15
Nov
2012

Società di capitali e professione forense, tra divieti e desideri

Nell’estate scorsa, mentre gli ordinamenti professionali venivano riformati da un regolamento della presidenza della Repubblica (d.P.R. 7 agosto 2012, n 137), in Parlamento tornava accesa la discussione sulla riforma dell’ordinamento forense, ora in terza e probabilmente definitiva lettura in Senato.

La legge, che nel testo originario ricalcava le posizioni più conservatrici del mondo forense, in primo luogo quelle dell’Organismo Unitario dell’Avvocatura e del Consiglio nazionale forense, torna a sottolineare una presunta specificità dell’avvocatura rispetto alle altre professioni, giustificando in tal modo una serie di limiti, restrizioni e prerogative utili, secondo i soggetti innanzi detti, a tutelare il prestigio, la dignità e la serietà professionale.

Tra le altre disposizioni, il progetto di legge affronta quella delle società di capitali. Dopo essere stata vietata in assoluto dalla prima bozza, è tornata nel testo in sede di esame alla Camera dei deputati attraverso la previsione di una delega al governo affinché regoli l’esercizio, in forma societaria, della professione forense.

Tra i criteri per l’esercizio della delega compaiono la riserva di qualità di socio ai soli avvocati iscritti agli albi, e quindi l’esclusione del socio di investimento, e il divieto di nominare, tra gli amministratori della società, soggetti estranei alla compagine sociale e di qualificare come redditi di lavoro autonomo, anche a fini previdenziali, i proventi prodotti dalla società.

Dietro la rigidità di una simile disciplina stanno le preoccupazioni del Consiglio nazionale forense e dell’Organismo unitario dell’avvocatura di “inquinare” gli studi professionali con capitale privato estraneo alla compagine professionale. L’“inquinamento” sarebbe dovuto, come ha detto il presidente dell’Oua Maurizio de Tilla, alle “interferenze dei poteri forti nella gestione degli studi professionali con perdita di identità dei professionisti”, o – peggio ancora – nell’introduzione della “delinquenza organizzata [che] possa, attraverso società finanziarie, interferire sull’indipendenza dei professionisti” (V. Litta, “Per gli avvocati resistenza fa rima con previdenza”, in Finanza Mercati, 7 febbraio 2012). Al di là della retorica delle etichette più banali (lo sporco capitale privato vs la limpida professione forense), sarebbe interessante capire se le preoccupazioni di coloro che si ritengono rappresentativi di tutto il vasto e variegato mondo forense siano realmente condivise da quel mondo.

A tal proposito, torna utile un’’indagine a cura di PBV & Partners, su una base di più di 1.000 soggetti tra gli studi legali associati italiani.

Dall’indagine emerge che buona parte dei professionisti valuterebbe, se ne avesse l’opportunità, la trasformazione del suo studio in una società di capitali, non solo con altri studi o altri professionisti, ma anche con società, banche e investitori finanziari.

Risulta quindi che, a fronte delle dichiarazioni dei soggetti “rappresentativi”, la categoria sembra molto più curiosa, aperta e interessata alla novità della forma societaria, specie per la possibilità di aprirsi a nuovi modelli di prestazione di servizi più adatti a competere nel settore sia a livello nazionale che internazionale. Il 69% degli intervistati ritiene infatti che le società di capitali rappresentino un’opportunità di crescita per gli studi professionali, mentre solo il 31% crede che esse possano essere un rischio concreto per lo sviluppo della professione. Tale convinzione è motivata dalla possibilità per le grandi realtà professionali di scegliere modelli societari più adatti alla crescita dimensionale per il 20% degli intervistati, dalla riduzione degli oneri fiscali per il 23%, dalla possibilità di accesso a nuove forme di finanziamento per il 19%, dall’apertura a nuovi modelli di business a società di servizi professionali integrate per il 17% e, infine, da una migliore gestione della governance interna per il 21%.

Così, ben la metà degli intervistati valuterebbe la possibilità di creare una società di capitali con un investitore istituzionale, e il 46% quella di integrare la sua struttura in una società di capitali con lo spin off di un ufficio legale di una grande società o banca.

È, quella della competitività della categoria non solo nel contesto nazionale ma anche in quello internazionale, una esigenza molto avvertita nel mondo forense, ma forse poco sentita nell’ambiente che ritiene di rappresentarlo dimenticando, invece, gli aspetti più dinamici e evolutivi della libera professione.

