Perché la globalizzazione non ha funzionato – di Gerardo Coco

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Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Gerardo Coco.

Il processo di produzione si basa sulla divisione del lavoro. Ogni produttore si specializza nell’ottenimento di determinati prodotti e si procura gli altri di cui abbisogna attraverso lo scambio. Il mondo della produzione fondato sulla divisione del lavoro è necessariamente un’economia di scambio dove il denaro svolge la funzione di unità di conto e di mezzo di pagamento. Come scrive Karl Marx, dalla catena “merce contro merce” si passa alla catena “merce-denaro-merce”  cioè dal baratto allo scambio indiretto. Poiché il denaro è solo un intermediario sono i beni ad essere permutati. David Hume scrive: “Il denaro non è propriamente parlando una delle materie del commercio, ma solo lo strumento su cui gli uomini si sono accordati per facilitare lo scambio da una merce all’altra. Non è una delle ruote del commercio: è l’olio che rende il movimento delle ruote più facile e scorrevole”.

L’economia di scambio è anche una comunità di pagamenti: ogni acquisto e ogni vendita fa sorgere un debito e un credito che prima o poi devono essere regolati mediante trasferimento di denaro. Pertanto un’economia di scambio è anche un’economia monetaria. Ma ciò non cambia la realtà sottostante: i prodotti si pagano con i prodotti, non in denaro. Non appena il commercio supera i confini nazionali si parla di economia internazionale. Molto prima che le politiche economiche degli stati si interessassero allo scambio internazionale, i soggetti privati di un paese trovarono conveniente vendere beni e servizi a soggetti di altri paesi o comprare da loro. E’ chiaro che le relazioni economiche interstatali nella forma di esportazioni e importazioni hanno ampliato la divisione del lavoro. L’enorme e rapido sviluppo nella produzione di beni nel commercio internazionale avvenuto negli ultimi duecento anni è proprio la conseguenza della divisione internazionale del lavoro. Oggi, il fenomeno globale di integrazione dei mercati si chiama globalizzazione.

L’equità nello scambio

All’inizio del XIX° secolo, l’economista inglese David Ricardo diede un contributo significativo al concetto di divisione del lavoro con la dottrina dei vantaggi comparati. Famoso è l’esempio di interscambio tra Inghilterra e Portogallo. Anche se questo paese fosse più efficiente nella produzione di panno e vino, se cioè avesse un vantaggio assoluto nella produzione di entrambi, gli converrebbe specializzarsi nella produzione del solo vino dove ha un vantaggio comparato maggiore ed importare panno dall’Inghilterra. Producendo invece localmente anche panno dovrebbe dedicare capitale e lavoro alla sua produzione ottenendone magari qualità e quantità inferiori. I costi comparati si riferiscono ai rapporti fra i costi reali interni delle due merci prodotte nello stesso paese. In sostanza la teoria afferma che per conseguire il massimo vantaggio ogni paese ha interesse a specializzarsi nella produzione di quelle merci per cui incontra comparativamente il costo minore. L’esistenza di vantaggi comparati promuove gli scambi apportando benefici reciproci mentre l’isolamento e il protezionismo causano perdite e impoverimento. La legge sottintende che in un contesto di libertà commerciale nessun paese o regione nel mondo rimane escluso dalla divisione internazionale del lavoro perché i paesi più avanzati hanno sempre convenienza ad acquistare anche dai paesi privi di qualsiasi vantaggio assoluto purché in grado di produrre alla meno peggio.

E’ opportuno sottolineare che tra l’acquisto di panno inglese e l’acquisto di vino dell’esempio, non c’è nessuna relazione diretta. Vale qui infatti la proposizione ricardiana: “Ogni transazione commerciale è una transazione indipendente”. Nessuno vende allo scopo di importare. L’esportatore portoghese non vende vino per comprare stoffa inglese, ma per conseguire un guadagno. Con le sue esportazioni otterrà divise che daranno ad altre unità economiche la possibilità di pagare. D’altra parte l’importatore inglese, in quanto debitore, può procurarsi denaro ed estinguere il debito solo vendendo il suo prodotto. Nell’esempio di Ricardo l’importazione di panno ha un valore equivalente all’esportazione del vino. Ma nella realtà non esiste questa equivalenza perfetta tra due paesi perché ciò presupporrebbe che i loro rapporti di domanda e offerta siano tali che il valore dell’importazione dall’uno eguagli il valore dell’esportazione dall’altro, il che non accade mai.

