10
Nov
2012

La SEN e l’arte della manutenzione del gasdotto

Circola il documento di consultazione che porta in bozza la Strategia Energetica Nazionale.  La parte dedicata al futuro del gas naturale ci annuncia in contemporanea meno consumi e più infrastrutture.

La premessa è la previsione di un “contenimento dei consumi” energetici al 2020 e dal 2010, con una “riduzione attesa del ~4% sui primari” (p.34). Ed anche un riduzione ancora più sensibile dei consumi di gas naturale, che (tavola 11, p.35) verrebbero nel periodo a calare di oltre il 10%. (Se il periodo di riferimento parte dal gennaio 2010, l’annuncio è di stabilità o quasi, posto che dal 2010 al 2011 i consumi sono già calati di oltre il 7%; e se invece il decennio lo fate partire dal gennaio 2011 siamo allo sprofondo annunciato). Usando come base di conto gli oltre 83 miliardi di mc consumati nazionalmente nel 2010, nel 2020 dovremmo insomma starcene comodamente sotto i 75.

Ancora più secco il taglio sulla quota di gas importato. La produzione nazionale di gas naturale, oggi intorno agli 8 miliardi di mc/anno, salirà secondo Strategia del 46% entro il 2020 (p.97). Grosso modo 4 miliardi in più. Se i consumi si fermano sotto i 75, dovremo importare nel 2020 poco più di 60 miliardi di metri cubi, contro i 75 (coincidenza dei numeri … ) del 2010.

Dopo tanto ciclico timore per la sicurezza dei nostri approvvigionamenti (?) verrebbe da dire che ci avviamo alla tranquillità. Qualche collo di bottiglia sulla rete nazionale; e qualche problema di punta di erogazione che necessita interventi sugli stoccaggi (pp. 59-60). Però sull’approvvigionamento di gas ci siamo messi comodi. Una domanda stimata tra i 60 e i 65 miliardi; ed una capacità di importazione tra gasdotti e impianti di rigassificazione già esistenti di grosso modo (arrotondo) 120 miliardi. Quasi come svegliarsi e scoprire che la Salerno Reggio Calabria non solo è finita, ma pure con quattro corsie per carreggiata.

La Strategia è però inquieta. Riconosce anch’essa una situazione di “sovraccapacità strutturale”; ma ci urge ad “accrescere ulteriormente la capacità di importazione”. Insomma a posare più tubi e a costruire più rigassificatori.

Due gli argomenti “strategici”(p.57).  Il primo è la “necessità di diversificare le fonti” posto che “lo sviluppo di un mercato competitivo e di un hub richiede una molteplicità di fonti di approvvigionamento che consentano lo sviluppo di un mercato liquido”. Il secondo, “l’opportunità per il Paese di diventare un esportatore netto verso l’Europa”, insomma la nostra candidatura a farci “hub” del gas naturale.

Argomento uno. Il mercato liquido. Che quando si parla di scambi “fisici” di gas naturale ricorda un po’ la definizione crociana dell’arte. Quella cosa di cui tutti parlano e di cui nessuno sa che cosa sia. Dichiaro la mia aperta difficoltà. Però in prima approssimazione dovrebbe voler dire la possibilità per più gas di origine diversa di competere tra loro.  Gas diversi nello stesso tubo più e prima che tanti tubi. (Tra un fruttivendolo che vende le mele di dieci produttori diversi e 10 fruttivendoli che vendono le mele di un unico produttore forse il consumatore sceglierebbe il Fruttivendolo Unico. Poi, come sempre, è questione di misura). Qui non siamo messi benissimo. Una metà abbondante della nostra infrastruttura di importazione entra da Sud, e porta gas di un solo produttore (algerino e libico) in ciascun tubo, ed entra con contratti di take or pay di orizzonte temporale superiore al decennio e indicizzati prevalentemente sulle variazioni del prezzo del petrolio e dei suoi prodotti. Qui sta la criticità; e forse anche l’equivoco. La Strategia, dicendo “liquido”, intende in realtà o almeno soprattutto “spot”. Il sogno/obiettivo di un mondo del gas dove i prezzi li fa quotidianamente il mercato e i volumi sono flessibili in funzione di domanda e offerta. Ammesso che il sogno/obiettivo sia condivisibile (posto che l’avere i contratti che oggi sono peccato sino al 2008 ha avuto i suoi vantaggi, e che in passato è a volte anche successo che il prezzo spot del gas naturale corresse più veloce di quello del petrolio) il sogno cozza al momento contro una realtà contrattuale, prima ancora che fisica. L’ostacolo non sono le infrastrutture. Il problema del mercato libero e liquido è anzitutto che sommando i contratti russi e libici e algerini esistenti il nostro fabbisogno di gas da importare sino al 2020 (così come definito dalla Strategia) è già stato acquistato per intero. E con contratti di take or pay.  La Strategia ne pare cosciente, e si propone di affrontare il problema col “favorire la graduale ridefinizione dei contratti di importazione esistenti assumendo meccanismi di aggiornamento dei prezzi legati all’effettiva dinamica dei prezzi gas, in una logica di gas to gas competition”(p.61). Non consta che lo Stato Italiano sia parte dei contratti in essere, e dunque vedremo che forme prenderà il “favorire”.  Però  promuovere ulteriore infrastruttura, magari dedicata all’arte dello spot, in presenza di una infrastruttura di importazione già sovrabbondante e di una domanda in contrazione non sembra “favorire” granchè.  Lo spot spiazza in ipotesi il long term indicizzato a petrolio; e l’importatore nazionale di quest’ultimo inchiodato dal take or pay e nell’attesa di trovare un modo di liberarsene non può che chiedere un piccolo aiuto allo Stato, magari sotto forma di capacity payment. Finisce che il gas lo paghiamo due volte. In definitiva, se vogliamo marciare verso un mercato liquido dovremmo occuparci più della possibilità di “nuovi” contratti che di quella di nuove infrastrutture; che l’eccesso di sovrabbondanza può anche far male, e rivelarsi contraddittorio all’obiettivo.