Altre domande del sondaggio:

 

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15 Responses

  1. …ed io che pensavo di essere l’unico avvocato favorevole a questa riforma in tutta Italia!
    Un ringraziamento sentito a Serena Sileoni per la doverosa opera di trasparenza su questo argomento che è la miglior riprova che OUA e CNF sono rappresentativi solo di alcuni avvocati.
    Probabilmente di quelli che considerano come una minaccia ad interessi economici (ben) consolidati, ogni intervento teso a creare almeno in potenza una qualche forma di concorrenza.
    Gli altri (tanti) avvocati, che la concorrenza son costretti a farsela da quando han superato l’esame di stato, con il solo fine di sopravvivere, e non certo di arricchirsi, dovranno accontentarsi di gloriarsi della “limpidezza” della professione forense.
    Alla fin fine, è solo un altro declino da fermare.

  2. Luciano Pontiroli

    Sara Sileoni ha pubblicato i risultati di un’indagine sugli orientamenti di un campione limitato, per quanto non piccolo. Dubito che sia un campione rappresentativo della professione.
    A parte ciò, il fatto che un certo numero di avvocati – che già appartengono a studi associati – non abbiano eccessivi timori di fronte all’ipotesi di partecipare ad una società controllata da un socio esterno alla professione, non è sufficiente a dimostrare che i rischi paventati da altri non sussistano. Il socio di capitali mirerà ad un rendimento che potrebbe richiedere la compressione dei compensi dei soci professionisti e, in ogni caso, finirà per influire sulle scelte di fondo.
    L’dea dello “spin-off” dei dipartimenti legali di grandi imprese e banche piacerà ai soci di queste, molto meno ai legali che vi lavorano.

  3. marziano

    secondo me è comunque una legge inutile perchè superata dalla realtà in cui vorrebbe incasellarla.
    già oggi molti studi legali, specie di matrice anglosassone ma non solo, sono società di capitali: scelgono solo certi settori a c.d. reddività elevata e ne trascurano altri (di solito, contenzioso, famiglia e successioni). questo perchè come noto non piace dover billare al cliente le attività di studio e di ricerca (sostanziale e processuale) che pre-esistono ad un atto giudiziario di diritto civile, attività tra le più complesse e pericolose per un avvocato civilista coscienzioso, mentre su un qualunque contratto alla base di una operazioni di natura stragiudiziale (p. parasociali, finanziamenti, acquisizioni di partecipazioni, traferimenti d’azienda, joint-ventures, appalti, etc. etc.) ci si possono buttare su tutte le ore che si vuole anche quando si tratta di attività di modifica del wording. il problema è che fare le cose bene in Italia è costosissimo dato l’elevatissimo grado di incertezza del diritto dato da continui interventi del legislatore civile, completamente disorganici, si intende, in ogni ambito. abbattere i costi della consulenza legale, almeno quella giudiziale, non è un bene, è un male ma soprattutto non deve essere incentivato in alcun modo.

  4. Mike

    Il nostro legislatore (in palese conflitto di interessi, data la quantità di avvocati che riempiono le aule parlamentari) insiste a non voler fare i conti con la realtà, fatta di una moltitudine sterminata di avvocati giovani e non più giovani che lavorano, di fatto, alle dipendenze di altri colleghi, senza orari, tutele, per compensi da fame e con scarse prospettive di crescita professionale. La “tutela del prestigio, della dignità e della serietà professionale” è da sempre una scusa che viene accampata per difendere lo status quo. Magari fosse riconosciuta legalmente la figura dell’avvocato – lavoratore dipendente; magari ci fosse la possibilità di costituire liberamente società di capitali tra avvocati e “capitalisti”; magari….. .

  5. Alfredo

    Gli avvocati stanno tentando di tutto per farsi una riforma su misura.
    Uno dei punti che vogliono riguardare rispetto al DPR 137/2012 è l’introduzione, con l’art. 18 del PdL 3900 C, della incompatibilità all’iscrizione all’Ordine per chi ha un contratto di lavoro dipendente.
    Mi auguro che tutte le persone di buon senso continuino a difendere il futuro dei nostri giovani, la libertà professionale,il diritto di lavorare e l’art. 2 delDPR 137/2012.
    Con cordialità.
    Alfredo

  6. luciano pontiroli

    @Mike
    … fosse stimolata la formazione di sindacati degli avvocati-dipendenti per lottare contro gli avvocati-padroni e i capitalisti-padroni, fino alla stipuazione di contratti collettivi che garantiscano il posto fisso ad alcuni ed escludano gli altri (i giovani) …

  7. Mike

    X il Sig. Luciano Pontiroli

    Riscontro volentieri la Sua critica, garbatamente ironica.

