La SEN e l’arte della manutenzione del gasdotto

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Circola il documento di consultazione che porta in bozza la Strategia Energetica Nazionale.  La parte dedicata al futuro del gas naturale ci annuncia in contemporanea meno consumi e più infrastrutture.

La premessa è la previsione di un “contenimento dei consumi” energetici al 2020 e dal 2010, con una “riduzione attesa del ~4% sui primari” (p.34). Ed anche un riduzione ancora più sensibile dei consumi di gas naturale, che (tavola 11, p.35) verrebbero nel periodo a calare di oltre il 10%. (Se il periodo di riferimento parte dal gennaio 2010, l’annuncio è di stabilità o quasi, posto che dal 2010 al 2011 i consumi sono già calati di oltre il 7%; e se invece il decennio lo fate partire dal gennaio 2011 siamo allo sprofondo annunciato). Usando come base di conto gli oltre 83 miliardi di mc consumati nazionalmente nel 2010, nel 2020 dovremmo insomma starcene comodamente sotto i 75.

Ancora più secco il taglio sulla quota di gas importato. La produzione nazionale di gas naturale, oggi intorno agli 8 miliardi di mc/anno, salirà secondo Strategia del 46% entro il 2020 (p.97). Grosso modo 4 miliardi in più. Se i consumi si fermano sotto i 75, dovremo importare nel 2020 poco più di 60 miliardi di metri cubi, contro i 75 (coincidenza dei numeri … ) del 2010.

Dopo tanto ciclico timore per la sicurezza dei nostri approvvigionamenti (?) verrebbe da dire che ci avviamo alla tranquillità. Qualche collo di bottiglia sulla rete nazionale; e qualche problema di punta di erogazione che necessita interventi sugli stoccaggi (pp. 59-60). Però sull’approvvigionamento di gas ci siamo messi comodi. Una domanda stimata tra i 60 e i 65 miliardi; ed una capacità di importazione tra gasdotti e impianti di rigassificazione già esistenti di grosso modo (arrotondo) 120 miliardi. Quasi come svegliarsi e scoprire che la Salerno Reggio Calabria non solo è finita, ma pure con quattro corsie per carreggiata.

La Strategia è però inquieta. Riconosce anch’essa una situazione di “sovraccapacità strutturale”; ma ci urge ad “accrescere ulteriormente la capacità di importazione”. Insomma a posare più tubi e a costruire più rigassificatori.

Due gli argomenti “strategici”(p.57).  Il primo è la “necessità di diversificare le fonti” posto che “lo sviluppo di un mercato competitivo e di un hub richiede una molteplicità di fonti di approvvigionamento che consentano lo sviluppo di un mercato liquido”. Il secondo, “l’opportunità per il Paese di diventare un esportatore netto verso l’Europa”, insomma la nostra candidatura a farci “hub” del gas naturale.