Secondo argomento. Diventare esportatori. Qui la difficoltà terminologica è insuperabile. Se Apple concentrasse la consegna di tutte le importazioni di I-Pad per l’Europa nel Porto di Genova non per questo l’Italia diventerebbe un esportatore di I-Pad. Il nostro approvvigionamento di gas naturale da Nord entra da Austria e Svizzera; e io non ricordo riferimenti alla Svizzera come Paese “esportatore di gas” (magari di energia elettrica, appunto). Diciamolo più laicamente. Abbiamo tanta costa e un bravo operatore nazionale di rete (Snam). E su queste basi ci offriamo per trasportare sul nostro territorio nazionale gas importato per la riesportazione.

Un servizio reso a terzi. Detta così è meno sexy . Però coerente alle premesse. Se uso i numeri della Strategia, qualunque aumento di capacità delle infrastrutture di importazione è ridondante per il mercato interno e si giustifica solo in funzione della possibilità di sbocco su altri mercati. Mentre noi importiamo sempre meno, il resto d’Europa (previsione IEA assunta dalla Strategia) dovrebbe approvvigionare nuove importazioni per 100-150 miliardi di mc/anno di qui al 2030 (prevalentemente per sostituire il venir meno delle produzioni nazionali correnti). Da qui, secondo Strategia, l’opportunità e la vocazione a farci “hub”.

Benissimo. Se non fosse che l’opportunità dovrebbe consistere nel fare qui opere pagate da Madame Jeanne e da Frau Gertrud, in quanto beneficiarie del servizio. E invece sembra che noi si pensi a farne pagare un po’ via bolletta del gas alla Signora Gina, che invece ne farebbe volentieri a meno.

Chi paga l’infrastruttura?  Sono alieno da pregiudizi nei confronti dell’intervento pubblico. L’ho anche difeso e invocato, quando ad esempio è consistito nel favorire infrastrutture che anticipavano i bisogni di una domanda ragionevolmente attesa. Però qui quel che è atteso è un decrescere della domanda. E magari è ragionevole che io non sia troppo disposto a pagare di più per un servizio che userò di meno.

Se il privato vuole investire nell’infrastruttura di transito ben venga. La Strategia impegna a “facilitare la realizzazione di altre infrastrutture di importazione… con costi di investimento sostenuti dai soggetti proponenti, senza garanzia di ricavi e contributi finanziari di natura pubblica”, citando a questo proposito i tre rigassificatori già autorizzati (cui peraltro a certe condizioni potrebbe applicarsi un contibuto pubblico sotto forma di capacity payment, ma transeat) nonché una serie di gasdotti potenziali in stato sparso di avanzamento. Sulla realizzabilità a termini di mercato di qualcuna di queste infrastrutture, almeno per il breve periodo, mi permetterei un sommesso dubbio. Se l’effetto della Strategia sarà comunque e per questi casi di rendere praticabili le procedure autorizzative di questo Paese non si potrà che rendergliene merito, e poi stare a vedere quanti autorizzati investono per davvero.