    1. Non penso affatto che si debba costituire una nuova casta sindacalizzata degli “avvocati – dipendenti”. Tutto il contrario. Sono un liberale, liberista e mercatista. Il mio unico comandamento è il merito. Quindi nessun posto fisso garantito a prescindere dal merito e dall’utilità del professionista assunto. Se un “avvocato – lavoratore dipendente” è preparato, capace, produttivo e utile, mantiene il posto, altrimenti va casa o a fare qualcos’altro. E’ quello che, di fatto, succede da sempre, secondo le regole del libero mercato. O quasi. Perché attualmente “l’avvocato – lavoratore dipendente”, ancorché preparato, capace, produttivo e utile non è giuridicamente riconosciuto come tale in Italia. Quindi, non ha alcun diritto. Immagino che Lei conosca bene la realtà, tutt’altro che “dignitosa, prestigiosa e seria”, dei tanti “avvocati – lavoratori dipendenti di fatto” che lavorano sodo senza orari, rimborsi spese, compensi commisurati al lavoro svolto, ferie, etc.. E che magari vengono utilizzati impropriamente anche come segretarie di studio o per incombenze varie (cancelleria, notifiche, etc.), ovviamente senza essere riconosciuti come tali e senza il relativo stipendio, etc.. Sa cosa significa questo? Che viene di fatto garantito all'”avvocato -datore di lavoro di fatto” un’indebito vantaggio competitivo in termini di risparmio di costi nei confronti degli avvocati concorrenti, alla faccia del libero mercato. Se tutto questo Le sembra normale….. La verità è che è in atto una vera e propria “controriforma ipocrita”, promossa dalla casta degli “avvocati-datori di lavoro di fatto” che vogliono che le cose restino come sono sempre state e che non vogliono affatto che la professione si apra alle regole del libero mercato. Quindi, nessuna riforma, se non quella che possa assicurare ancor più il mantenimento dei privilegi e delle rendite di posizione acquisite. Naturalmente, anche scapito degli interessi dei clienti, dei quali non importa nulla ad alcuno. Le dice qualcosa, per esempio, l’abolizione del patto di quota lite? Oppure la battaglia feroce (vinta grazie alla “gentile e premurosa” collaborazione della Corte Costituzionale) contro la mediazione obbligatoria?
    2. Le società di capitali tra “soci – professionisti” e “soci – apportatori di capitali”, che a Lei possono naturalmente non piacere, sono invece un modo per riformare strutturalmente il sistema. Ha idea di quanti “avvocati – lavoratori dipendenti di fatto” preparati, capaci e meritevoli, ma tuttavia privi di mezzi, ambirebbero ad organizzarsi in società di capitali con “soci – finanziatori”, al fine di poter acquisire finalmente le risorse necessarie per competere, ad armi pari, con gli “avvocati – datori di lavoro di fatto”? Sì, proprio quelli che attualmente sfruttano il loro lavoro assicurandosi, in questo modo, un vantaggio competitivo indebito, alla faccia del libero mercato e quindi degli interessi dei clienti?

    La saluto cordialmente.

  8. luciano pontiroli

    @Mike
    A me pare che il riconoscimento giuridico dell’avvocato-dipendente significhi solo una richiesta di tutela per una sottocategoria di professionisti: tutte le volte che si chiede un riconoscimento giuridico si chiede una tutela specifica.
    Non so quanto risponda al vero la Sua descrizione di questo mondo: si riferisce ai praticanti, agli avvocati che fanno parte di grandi legal firm o a chi? i primi sono, per definizione, in una posizione transitoria; i secondi – se non sono partners – sono di fatto dipendenti. Lo sarebbero anche i soci professionali di società di capitali: come sono già dipendenti i legali membri di quei dipartimenti di grandi imprese dei quali si auspica lo “spin-off”, con il commendevole risultato di privarli delle tutele contrattuali.
    Due repliche brevi ad altre Sue osservazioni: la mediazione obbligatoria, nella mia esperienza professionale, è una perdita di tempo e di danaro. Il patto di quota lite va bene se si tratta dell’integrazione di un compenso di base adeguato (se non le piace l’aggettivo “dignitoso”), altrimenti è una forma di sfruttamento del professionista da parte del cliente.

