Intesa-Unicredit: perché no

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Il tema l’ha messo sul piatto, con la sua solita bravura di giornalista finanziario ottimamente informato, Massimo Mucchetti del Corriere della sera. Un tema e un’ipotesi che viene presentata come centrale per la messa in sicurezza di una parte essenziale dell’economia nazionale. Ergo, vale la pena di occuparsene. E’ l’ipotesi di spin off di Unicredit, dividendo rete e attività italiane da quelle estere più le partecipate, nell’ipotesi che sia Banca Intesa ad acquisirle. Il presidente di Unicredit non ha negato che l’opzione eista, anche se non è in agenda, ha detto. Cucchiani, il CEo di Intesa, l’ha respinta seccamente. Tuttavia, l’ipotesi c’è. E non convince.

Mucchetti non ha mai fatto mistero di essere un critico del mercato. Va bene per Luxottica e Del Vecchio, scrive. Già non va bene per l’auto, visto che in America è il contribuente ad aver salvato GM e Chrysler, e visto che in Francia il governo mette miliardi in PSA. Figuriamoci poi se si può credere alla positività delle logiche di mercato nelle banche, che sono state salvate dai governi di mezzo mondo, meno che da noi dove non era necessario. Ergo, perché non prendere sul serio l’ipotesi, alla quale starebbe lavorando Claudio Costamagna con un mezzo affidamento da parte di Intesa?

Il timore è che presto o tardi, ai valori attuali delle banche italiane, soprattutto Unicredit potrebbe attirare scalate ostili, stante che è la più internazionalizzata di quelle nazionali, con gli ex asset HVB tedeschi e centroeuropei che fanno gola, ripuliti come sono stati, e profittevoli come sono e saranno. Ergo poiché l’azionariato italiano soprattutto di Unicredit è ormai abbastanza esiguo rispetto alle quote tedesche e arabe, con un 15% distribuito tra le cinque fondazioni Cassamarca, CRT, CariMo, Cariverona e Fondazione del Monte, perché non sommare alle cinque le altre cinque che detengono una quota assai più elevata di Intesa, cioè Compagnia di San Paolo, CariFi, CariBo, Padova e Rovigo e Cariplo? Ovviamente, Mucchetti riconosce che esisterebbero rilevanti problemi di antritrust, ma si risolverebbero con una sollecita cessione degli asset italiani, tranne le partecipazioni in pancia a Unicredit. Quanto poi a a queste ultime, il problema che già esiste per la filiera Unicredit-Mediobanca-Generali-Telecom non si aggraverebbe ma semmai si attenuerebbe, spalmandone il controllo in Intesa, poiché Mediobanca avrebbe modo di essere meglio incoraggiata a diminuire la sua presa sulle partecipate (di fatto, con Generali, quasi-controllate). Infine, l’alternativa quale potrebbe essere? Solo una moratoria di qualche anno che l’Italia dovrebbe chiedere in sede europea alle operazioni di consolidamento bancario cross border, se il governo italiano ne avesse il fegato. Oppure su, per favore non si citi il mercato, perché si tratta della consueta linea Bankitalia tante volte già messa in opera, quella di spingere ai consolidamenti nazionali per evitare di far passare in mani straniere istituti di credito italiani.

Dal punto di vista dei proponenti, il ragionamento sembra filare come un treno. Ma, allo stato, non persuade. Almeno, non persuade me. Forse bisognerebbe ragionare al contrario. L’euroarea è ben lungi dall’essersi messa la crisi alle spalle, e di conseguenza le opa ostili bancarie non sono ancora in agenda. Ma potrebbero arrivare presto, è verissimo. Come è vero che Unicredit per le attività che detiene all’estero è un pezzo tra i più rilevanti del provato – molto provato – mondo bancario italiano. Ma mi chiedo se il ragionamento non dovrebbe essere un altro.