Non è però questo che alla Strategia sta a cuore. La restituzione a ragione del permitting necessario all’investimento privato non è la sua priorità. La priorità è l’impegno a “realizzare le infrastrutture  strategiche per assicurare sufficiente capacità di import (con particolare riferimento a GNL) soprattutto per operazioni spot”. Sin qui sembrerebbe la solita esortazione a costruire più rigassificatori . Se però come me siete abituati a sentir definire “strategica” qualunque grande opera di dubbia razionalità economica già l’incipit vi inquieta. E difatti va subito oltre. “Si può prevedere, per tali opere, un meccanismo di recupero garantito dei costi totali di investimento a carico del sistema, anche in un contesto di riduzione dei consumi che quindi ne rallenterebbe la costruzione in base a meccanismi puramente di mercato” (pp.61-62). Proviamo a tradurre. La sequenza strategica è che si fanno con garanzia pubblica le infrastrutture strategiche; e poi senza garanzia pubblica si promuovono i progetti “privati”. Posto che la Strategia giustifica la garanzia pubblica alle infrastrutture strategiche col fatto che le “condizioni di mercato” da sole non ne giustificherebbero la tempestiva costruzione, non si capisce come il privato possa reagire alla realizzazione di capacità “strategica” ridondante aggiungendovi ulteriori ridondanze con investimenti propri e non garantiti dal “pubblico”. Ma andiamo ancora oltre. Al “meccanismo di recupero garantito dei costi”. Insomma suppongo la RAB. Regulatory Asset Base. Meccanismo per cui l’investimento nel rigassificatore, come per tutti i gasdotti della rete nazionale, verrebbe ripagato con un rendimento predeterminato attraverso la sua inclusione pro quota nella bolletta dei consumatori. E’ con qualche variante il meccanismo con cui in buona parte d’Europa si è garantito il fondamento finanziario della terzietà della Rete; e però anche un meccanismo che non stimola la sobrietà dell’investimento (nel senso che in regime di RAB più spendi e più guadagni, almeno per volume di cash flow). Insomma il meccanismo è meglio usarlo, se proprio si deve, solo per l’essenziale.

La Strategia poi non dice, ma vi è infine implicita l’indicazione del soggetto cui dovrebbe essere demandata la realizzazione dell’infrastruttura con “recupero garantito dei costi”. Insomma di chi realizzerà (tra l’altro) il rigassificatore “strategico”. Si scrive Snam; ma ormai si pronuncia Cassa Depositi e Prestiti.

A valle del rigassificatore, bisognerà poi tarare la rete alle (nuove) necessità del transito E sarà subito, e nuovamente, RAB (la necessità di un rafforzamento di alcuni nodi di rete comunque preesiste. E se ad oggi non è stata soddisfatta – vedi alla voce “dorsale adriatica” o “appenninica” –  è stato più per problemi di Titolo V e dunque autorizzativi che non per ridondanze potenziali). La remunerazione del capitale investito nell’intero processo è comunque garantita; e quello che non si recupera attraverso ricavi generati da attività  di riesportazione resta comunque qui. Nella bolletta della Signora Gina, che paga di più per garantire l’approvvigionamento di Mme Jeanne e di Frau Gertrud. La bouillabaisse è salva, ed il tafelspitz pure. Però fare il brasato rischia di diventarci perciò più caro. Stiamo lavorando ad una Strategia europeista.

La domanda scende a sessanta. La capacità è a 120. La Strategia ci interroga. Concordiamo “con l’esigenza di aumentare la capacità di importazione attraverso lo strumento delle “Infrastrutture Strategiche”?”. Insomma siamo favorevoli a pagare con la bolletta del gas il costo di un ulteriore aumento della capacità di importazione assolutamente coevo e parallelo alla contrazione sul mercato nazionale della domanda di gas importato?

Spero che un sommesso “no” non faccia scandalo. Che poi magari era solo un problema di narrazione, avevo capito male, e cambierò idea.

 

P.S. In punto di costo del brasato la Strategia mi obietta che la Signora Gina beneficia. “L’investimento in un rigassificatore con un costo stimato di un miliardo di Euro, se finanziato interamente in tariffa, comporterebbe un costo per il sistema di circa 130 milioni di euro all’anno. Considerato che la spesa per la sola materia prima gas è stimabile in circa 25 miliardi di euro all’anno, anche una contenuta riduzione del prezzo del gas attribuibile all’apporto di liquidità offerto dall’infrastruttura potrebbe giustificare l’investimento”. Sono certo che quando verrà reso pubblico il modello economico sottostante mi convincerò. Però per adesso mi limito a pensare che l’effetto sui prezzi di un meno di 2% di capacità aggiuntiva tenda allo zero, e che il riferimento all’”apporto di liquidità” possa essere frutto di una qualche confusione tra “prezzo” spot e “operazione” spot. Un conto è il “prezzo spot” che si forma su un mercato “liquido” (tipo TTF o NCG per il mercato tedesco) ; e un altro il prezzo che si spunta a immettere un volume marginale di gas “acquistato spot” su un mercato illiquido. (Se in Italia arriva un carico “spot” non è per vendere al prezzo “spot” del mercato tedesco; ma per lucrare il differenziale del mercato italiano rispetto a quello tedesco). So che sarò presto convinto del mio errore, ma per ora l’unica certezza che ho sono i 130 milioni annui di spesa in ipotesi aggiuntiva.