  9. Mike

    E’ proprio l’esperienza di libero professionista, ormai conclusa, che mi ha portato a toccare con mano la realtà che ho sopra descritto. Penso che non Le sia sconosciuto il fenomeno dell’accaparramento della clientela da parte dei soliti noti studi legali, in barba al codice deontologico e senza che il fantomatico “Consiglio dell’Ordine” di turno muova un dito. I soliti noti studi legali rappresentano e difendono quell’ente pubblico; i soliti noti studi legali rappresentano e difendono gli iscritti a quel sindacato o quella associazione di categoria; etc. etc. Piaccia o non piaccia, l’inefficienza del sistema degli ordini (che io abolirei) ha portato ad una concentrazione del lavoro nelle mani di pochi professionisti, a discapito della concorrenza e quindi degli interessi della clientela. Questa concentrazione ha generato la figura dell'”avvocato – dipendente di fatto”, di cui ho già parlato. Onestà intellettuale vorrebbe che almeno il legislatore, nel momento in cui riscrive le regole della professione forense, da un lato riconoscesse giuridicamente la figura dell'”avvocato – dipendente”, facendola uscire dal limbo in cui si trova; dall’altro consentisse a qualsiasi professionista, meritevole ma tuttavia privo di risorse economiche, di poter affrancarsi da quel limbo, attraverso la costituzione di una società di capitali, che veda la partecipazione di professionisti e “capitalisti”, naturalmente senza commistione impropria di ruoli. Quanto alla mediazione obbligatoria, resto del parere che si tratti di una grande occasione perduta. E circa il patto di quota lite, trovo che, nella maggior parte dei casi, sia l’unico modo di evitare che gli interessi dell’avvocato prendano il sopravvento sulla cura degli interessi del cliente.@luciano pontiroli

  10. Luciano Pontiroli

    @Mike
    Appunto: mi spieghi cosa significa riconoscere giuridicamente la figura dell’avvocato-dipendente, nella Sua visione.
    Quanto al resto: Lei propone, come spiegazione di certi fenomeni, l’inefficienza degli ordini, come se fosse compito di questi regolare l’accesso dei clienti agli studi legali, secondo ipotetici criteri distributivi. Fenomeni di connivenza tra amministratori di enti pubblici o privati ci saranno, ma non pensa che chi è soddisfatto del servizio resogli da uno studio sia incentivato a continuare a rivolgersi allo stesso?
    “Affrancarsi dal limbo” sottomettendosi al socio capitalista? mi pare un ossimoro! Chi vuole lo faccia, ma non si pretenda di imporlo d’autorità.
    Le ripeto che la mediazione non serve a chi ha subito un torto da banche ed altre imprese finanziarie, risolvendosi spesso in una perdita di tempo ed in un aggravio di costi. Magari nelle liti condominiali e nell’infortunistica può avere qualche risultato, in altri settori non li ha: non a caso piace a Confindustria.

  11. @Mike Senza voler entrare in polemica con alcuno, temo che il Sig. Pontiroli, per sua indubbia fortuna, non ha vissuto le mortificanti esperienze lavorative che giovani avvocati vivono quotidianamente sulla loro pelle.
    E’ evidente che a molti ancora sfugge come avvocati siano una corporazione (di chiara derivazione fascista, come tante altre attualmente in vita nel nostro paese) che non difende più gli interessi di una categoria intera ma esclusivamente quelli di una Casta nella Casta. Ovvero difende rendite di posizione acquisite e consolidate nel tempo da pochi illustri avvocati.
    Avendo vissuto personalmente quanto descritto con ottima sintesi da Mike (lavoratore dipendente “di fatto”, senza orari, rimborsi spese, compensi commisurati al lavoro svolto, ferie, utilizzato anche come segretario di studio o per incombenze varie, etc.), sposo appieno il suo ragionamento.
    E’ il caso di dire che negli ultimi anni, il mio arricchimento personale, a fronte di tanto lavoro, è stato esclusivamente intellettuale.
    Ma con gli approfondimenti giuridici non ci faccio mangiare i miei figli.
    Quest’anno in piena crisi, letteralmente disperato dalla assenza di prospettive e dallo sfruttamento subito, ho raggiunto altri due coetanei in uno studio associato di giovane costituzione. Ha idea il Sig. Pontiroli di quanto ci farebbe comodo un socio finanziatore?
    Riesce ad immaginare le potenzialità che potrebbe avere, a livello concorrenziale, uno studio organizzato da giovani preparati, munito di strumenti tangibili per competere contro realtà consolidate e strutturate da decine di anni sul territtorio? Realtà che si avvalgono di manodopera qualificata a bassissimo costo, mantenendo schiacciati verso il basso le remunerazioni di quella forza lavoro che gli consente la gestione di 4-500 pratiche all’anno a fronte di spese irrisorie.
    Questa è la realtà meridionale, e barese in particolare, e mi sento di rappresentarla senza timore di smentite, posto che fra qualche giorno inizia qui a Bari il congresso nazionale forense (volutamente in minuscolo) nel quale si parlerà di tutto… tranne che di questo!
    Noi giovani avvocati (io ho 36 anni e 10 di professione) non chiediamo aiuti finanziari e tantomeno tutele sindacali. Ma vogliamo più concorrenza e mercato libero seppur chiaramente regolamentato. E’ un utopia? Non saprei dirlo, so però con certezza, che il crederlo fa molto comodo ad una intera Casta che continua ad arricchirsi sulle nostre spalle.
    Ciò detto, sulla mediazione sono invece d’accordissimo con il Sig. Pontiroli.