Argomento uno. Il mercato liquido. Che quando si parla di scambi “fisici” di gas naturale ricorda un po’ la definizione crociana dell’arte. Quella cosa di cui tutti parlano e di cui nessuno sa che cosa sia. Dichiaro la mia aperta difficoltà. Però in prima approssimazione dovrebbe voler dire la possibilità per più gas di origine diversa di competere tra loro.  Gas diversi nello stesso tubo più e prima che tanti tubi. (Tra un fruttivendolo che vende le mele di dieci produttori diversi e 10 fruttivendoli che vendono le mele di un unico produttore forse il consumatore sceglierebbe il Fruttivendolo Unico. Poi, come sempre, è questione di misura). Qui non siamo messi benissimo. Una metà abbondante della nostra infrastruttura di importazione entra da Sud, e porta gas di un solo produttore (algerino e libico) in ciascun tubo, ed entra con contratti di take or pay di orizzonte temporale superiore al decennio e indicizzati prevalentemente sulle variazioni del prezzo del petrolio e dei suoi prodotti. Qui sta la criticità; e forse anche l’equivoco. La Strategia, dicendo “liquido”, intende in realtà o almeno soprattutto “spot”. Il sogno/obiettivo di un mondo del gas dove i prezzi li fa quotidianamente il mercato e i volumi sono flessibili in funzione di domanda e offerta. Ammesso che il sogno/obiettivo sia condivisibile (posto che l’avere i contratti che oggi sono peccato sino al 2008 ha avuto i suoi vantaggi, e che in passato è a volte anche successo che il prezzo spot del gas naturale corresse più veloce di quello del petrolio) il sogno cozza al momento contro una realtà contrattuale, prima ancora che fisica. L’ostacolo non sono le infrastrutture. Il problema del mercato libero e liquido è anzitutto che sommando i contratti russi e libici e algerini esistenti il nostro fabbisogno di gas da importare sino al 2020 (così come definito dalla Strategia) è già stato acquistato per intero. E con contratti di take or pay.  La Strategia ne pare cosciente, e si propone di affrontare il problema col “favorire la graduale ridefinizione dei contratti di importazione esistenti assumendo meccanismi di aggiornamento dei prezzi legati all’effettiva dinamica dei prezzi gas, in una logica di gas to gas competition”(p.61). Non consta che lo Stato Italiano sia parte dei contratti in essere, e dunque vedremo che forme prenderà il “favorire”.  Però  promuovere ulteriore infrastruttura, magari dedicata all’arte dello spot, in presenza di una infrastruttura di importazione già sovrabbondante e di una domanda in contrazione non sembra “favorire” granchè.  Lo spot spiazza in ipotesi il long term indicizzato a petrolio; e l’importatore nazionale di quest’ultimo inchiodato dal take or pay e nell’attesa di trovare un modo di liberarsene non può che chiedere un piccolo aiuto allo Stato, magari sotto forma di capacity payment. Finisce che il gas lo paghiamo due volte. In definitiva, se vogliamo marciare verso un mercato liquido dovremmo occuparci più della possibilità di “nuovi” contratti che di quella di nuove infrastrutture; che l’eccesso di sovrabbondanza può anche far male, e rivelarsi contraddittorio all’obiettivo.

Secondo argomento. Diventare esportatori. Qui la difficoltà terminologica è insuperabile. Se Apple concentrasse la consegna di tutte le importazioni di I-Pad per l’Europa nel Porto di Genova non per questo l’Italia diventerebbe un esportatore di I-Pad. Il nostro approvvigionamento di gas naturale da Nord entra da Austria e Svizzera; e io non ricordo riferimenti alla Svizzera come Paese “esportatore di gas” (magari di energia elettrica, appunto). Diciamolo più laicamente. Abbiamo tanta costa e un bravo operatore nazionale di rete (Snam). E su queste basi ci offriamo per trasportare sul nostro territorio nazionale gas importato per la riesportazione.

Un servizio reso a terzi. Detta così è meno sexy . Però coerente alle premesse. Se uso i numeri della Strategia, qualunque aumento di capacità delle infrastrutture di importazione è ridondante per il mercato interno e si giustifica solo in funzione della possibilità di sbocco su altri mercati. Mentre noi importiamo sempre meno, il resto d’Europa (previsione IEA assunta dalla Strategia) dovrebbe approvvigionare nuove importazioni per 100-150 miliardi di mc/anno di qui al 2030 (prevalentemente per sostituire il venir meno delle produzioni nazionali correnti). Da qui, secondo Strategia, l’opportunità e la vocazione a farci “hub”.

Benissimo. Se non fosse che l’opportunità dovrebbe consistere nel fare qui opere pagate da Madame Jeanne e da Frau Gertrud, in quanto beneficiarie del servizio. E invece sembra che noi si pensi a farne pagare un po’ via bolletta del gas alla Signora Gina, che invece ne farebbe volentieri a meno.