P.P.S. Oppure è una raffinatissima manovra. Keynesiana purissima. Il rigassificatore erede di Hoover Dam. Non puoi finanziarlo col debito pubblico, che non è aria. Non con le tasse, che neppure. La tariffa si vede meno. Oddio è regressiva anziché progressiva, e quindi forse un filino incostituzionale. Ma cosa volete che sia a fronte della crescita? E poi, diciamo la verità, la tariffa che finisce a Cassa Depositi e Prezzi è un prelievo forzoso quasi indolore. Saccheggiare i conti correnti durante la notte è volgare. Farlo con la bolletta ti suscita quasi riconoscenza. Unico problema potenziale. Hoover Dam alla fine ha prodotto. Il rigassificatore nuovo, se non diventiamo hub, non è detto che produca alcunchè. Assomiglia più ai lavori di sterro in Bretagna, che forse non erano Keynesianamente ortodossi. Però ti resta il manufatto. Che se non è un impianto è quantomeno per dimensione un monumento. Un ritorno alle origini della spesa pubblica. Dalle piramidi al rigassificatore.

You may also like

Prima l’Olio Tunisino, ora le piattaforme di gas naturale: la politica scivolosa
La fibra ottica verso l’inferno è lastricata di buone intenzioni
Partecipata canaglia—di Gemma Mantovani
Genova: shit happens, ma qui un’intera classe dirigente ha fallito

22 Responses

  1. Anto

    Caro Massimo,
    lettura molto interessante (non solo perché piove) ed istruttiva.
    Credo sia certamente per nostra ignoranza ed incapacità che non comprendiamo le elucubrazioni di blasonati tecnici al potere e, per nostra presunzione, che li scambiamo per apprendisti stregoni.
    Nel mondo dei sogni, per un tema così importante come quello della Politica Energetica (specie con l’obiettivo di favorire una attualmente fantomatica crescita), mi piacerebbe vederti come ministro tecnico (ma forse molto politico nel senso nobile).

  2. Laurent

    Sintetizzando.
    Un’azienda disse: vogliamo che i nostri clienti ci comprino meno gas e fargli pagare un prezzo inferiore a metro cubo.
    Per fare questo facciamo i trasportatori in conto terzi e mettiamo in conto i camion ai nostri clienti.
    … non so se sia la ricetta giusta…

    L’unica cosa da capire in questo SEN è dove sta la fregatura. A chi giova lo sappiamo già: gli stessi che hanno avuto l’idea geniale di affidare il risparmio energetico ai distributori. L’alcolisti anonimi sia gestita dai grossisti di bevande alcoliche.
    Non deve essere letto da un ingegnere ma da un buon avvocato e da un economista.
    Io mi sono fermato a pagina 8. Con tutta la buona volontà non riesco ad andare oltre talmente mi sembra una sofisticata frittura di aria finalizzata ad incartare bene la pillola: ulteriori accise.

    Povera Italia.

  3. Valerio

    La pioggia porta inimità e (più prosaicamente) idraulicità, peraltro già ben incentivata dalla signora Gina oltre che dalla benevolenza divina.
    Massimo è al solito sublime ma è stato generoso e affezionato soprattutto al gas, d’altra parte anche Einaudi aveva ha la sapienza di interpretare il mondo dal paradigma del cuneese (a proposito la Gina me la sarei attesa novarese, non c’era qualcosa di ancor più indigeno del brasato?).
    E dagli con questo vizio di ironizzare sull’europeismo suicida. La generosità non ha confini, specie quando è inconsapevole.
    La signora Gina ha già dato. Ce n’è già stato per la signora Hu dei moduli fotovoltaici. E siccome il vento ed il sole hanno i capricci dell’imprevedibilità e il difetto di tramontare serviranno di corsa le batterie giapponesi per accumulare, a quel punto sarà il signor Toshiba a ringraziare. Non sia mai qualcuno ci trovi troppo provinciali.
    Non sarei così fendente con Mme Jeanne e Frau Gertrud, ci si sta già attrezzando oltralpe a decimare il nucleare e i parchi a carbone, così poco chic e démodé. Cuius Regio eius A3.
    A Bruxelles non si fanno mancar niente. Quando avremo tutto verde, tutto interconnesso, tutto multilaterale , tutto aperto, tutto economico, tutto sicuro, tutto competitivo allora si che saremo liberi. Al diavolo le equazioni sovradeterminate, mica bisogna sapere la matematica per essere eletti.