  12. Luciano Pontiroli

    @Tommaso
    Signor Tommaso, cerchiamo di ragionare concretamente.
    Un finanziatore, sia esso una banca o un socio di capitali, ha di mira un rendimento: forse un socio capitalista può assumere una prospettiva di medio periodo, ma in ogni caso deve conseguire un rendimento.
    Uno studio professionale è in grado di garantire il rendimento del capitalista e trarre dal reddito professionale il necessario per una vita dignitosa dei soci non capitalisti? Se ha un giro d’affari adeguato, sì; se non ce l’ha, non attira nessun capitalista e, per ottenere un finanziamento bancario, deve impegnare garanzie reali.
    La mia impressione è che le società di professionisti aperte ai soci di capitali interessano non ai professionisti, ma a chi ha disponibilità di cospicui capitali da investire: magari, come ipotizzava Serena Sileoni, a banche ed assicurazioni desiderose di espellere dalla struttura aziendale il settore legale.

  13. Perry Mason

    relativamente agli avvocati-dipendenti faccio presente che è una categoria già presente e molto nutrita: andate al vostro ordine e chiedete di visionare il cd “elenco speciale”, ci troverete una miriade di “avvocati” dipendenti di banche, enti pubblici e carrozzoni vari. Il bello è che non si sa bene quali siano i criteri per esservi ammessi. Per qualche anno ho diretto l’ufficio legale di una banca americana a Londra, quando entrai in servizio andai al mio ordine di appartenenza, chiesi di essere iscritto all’elenco speciale e l’iscrizione mi fu rifiutata. Chiesi lumi e mi dissero che lavorando per una società privata vi era incompatibilità. Feci allora presente che erano iscritti una marea di colleghi che lavoravano presso l’ufficio legale di banche o SpA private come la banca per cui lavoravo io. non mi fu risposto, mi fu detto (da un amico) di non rompere le scatole che altrimenti in futuro avrei passato delle noie. La questione è comunque semplicissima: se siete un avvocato e passate alle dipendenze di una realtà tipo una banca o una assicurazione che sul territorio del vostro ordine può elargire pratiche e lavoro allora verrete iscritti all’elenco speciale, altrimenti c’è incompatibilità.
    Personalmente abolirei l’ordine, l’esame e ogni altra cosa simile la gente questo vuole e questo prima o tardi avrà (lasciatemi anche dire che la maggior parte della popolazione rimpiangerà il sistema attuale, io in UK ci ho lavorato per tanti anni e “you ain’t see nothing yet!”). Poi però non venite a lamentarvi se vi chiedono 20.000 euro per leggersi un testamento olografo.
    Le società miste avvocati-capitale, comunque, mi sembrano sbagliate, l’avvocato farà solamente l’interesse del suo socio forte. Piuttosto diciamo che, per fare contente banche e assicurazioni (che sono dietro questa norma), sarebbe sufficiente consentire ai legali interni di una banca/assicurazione di patrocinare il loro datore di lavoro in giudizio. Le altre cose sono fiabe, le esperienze inglese di società miste sono andate malissimo.

  14. luciano pontiroli

    @Perry Mason
    Mr. Perry Mason, la spiegazione è agevole: la legge professionale permette l’iscrizione nell’elenco speciale degli avvocati dipendenti da enti pubblici, anche economici, com’erano le banche pubbliche e le casse di risparmio.
    La riforma Amato, disponendo lo “spin off” delle azione bancarie a società per azioni (detenute dai vecchi enti pubblici, poi trasformati in fondazioni bancarie) mantenne in vigore alcune disposizioni speciali tra le quali la possibilità d’iscrizione all’albo. Il suo amico l’ha informata male (per inciso, i consigli degli ordini non hanno mai visto con particolare favore il fenomeno).
    PS sulle società con soci non professionali: la prassi conosce già qualcosa di simile. Mi è stato riferito di almeno un caso in cui una società ha “incentivato” i legali a dimettersi e iscriversi all’albo professionale, mettendo a loro disposizione locali e sistema informatico: li paga secondo tariffe concordate e non sopporta più gli oneri previdenziali. Capisco che il modello sia attraente …

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