Chi paga l’infrastruttura?  Sono alieno da pregiudizi nei confronti dell’intervento pubblico. L’ho anche difeso e invocato, quando ad esempio è consistito nel favorire infrastrutture che anticipavano i bisogni di una domanda ragionevolmente attesa. Però qui quel che è atteso è un decrescere della domanda. E magari è ragionevole che io non sia troppo disposto a pagare di più per un servizio che userò di meno.

Se il privato vuole investire nell’infrastruttura di transito ben venga. La Strategia impegna a “facilitare la realizzazione di altre infrastrutture di importazione… con costi di investimento sostenuti dai soggetti proponenti, senza garanzia di ricavi e contributi finanziari di natura pubblica”, citando a questo proposito i tre rigassificatori già autorizzati (cui peraltro a certe condizioni potrebbe applicarsi un contibuto pubblico sotto forma di capacity payment, ma transeat) nonché una serie di gasdotti potenziali in stato sparso di avanzamento. Sulla realizzabilità a termini di mercato di qualcuna di queste infrastrutture, almeno per il breve periodo, mi permetterei un sommesso dubbio. Se l’effetto della Strategia sarà comunque e per questi casi di rendere praticabili le procedure autorizzative di questo Paese non si potrà che rendergliene merito, e poi stare a vedere quanti autorizzati investono per davvero.

Non è però questo che alla Strategia sta a cuore. La restituzione a ragione del permitting necessario all’investimento privato non è la sua priorità. La priorità è l’impegno a “realizzare le infrastrutture  strategiche per assicurare sufficiente capacità di import (con particolare riferimento a GNL) soprattutto per operazioni spot”. Sin qui sembrerebbe la solita esortazione a costruire più rigassificatori . Se però come me siete abituati a sentir definire “strategica” qualunque grande opera di dubbia razionalità economica già l’incipit vi inquieta. E difatti va subito oltre. “Si può prevedere, per tali opere, un meccanismo di recupero garantito dei costi totali di investimento a carico del sistema, anche in un contesto di riduzione dei consumi che quindi ne rallenterebbe la costruzione in base a meccanismi puramente di mercato” (pp.61-62). Proviamo a tradurre. La sequenza strategica è che si fanno con garanzia pubblica le infrastrutture strategiche; e poi senza garanzia pubblica si promuovono i progetti “privati”. Posto che la Strategia giustifica la garanzia pubblica alle infrastrutture strategiche col fatto che le “condizioni di mercato” da sole non ne giustificherebbero la tempestiva costruzione, non si capisce come il privato possa reagire alla realizzazione di capacità “strategica” ridondante aggiungendovi ulteriori ridondanze con investimenti propri e non garantiti dal “pubblico”. Ma andiamo ancora oltre. Al “meccanismo di recupero garantito dei costi”. Insomma suppongo la RAB. Regulatory Asset Base. Meccanismo per cui l’investimento nel rigassificatore, come per tutti i gasdotti della rete nazionale, verrebbe ripagato con un rendimento predeterminato attraverso la sua inclusione pro quota nella bolletta dei consumatori. E’ con qualche variante il meccanismo con cui in buona parte d’Europa si è garantito il fondamento finanziario della terzietà della Rete; e però anche un meccanismo che non stimola la sobrietà dell’investimento (nel senso che in regime di RAB più spendi e più guadagni, almeno per volume di cash flow). Insomma il meccanismo è meglio usarlo, se proprio si deve, solo per l’essenziale.

La Strategia poi non dice, ma vi è infine implicita l’indicazione del soggetto cui dovrebbe essere demandata la realizzazione dell’infrastruttura con “recupero garantito dei costi”. Insomma di chi realizzerà (tra l’altro) il rigassificatore “strategico”. Si scrive Snam; ma ormai si pronuncia Cassa Depositi e Prestiti.