  4. Valeria Merlini

    Molto interessante. Bravo Massimo.
    (faccio notare che la lettura è avvenuta sebbene a Roma ci fosse il sole)

  5. claudio p

    E per non parlare di impatto ambientale.
    A Trieste Gas Natural Fenosa sta per costruire un rigassificatore che se dovesse andare a regime riverserebbe nel mare decine di migliaia di metri cubi di acqua raffreddata e sterilizzata al giorno.
    Nel Golfo di Trieste la profondità massima è di 24 metri: una pozzanghera!
    I fondali bassi sono biologicamente molto attivi perché la luce del sole raggiunge il fondo: infatti il Golfo di Trieste è per metà pescosissimo, e per l’altra metà una Riserva Marina Protetta (la prima in Italia).
    L’acqua fredda è più densa, e lentamente e inesorabilmente si depositerà sul fondale, sterilizzandolo.
    Follie maoiste…

  6. Francesco Biancoli

    “l’opportunità per il Paese di diventare un esportatore netto verso l’Europa” presupporrebbe una capacità produttiva di quanto esportato, che invece viene solo veicolato attraverso infrastrutture costruite con oneri a carico del Paese veicolante (Italia) e a favore degli altri paesi d’Europa che trarrebbero il beneficio di una offerta più ampia. E’ la strategia dello srotolarsi a mo’ di tappeto, perché altri possano passarci sopra con maggiore comodità! Ottima strategia… se elaborata a favore di chi (politici, banche, imprese, tecnici, managers o …maneggioni) potrà maneggiare i fondi e trarre i conseguenti benefici dalla costruzione delle infrastrutture, ma pessima se considerata dal punto di vista del ritorno di utilità a coloro che alla fine dovranno pagare i conti attraverso le proprie bollette energetiche, lievitanti senza fine e soprattutto senza senso.

  7. Rinaldo Sorgenti

    @claudio p
    Interessante questa riflessione. Da una parte ci si lamenta e demonizza il ritorno al mare dell’acqua di raffreddamento degli impianti termoelettrici e dall’altra ci si troverà di fronte al rischio inverso, raffreddamento dell’acqua causato dalla necessità di “scaldare” il gas liquefatto per rigassificarlo, cosa che già avviene a Porto Viro con il nuovo rigassificatore.
    Insomma, non ci va bene nulla.
    Bisognerebbe indire un referendum tra i pesci !

  8. Rinaldo Sorgenti

    Bravo Massimo, un’ottima analisi scritta peraltro in modo tale da non urtare eccessivamente gli “strateghi”.
    Una piccola aggiunta agli interessanti numeri che rappresentano già oggi la situazione e la capacità di import di gas, sovrabbondante.
    Ma se dovessimo davvero ipotizzare un’ulteriore aggiunta a tale capacità, sia tramite nuovi rigassificatori che tramite nuovi collegamenti via tubo da Est, ammesso e non concesso che risulterà più “logico” e conveniente far risalire questi tubi lungo la ns. Penisola, anzichè farlo dai Balcani, per andare infine a rifornire il Nord Europa, c’è forse da immaginare che tale nuovo flusso, peraltro in arrivo in un mercato in contrazione, non potrebbe che eventualmente rappresentare un’ulteriore alternativa alle attuali linee di flusso ed importazione che, a grandi linee possiamo valutare di almeno 40 miliardi di m2 da Sud (OK) ed altrettanti 40 miliardi di m3 da Nord (Svizzera ed Austria). Ma se dovessimo avere ulteriori 10-20 ??? miliardi di m3 da Sud-Est, questi non potrebbero che essere considerati sostitutivi di almeno altrettanti che ci giungono da Nord (e che, giustamente, si fermerebbero direttamente a Nord per rifornire Frau e Madame) e quindi di quale HUB stiamo parlando ???
    Credo proprio che la signora Gina, ma anche le tante signore Maria avrebbe ben di che lagnarsi di una tale inutile e costosa ulteriore gabella a carico delle ns. bollette (luce e gas) e c’è davvero da dubitare che questo possa in qualche modo rappresentare una riduzione del costo del gas in se a casa nostra.

