’anagrafica completa;

–       rischio di sanzioni europee, con riferimento in particolare alla violazione di direttive relative alla protezione dell’ambiente dagli scarichi di reflui urbani (in parte disapplicata da 20 anni) e ai limiti di presenza di sostanze  quali  arsenico e  fluoruro nell’acqua destinata al consumo umano.

Quello idrico è infatti un servizio che ha vissuto di rendita per anni, incapace non solo di ammodernare, ma addirittura anche solo mantenere le infrastrutture esistenti (del resto la percentuale di realizzazione degli investimenti rispetto alle previsioni dei Piani di ambito risulta solo del 56%): per rimediare a tale ritardo nei prossimi 30 anni saranno necessari almeno 65 miliardi di euro, ma si tratta molto probabilmente di una stima per difetto.

A tal fine, l’Autorità sta lavorando per un nuovo metodo tariffario nazionale: in seguito a una tariffa transitoria, si arriverà a definirne una unica per ambito territoriale. Il nuovo sistema tariffario dovrà garantire la sostenibilità economica tenendo conto sia della qualità del servizio tecnico che dei parametri ambientali attraverso il rispetto del principio “chi inquina paga”, assicurare la piena copertura dei costi di esercizio e degli investimenti, prevedere una tariffa sociale per gli utenti in fasce economicamente disagiate. Saranno inoltre introdotti e sviluppati strumenti integrativi tra cui, ad esempio, la costituzione di fondi rotativi destinati agli investimenti nel settore idrico o i water bond.

È evidente che molto probabilmente le tariffe aumenteranno, sia per recuperare il ritardo infrastrutturale, sia per adeguarsi agli standard europei, sia perché verranno meno i finanziamenti pubblici ormai non più economicamente sostenibili né disponibili (né giustificabili da un punto di vista di efficienza economica ed equità distributiva). Tuttavia, è probabile che tali incrementi consentiranno anche di mantenere maggiormente sotto controllo i consumi, con ripercussioni positive dal punto di vista ambientale.

Restano irrisolti i nodi relativi al numero elevato, probabilmente eccessivo, di gestori (più di 114, mentre in Inghilterra e Galles, per una popolazione simile alla nostra, sono solo 10), alla mancanza di informazioni e alla certezza e stabilità normativa, fondamentale in un settore dove gli investimenti immobilizzano quattrini anche per 30-40 anni.

Tra gli altri problemi, anche quello di fornire misuratori individuali negli edifici condominiali, in modo da incentivare un maggior controllo dei consumi (senza, tutti pagano per tutti, quindi il sovraconsumo è inevitabile), e la definizione di un responsabile della manutenzione delle bocche antincendio, a oggi non disciplinate. Probabilmente, inoltre, sarebbe opportuno pensare di ridefinire gli ambiti non più inbase a criteri amministrativi, funzione del controllo politico, ma geografici, sul modello dei “bacini idrografici” francesi (bassins versants o hydrographiques) .

L’autorità sta dando la priorità al metodo tariffario, certamente un aspetto critico riscontrato da molte ATO. Un’unica tariffa per ambito consentirebbe invece di realizzare, sempre sull’ esempio inglese, un confronto tra i costi e le performance dei diversi gestori: tenendo ovviamente conto anche della qualità del servizio offerto, tali comparazioni simulerebbero l’effetto competitivo e, quindi, incentiverebbero il miglioramento di efficienza tramite la competizione, pur nel rispetto dell’esito referendario. Si aupica, così, anche un maggior rispetto degli interventi previsti dai Piani d’ambito.

 

 

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