20
Nov
2012

Le quote rosa e la discriminazione inesistente

Il dibattito sull’introduzione delle quote rosa verte intorno al concetto e al timore che le donne subiscano una discriminazione nel mondo del lavoro per il solo fatto di appartenere al genere femminile.

Si è già mostrato che, sebbene sia vero che attualmente ci sia una maggior presenza maschile, nel mondo del lavoro in generale e ai vertici in particolare, tali differenze con il tempo si stanno spontaneamente riducendo. Questo trend suggerirebbe quindi che le differenze di genere siano spiegate soprattutto da motivazioni di carattere culturale, piuttosto che da discriminazione.

Anche i dati sulle differenze salariali sembrerebbero confermare questa tesi: infatti, l’Italia non solo è uno dei Paesi dove è minore la differenza salariale nel 20mo percentile, ma nell’80mo è anche l’unico dove la differenza di genere diventa negativa, per cui le donne occupate negli impieghi più redditizi guadagnano di fatto più degli uomini.

Fonte: Oecd

Il nostro Paese è inoltre quello con la differenza salariale media inferiore: seppur, quindi, possa essere arduo l’ingresso nel mercato del lavoro – in parte spiegabile con un fenomeno di adverse selection, in parte anche perchè alcune donne scelgono deliberatamente di non lavorare – è pur vero che una volta dentro, le donne non sembrano discriminate dal punto di vista salariale.

Fonte: Oecd

Per verificare questa tesi sono state fatte girare alcune regressioni, controllando per livello di educazione, occupazione, settore, numero di anni nel mercato del lavoro ed esperienza lavorativa, disabilità, età e per variabili continue, oltre che per il quadrato delle variabili stesse, così da poter cogliere eventuali non linearità. I risultati, relativamente agli occupati con più di 25 anni e impiegati full-time, mostrano che l’Italia risulta avere il minor gap salariale sia con riferimento al salario orario che a quello mensile: in particolare, il gap del primo è pari al 12%, come in Spagna, ma minore del 15% di Inghilterra e Austria; relativamente al secondo, in Italia e Spagna è pari rispettivamente a 16% e 15%, mentre in Austria e Inghilterra è del 20% e 21%. Segno che le donne lavorano un numero di ore sostanzialmente equivalente agli uomini.

L’assenza di discriminazione, anche ai vertici, risulta confermata dal fatto che in Italia la proporzione di donne con responsabilità manageriali è tra le più alte e, comunque, superiore alla media Ocse.

Fonte: Oecd

Inoltre sembrerebbe che il lavoro femminile sia particolarmente concentrato in un numero relativamente basso di posizioni occupazionali: parte delle differenze potrebbero quindi essere spiegate dal fatto che i settori dove l’occupazione femminile è maggiore sono quelli con una minore crescita occupazionale.

Fonte: Oecd

Il cosiddetto sesso debole non sembra dunque essere così debole da aver bisogno di aiuti esterni, come le quote rosa, per emergere nel mercato del lavoro. È invece sempre più evidente che le differenze sono spiegate da motivi culturali, più che di effettiva discriminazione: non è quindi auspicabile intervenire tramite strumenti quantitativi che premiano la partecipazione femminile per il solo fatto di appartenere a un certo genere, piuttosto che per il merito.

Si ringrazia Thomas Manfredi per i dati e i suggerimenti forniti.

 

You may also like

Scuola: boicottare le prove INVALSI è orrore
La riforma Profumo: merito? Si, ma non per tutti — di Davide Meinero
Pari opportunità: ambiguità e contraddizioni delle quote rosa

7 Responses

  1. E’ proprio per incidere sui fattori “culturali” che sono necessari strumenti come l’affirmative action! Cito Herminia Ibarra di INSEAD: “We all know that cultural attitudes are probably the hardest thing to change. On how to do it, I subscribe to the view most eloquently stated by management guru Richard Pascale: “Adults are more likely to act their way into a new way of thinking than to think their way into a new way of acting.” That’s why I agree with Viviane Reding when she says, “I don’t like quotas, but I like what they do.””

  2. giorgio lanzoni

    Mi ripeto, la questione uomini donne nel mondo del lavoro la si relega a una mera questione di maschilismo, discriminazione verso il gentil sesso,questione culturale; certo tutte argomentazioni valide, ma tutte, in questo momento in questi tempi completamente fuorvianti.Come per l’uomo vale anche per la donna, cioè la capacità e la preparazione professionale.I danni li può creare il dirigente maschio come la femmina, ne abbiamo un esempio lampante in questi vent’anni di sciagurata politica. Donne come la Bindi,la Fornero,la Cancellieri hanno e stanno facendo danni tanto quanto i loro ex colleghi maschi. Allora dov’è il vero problema ??L’Italia va male perché ci sono poche donne al potere??……..mi sembra una enorme baggianata e per favore basta usare termini o citazioni in inglese per sfoggiare la Vs cultura superiore ….parlate come mangiate che da noi le cose vanno male proprio perché non ci si capisce( altro che choosy).

  3. maurizio sala

    Buongiorno Dottoressa Quaglino.

    Opero in un settore ultra-maschilista che, seppure in grave crisi, non decide di rivolgersi alle Donne “abbassando i toni”: l’automotive.

    Ma visto come stanno andando le cose nell’automotive italiana “se proprio non si vuole cambiare per cultura, che si cambi per business!”

    Dia un’occhiatina a questo post contenente degli interessanti dati e qualche spunto di riflessione: http://www.automotivespace.it/auto/automobile-e-femmina/

  4. Nik

    @ Giorgio Lanzoni…ha perfettamente ragione! Inoltre nella Pubblica Amministrazione,con dati al 2006 sono in presenta oltre 300 mila donne in più dei maschi,mentre è difficile constatare stesso numero nei cantieri…
    Dovrebbero fare “quote azzurre” dopo che si constata quanti lavori usuranti siano solo per maschi.

Leave a Reply