    Peraltro, se, come si prevede nella SEN, vogliamo aumentare la produzione di Gas indigeno, ancor più queste infrastrutture sembrano del tutto fuori luogo e di “monumenti” in Italia ne abbiamo già molti e ben più apprezzabili di un’ulteriore tubo. A meno che non ci si voglia indurre alla … “canna del gas”!

    Per abbassare la Bolletta energetica nazionale, giunta l’anno scorso alla iperbolica cifra di 62 miliardi di Euro, occorre diversificare anche in Italia le fonti di produzione elettrica, raddoppiando il contributo del carbone (con le moderne Clean Coal Technologies) e dimezzare il contributo del Gas Metano, giunto a livelli insostenibili. Questo consentirebbe di ragionevolmente corrispondere alle Premesse ed agli obiettivi enunciati nel documento di SEN, favorendo la riduzione del costo dell’elettricità (elemento fondamentale per sostenere e difendere la competitività del sistema Paese) e riducendo il volume dell’esborso economico per l’inevitabile import di combustibili a cui siamo – dalla natura – condannati, perchè l’equivalente carbone per sostituire l’eccesso di gas (per la generazione elettrica) così male utilizzato in Italia, inciderebbe sensibilmente meno sulla Bolletta energetica nazionale. E gli investimenti per i nuovi impianti Termoelettrici a Carbone (peraltro in discreta misura già previsti (ed in itinere da soli 5-6-7-8 anni ???) sarebbe indubitabilmente a carico dei privati. Ditelo alla signora Gina ed alle tante ignare signore Maria che. invece, sono strumentalmente fagocitate a demonizzare il combustibile solido. Ditelo loro almeno, che possono informarsi con le loro colleghe tedesche, che non meno di loro tengono al loro ambiente ed al loro benessere.

  9. Francesco_P

    Innanzitutto mi dichiaro pienamente d’accordo con Rinaldo Sorgenti quando afferma che “Per abbassare la Bolletta energetica nazionale, giunta l’anno scorso alla iperbolica cifra di 62 miliardi di Euro, occorre diversificare anche in Italia le fonti di produzione elettrica, raddoppiando il contributo del carbone (con le moderne Clean Coal Technologies) e dimezzare il contributo del Gas Metano, giunto a livelli insostenibili”.

    Aggiungo che se avessimo costruito una dozzina di rettori nucleari (4 siti x 3 reattori ciascuno), il nucleare ed il carbone assieme potrebbero generare a prezzi economici quella base di circa 24 GW/h di elettricità per cui è necessario disporre di capacità h24. Gas, idroelettrico e altre fonti complementari più adatte a gestire la parte variabile del ciclo potrebbero tranquillamente far fronte ai carichi diurni.

    Diversificare le fonti e le rotte dei metanodotti è strategicamente importante per il futuro dell’Europa, non solo del nostro Paese. E’ in corso il completamento della rete dei gasdotti. Galsi, che realizza un secondo collegamento fra Algeria e l’Italia (Piombino) attraverso la Sardegna, dovrebbe entrare in funzione entro 2-3 anni. Poco più avanti sarà completata la bretella che collegherà il gasdotto che attraversa i Balcani (South Stram + Nabucco) con l’Italia sud orientale. Di contro, quando alcuni anni fa i rigassificatori servivano per davvero, non sono stati realizzati, contribuendo ad aumentare i prezzi finali.

    Bisogna tenere conto che l’Italia ha riserve di gas ancora da “stappare” nell’Adriatica meridionale e nel Canale di Sicilia che permetterebbero di raddoppiare agevolmente la produzione nazionale. Con i gasdotti esistenti, quelli di prossimo completamento e le nuove fonti di produzione nazionale, l’Italia sarà in grado di disporre di più gas di quanto non le serva. Rammento che nella Pianura Padana disponiamo anche di una potenzialità di storage enorme costituita dai giacimenti esauriti e strutture geologiche affini. Queste strutture geologiche, che attualmente sono sfruttate solo in parte, giacciono in una posizione strategica per fungere da buffer per tutti gli Stati confinanti. Ricordiamoci come è stato vergognosamente sfruttato il terremoto del 20 maggio per bloccare la sotage facility della ERG a Rivara, un tipico caso di concorrenza sleale per impedire la concorrenza al monopolista nazionale.

    Permettetemi un ultima citazione che non riguarda l’approvvigionamento nazionale, bensì l’attività internazionale dell’ENI (vedere http://energia24club.it/articoli/0,1254,51_ART_148355,00.html ). Questa nuova produzione di gas destinato ad essere consumato nell’Europa centro settentrionale, contribuirà a ridurre la richiesta del gas proveniente da sud.