A valle del rigassificatore, bisognerà poi tarare la rete alle (nuove) necessità del transito E sarà subito, e nuovamente, RAB (la necessità di un rafforzamento di alcuni nodi di rete comunque preesiste. E se ad oggi non è stata soddisfatta – vedi alla voce “dorsale adriatica” o “appenninica” –  è stato più per problemi di Titolo V e dunque autorizzativi che non per ridondanze potenziali). La remunerazione del capitale investito nell’intero processo è comunque garantita; e quello che non si recupera attraverso ricavi generati da attività  di riesportazione resta comunque qui. Nella bolletta della Signora Gina, che paga di più per garantire l’approvvigionamento di Mme Jeanne e di Frau Gertrud. La bouillabaisse è salva, ed il tafelspitz pure. Però fare il brasato rischia di diventarci perciò più caro. Stiamo lavorando ad una Strategia europeista.

La domanda scende a sessanta. La capacità è a 120. La Strategia ci interroga. Concordiamo “con l’esigenza di aumentare la capacità di importazione attraverso lo strumento delle “Infrastrutture Strategiche”?”. Insomma siamo favorevoli a pagare con la bolletta del gas il costo di un ulteriore aumento della capacità di importazione assolutamente coevo e parallelo alla contrazione sul mercato nazionale della domanda di gas importato?

Spero che un sommesso “no” non faccia scandalo. Che poi magari era solo un problema di narrazione, avevo capito male, e cambierò idea.

 

P.S. In punto di costo del brasato la Strategia mi obietta che la Signora Gina beneficia. “L’investimento in un rigassificatore con un costo stimato di un miliardo di Euro, se finanziato interamente in tariffa, comporterebbe un costo per il sistema di circa 130 milioni di euro all’anno. Considerato che la spesa per la sola materia prima gas è stimabile in circa 25 miliardi di euro all’anno, anche una contenuta riduzione del prezzo del gas attribuibile all’apporto di liquidità offerto dall’infrastruttura potrebbe giustificare l’investimento”. Sono certo che quando verrà reso pubblico il modello economico sottostante mi convincerò. Però per adesso mi limito a pensare che l’effetto sui prezzi di un meno di 2% di capacità aggiuntiva tenda allo zero, e che il riferimento all’”apporto di liquidità” possa essere frutto di una qualche confusione tra “prezzo” spot e “operazione” spot. Un conto è il “prezzo spot” che si forma su un mercato “liquido” (tipo TTF o NCG per il mercato tedesco) ; e un altro il prezzo che si spunta a immettere un volume marginale di gas “acquistato spot” su un mercato illiquido. (Se in Italia arriva un carico “spot” non è per vendere al prezzo “spot” del mercato tedesco; ma per lucrare il differenziale del mercato italiano rispetto a quello tedesco). So che sarò presto convinto del mio errore, ma per ora l’unica certezza che ho sono i 130 milioni annui di spesa in ipotesi aggiuntiva.

P.P.S. Oppure è una raffinatissima manovra. Keynesiana purissima. Il rigassificatore erede di Hoover Dam. Non puoi finanziarlo col debito pubblico, che non è aria. Non con le tasse, che neppure. La tariffa si vede meno. Oddio è regressiva anziché progressiva, e quindi forse un filino incostituzionale. Ma cosa volete che sia a fronte della crescita? E poi, diciamo la verità, la tariffa che finisce a Cassa Depositi e Prezzi è un prelievo forzoso quasi indolore. Saccheggiare i conti correnti durante la notte è volgare. Farlo con la bolletta ti suscita quasi riconoscenza. Unico problema potenziale. Hoover Dam alla fine ha prodotto. Il rigassificatore nuovo, se non diventiamo hub, non è detto che produca alcunchè. Assomiglia più ai lavori di sterro in Bretagna, che forse non erano Keynesianamente ortodossi. Però ti resta il manufatto. Che se non è un impianto è quantomeno per dimensione un monumento. Un ritorno alle origini della spesa pubblica. Dalle piramidi al rigassificatore.

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