E’ per i colpi della crisi, anno dopo anno e massime con l’eurocrisi, che sono venuti al pettine i nodi di come negli anni precedenti abbiamo realizzato il consolidamento bancario italiano. Dopo anni passati a ripetere che abbiamo uno dei sistemi bancari più solidi al mondo e meno intossicati di prodotti finanziari tossici, è il caso di cambiare marcia e di dire la verità. Dopo anni e anni di crisi del mercato domestico, abbiamo la propensione al risparmio ai minimi, di poco superiore all’8% del reddito disponibile, 12 punti in meno dei tempi eroici delle famiglie italiane campioni di risparmio del mondo avanzato, e siamo reduci da mesi e mesi di depositi negativi. Il ROE complessivo del sistema bancario è a zero e sottozero. E’ un sistema con troppi mattoni e dipendenti, per ogni 100mila italiani ci sono 56 agenzie bancarie, per ogni 100mila olandesi ce ne sono 17, e questo significa in tempi di crisi un cost-income che schizza verso il 70%. Bassissimo l’internet-banking, idem il cross selling cioè la capacità di offrire al cliente prodotti e servizi tagliati sulla sua percezione del rischio , reddito e patrimonio. Ovviamente siamo diventati tutti cattivi pagatori, ergo le rettifiche patrimoniali da incagli e sofferenze quest’anno diventano pari al totale degli utili degli anni di sole splendente, o giù di lì. Le banche devono patrimonializzarsi, ma i soci di controllo – a cominciare dalle fondazioni di cui si parla a proposito di Unicredit-Intesa – non vedono da anni i dividendi pingui dei vecchi tempi, ergo dopo i sanguinosi aumenti di capitale di Unicredit il sistema – cioè Bankitalia e la politica, d’accordo – si è inventato mille modi per non far mettere loro mano al portafoglio (e qualcosa di analogo sta succedendo con la conversione delle loro quote in Cassa Depositi e Prestiti).

Naturalmente, lo Stato si è preso il suo prezzo, per questo atteggiamento di favore. Appena le banche italiane hanno attinto a un quarto dei 1.100 miliardi di euro elargiti dalla BCE di Draghi al sistema bancario europeo, con le aste ad alta liquidità e bassa qualità dei collaterali, ecco che Bankitalia e governo hanno mandato agli istituti di credito una bella circolare, imponendo di ripresentarsi in massa alle aste di titoli pubblici della Repubblica. Si chiama in gergo tecnico “repressione finanziaria”, questa strategia, e serve ad abbattere la quota di stock di debito pubblico italiano nelle mani di stranieri. Sta funzionando, dal 46% in mani estere siamo scesi a poco oltre il 30%. ma è una fesseria. Le banche stremate per compiacere lo Stato devono bloccare riserve di patrimonio visto che i titoli pubblici si valutano mark-to-market. Ergo hanno ancor meno risorse per imprese e famiglie italiane. In più, meno debito pubblico è nelle mani estere, meno gli interlocutori stranieri sono indotti a comportamenti cooperativi nei nostri confronti.

Siamo proprio convinti, che l’interesse nazionale – ammesso che di questo si debba parlare – debba indurre a tutto ciò? Non lo credo affatto.

Al contrario, proprio la crisi europea e delle banche doveva e dovrebbe indurre a fare un ragionamento del tutto diverso, sulle fondazioni. Invece di pensare a blindare il loro controllo su Intesa-Unicredit, intesa come somma dei suoi asset esteri più naturalmente l’appetitoso pacchetto Mediobanca, la nostra modesta idea è di usare la crisi per portare ad esaurimento il ruolo di controllo bancario delle fondazioni, questo singolare soggetto che esiste solo in Italia tra tutti i Paesi avanzati. Un mix di incentivi a liberarsi del controllo per fare ciò che dovrebbero, cioè diversificare il loro patrimonio e pensare a società e cultura, e di misure coatte per indurle a smettere il ruolo proprietario bancario, oltre un certo delta temporale. Anche perché le fondazioni hanno riprodotto singolari logiche di ex politici-controllori di banche. E se Dio vuole la sia pur modesta abolizione delle Province messa in moto da Monti rivoluziona oggi molti dei criteri di nomina delle fondazioni bancarie.

So naturalmente che questi argomenti sono quelli che classicamente fanno sorridere il mio amico Massimo Mucchetti. Le fondazioni teniamocele strette, pensa lui, da Bazoli a Chiamparino. Io non ce l’ho con le persone, ma come sono convinto che sia sbagliato non ripatrimonializzare le banche per dare una mano alle fondazioni (preferirei stranieri con denaro alla mano), ancora di più penso che l’ipotesi Unicredit-Intesa nelle loro mani sia sbagliata.

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