    I rigassificatori e i contratti take or pay, stipulati per garantirsi a caro prezzo la continuità dell’approvvigionamento del gas a fronte delle variazioni stagionali dei consumi (ed eventuali crisi), sono ormai anacronistici rispetto alla rete di gasdotti esistente ed in costruzione ed alle nuove risorse nazionali.

  10. Jack Monnezza

    OTTIMO articolo e anche ottimi commenti. Ottimo blog.

    Purtroppo, a volte siamo bravi a fare strategie energetiche future.
    Poi pero’, nel presente, abbiamo tra i costi maggiori al mondo.

  11. alberto ponti

    il problema è che al 2020 metà dei contratti di importazione esistenti a lungo termine scade, la totalità al 2030. se non si costruiscono piu terminali, e cioè si introduce una minaccia a Gazprom, Statoil ecc. l’Italia, che può solo scegliere tra tre tubi di importazioni, vedrà i prx del gas, e quindi dell’elettricità salire in maniera esponenziale. lo scopo di avere terminali nuovi di LNG che sono chiaramente ridondanti, è quello di evitare che prx si alzino, NON che si abbassino. tutto il resto è retorica (del SEN) il vero obiettivo è quello di evitare che la situazione peggiore, non migliori… e quindi, i am afraid, la Sig.ra Gina deve pagare e non altri…

  12. Jack Monnezza

    @alberto ponti

    Ma quali e quanti terminali rigassificatori sono realisticamente realizzabili prima del 2020? Ho perso il conto.
    Abbiamo operativi Spezia e Adriatic LNG. Poi credo ci sia Livorno in attivazione…
    Quanto cubano sul totale ? 5%-10? Non ho avuto tempo si aggiornarmi….

  13. alberto ponti

    La Spezia capacita 4bcm ma non ne fa piu di 2.5 l’anno. Edison 8bcm ma il load factor non supera 6bcm. tenuto conto che la produzione nazionale scende di 10% l’anno ci vogliono altri 4-5 terminali nei prox 10 anni. Livorno ha 4bcm ma essendo floating, se va bene, ne rigassifica 2 e in piu non hanno ancora il contratto gas, il motivo è che è un impianto merchant (ha gia chiesto l’esenzione al TPA), quindi dubito che il gas lo trovi

  14. Leonardo Ortiz

    @alberto ponti
    10% di declino annuo della produzione nazionale (che peraltro Passera vorrebbe arrestare) sono 800 milioni di metri cubi, diciamo 8TWh termici e 4TWh di produzione elettrica a gas. Si potrebbero agevolmente coprire, “economicamente” (diciamo ad un Levelized Cost of Electricity intorno ai 100€/MWh), con fonti rinnovabili elettriche.
    Questo dimenticando il potenziale di rinnovabili termiche ed efficienza energetica, il cui impatto effettivo si vedrà nei prossimi anni.
    A chi storce la bocca per 100€/MWh, ricordo che è il prezzo che il governo inglese sta negoziando con EDF per fare nuovi impianti nucleari, e che il costo pieno di un ciclo combinato che gira 4-5000h annue è sugli 80€/MWh, a prezzi spot del gas (non oil-linked). Senza contare CO2 e costo dei rigassificatori ridondanti necessari per assicurare l’approvvigionamento gas. Con contratti oil-linked via tubo e senza rigassificatori saremmo ad almeno 90€/MWh.
    L’unica fonte genuinamente più economica (a meno di voler fantasticare di shale gas gratis per tutti), dimenticando i costi ambientali, è il carbone. Al di là dell’incompatibilità fra impianti a carbone base-load e inevitabile ulteriore tracollo del fabbisogno residuo diurno causa fotovoltaico, invito il Dott. Sorgenti a guardare in faccia la realtà: se ci fosse un referendum, anche solo consultivo, sulla realizzazione di nuovi impianti a carbone, come finirebbe? Che noia sta’ democrazia, eh?

  15. Defcon70

    Mi sono chiesto chi fosse questo Massimo Nicolazzi che scrive articoli di taglio apparentemente non schierato ma molto alludenti. Nessuno pregiudizio, ma è semplicemente interessato e molto sui ToP russi. E’ dal 2009 amministratore delegato di Centrex, una società (apparentemente una scatola vuota) totalmente controllata da Gazprom.

    Ripeto, nessun pregiudizio, sono abituato ad ascoltare l’opinione di tutti. Basta saperlo, però.

  16. Defcon70

    @ Marco B.
    “Però avrebbe dovuto avvertire che tutto il suo sapere non viene da google ma da conoscenze dirette del settore”
    Non ho capito: chi avrebbe dovuto avvertire?

  17. Carlo Stagnaro

    Defcon: l’articolo di Massimo mi sembra molto fattuale. Si può criticarlo o condividerlo – io sono solo parzialmente d’accordo, più sì che no comunque – ma da lì a inferire, o insinuare, che le sue tesi derivino dagli interessi della sua azienda ce ne passa. Anche perché la sua azienda non ha alcun interesse diretto nella natura dei contratti che vengono siglati tra fornitori russi e consumatori italiani. Ma su questo, se vuole, interverrà lui. Massimo non è “solo” un manager, comunque, ma è anche un intellettuale che in questi anni ha contribuito a rendere vivace il dibattito su questioni energetiche in questo paese, grazie ai suoi articoli (su Limes in particolare, ma non solo) e ai suoi interventi a convegni e dibattiti (inclusi molti all’IBL, per dire, che non credo sia sospettabile di russofilia…). Questo intervento non fa eccezione perché pone un problema molto serio anche per chi crede nel mercato: se l’infrastruttura viene sottratta al rischio e viene caricata sulle spalle del consumatore, inevitabilmente attraverso il monopolista pubblico regolato, quali conseguenze deriveranno? Con quali costi e con quali benefici? A me pare che le infrastrutture di importazione, specie in un momento come questo, vadano interpretate non come essenziali ma come merchant e dunque, al limite con qualche accorgimento, che la regola debba essere l’esenzione (perdonatemi il pasticcio), cioè che la loro realizzazione debba essere affidata a privati in concorrenza in cambio della garanzia che potranno sfruttare una quota rilevante della capacità al di fuori dei vincoli del Tpa. In questo senso non sono neppure del tutto d’accordo con Alberto: dati gli andamenti attuali della domanda, non dubito che qualche rigassificatore in più possa far comodo (nel qual caso non vedo perché almeno alcuni dei soggetti che stanno seguendo l’iter di autorizzazione non debbano arrivare alla fine) ma mi pare che il tema fondamentale siano le regole di allocazione della capacità esistente. E’ lì che si gioca la partita, come peraltro dimostrano gli effetti clamorosi di qualche piccolo aggiustamento sul Tag.

  18. Rinaldo Sorgenti

    @ Leonardo Ortiz,

    Fa piacere constatare l’obiettività di valutazione quando si conferma che il Carbone sarebbe l’unica (in Italia) alternativa, genuinamente più economica.
    Peccato invece quel complemento che risente, evidentemente, della continua generica demonizzazione che certe lobby (interessate?) continuano a fare circa i supposti costi ambientali.
    Evidentemente non si conoscono gli importanti avanzamenti che le tecnologie hanno fatto e che consentono oggi di poter agevolmente produrre l’elettricità con il Carbone con un impatto ambientale del tutto marginale e similare a quello di una moderna centrale a Gas, soprattutto nel modo in cui tali modernissimi impianti a Gas possono lavorare.

    Anche dal punto di vista complementare, con le fonti Rinnovabili (Solare ed Eolico), il Carbone dimostra di essere la scelta necessaria ed opportuna, per garantire l’elettricità sempre e quando serve, a costi ragionevoli.
    Infatti, chi ha maggiormente sofferto per gli eccessivi impianti Solari FV sono stati i troppi impianti a Gas che riescono a lavorare mediamente solo per il 25% della loro Potenza installata. Tutto questo comporta che, nonostante l’abbondanza di impianti, non si possa fare a meno dell’elettricità d’importazione, chiaramente prodotta dal Nucleare d’oltralpe (evidente contraddizione in termini o presa in giro per l’emotiva scelta fatta dai cittadini, speculativamente confusi sull’argomento).

    Insomma, ogni tanto guardare a come si comportano i grandi Paesi sviluppati del mondo sullo stesso tema non farebbe proprio male e magari si potrebbe anche capire perchè la Germania che ha installato più Solare FV ed Eolico di tutti (ma loro il vento ce l’hanno nel Mare del Nord!), producono il 42% dell’elettricità a casa loro con il Carbone! E date un’occhiata alla Gran Bretagna, che il Gas ce l’ha nel Mare del Nord come produce l’elettricità per i sudditi della Regina?

    Bando allora ai pregiudizi e facciamo davvero corretta, ampia ed obiettiva informazione e divulgazione e diffidiamo dei catastrofisti delle note lobby che sono peggio dei pifferai magici. Se non sbaglio il Paese se ne sta accorgendo. O no?

Leave a Reply