Tale equivalenza di valori per un paese può essere solo multilaterale e nel lungo periodo: il valore totale delle sue esportazioni deve essere sempre uguale a quello delle importazioni perché una comunità di pagamenti non può indebitarsi nei confronti di un’altra indefinitamente. Alla fine deve saldare i debiti e sono le esportazioni a pagare le importazioni. Nel sistema monetario aureo lo scambio era possibile solo se si vendevano e compravano prodotti di valore equivalente ed è questo principio a rendere equo lo scambio internazionale.

Lo scambio ineguale

La globalizzazione non ha portato i benefici sperati e lo sviluppo mondiale ha subito una battuta d’arresto. Sebbene beni e servizi si siano diffusi in ogni paese come non mai, l’integrazione mondiale dei mercati ha avuto conseguenze negative specialmente nei paesi più avanzati portando a diseguaglianze nei redditi, bassi standard di vita e squilibri economici strutturali. Come mai la teoria dei vantaggi comparati non ha funzionato? La risposta scontata è che il basso costo del lavoro dei paesi emergenti ha eroso la competitività dei paesi industrializzati mettendo in crisi le loro economie. Ma è proprio così?

Ai tempi di Ricardo il costo del lavoro in Inghilterra era più elevato rispetto al resto del mondo eppure questo paese era competitivo. Lo stesso si può dire per gli Stati Uniti, la Germania o il Giappone che per gran parte del XX secolo sono stati tra i paesi più competitivi anche avendo costi del lavoro elevati. I veri motivi della crisi vanno pertanto ricercati altrove.

Quando Ricardo sviluppò la sua dottrina, il commercio internazionale era regolato da una valuta stabile, l’oro e la sua circolazione permise alla produzione internazionale di espandersi immensamente a beneficio di tutti.

In un’economia basata sulla divisione del lavoro affinché la ricchezza possa circolare nella forma specifica di beni e servizi è necessario produrre ricchezza in forma generica o  moneta, che si scambi con la prima. Solo così può misurarne il valore e permettere lo scambio di beni eterogenei secondo rapporti equivalenti. L’oro assolveva appunto a questo ruolo. Le sue fluttuazioni temporanee non ne alteravano la funzione di unità di misura della ricchezza perché estendendosi a tutti i beni simultaneamente ne lasciavano immutati i valori relativi sebbene espressi da prezzi in oro più alti o più bassi. Tramite la sua intermediazione il rapporto di scambio tra beni esportati e importati non mutava a meno che mutasse la produttività dei paesi scambisti. E’ infatti la produttività a determinare le ragioni di scambio, non il denaro che è un intermediario neutro.  Pertanto un paese poteva regolare il proprio deficit o pagando in oro o con una maggiore quantità di beni, cioè in termini di produttività. Ma a partire dall’ultimo trentennio del XX secolo il commercio internazionale privato della valuta aurea si è avviato verso la disintegrazione.

Quando il dollaro sostituì definitivamente l’oro come strumento di pagamento globale, la sua richiesta aumentò in tutto il mondo. Poiché il dollaro a differenza dell’oro poteva essere prodotto praticamente a costo zero, gli Stati Uniti acquisirono rispetto ai paesi partner il vantaggio, poi tramutatosi in danno, di pagare le importazioni non con gli introiti delle esportazioni ma stampando i mezzi di pagamento. Così da quando il dollaro è diventato valuta di riserva gli USA non hanno più saldato in termini reali i propri debiti. Da questa situazione hanno tratto vantaggio i paesi emergenti, in particolare la Cina che ha scambiato i suoi prodotti a basso costo con la valuta esclusiva per acquistare petrolio e le altre materie prime indispensabili per il suo rapido sviluppo. Per contro, gli USA incentivando la produzione cinese e disincentivando la propria non solo si sono ridotti la disponibilità del mezzo reale per estinguere i debiti ma hanno anche avviato un processo di deindustrializzazione interna.

A partire dalla fine del sistema aureo praticamente nessun debito è stato più saldato nel commercio internazionale perché tutti i governi hanno creato sulla scia del dollaro valute fittizie. Poiché oggi i mezzi di pagamento sono prevalentemente creazioni di credito privi di garanzie reali, l’economia monetaria è diventata un’economia di debiti dove nessuna obbligazione viene più regolata in modo definitivo. Infatti come già osservato, i debiti in termini reali costituiscono obbligazioni a cedere ricchezza, non denaro. In regime di denaro fittizio i beni non si pagano più con i beni né le importazioni si pagano con le esportazioni. Con la demonetizzazione dell’oro il commercio internazionale è entrato in un circolo vizioso autoalimentantesi: i deficit deprezzano le valute le une rispetto alle altre, la svalutazione riduce il valore delle esportazioni rispetto alle importazioni facendo aumentare ulteriormente i deficit. Per ridurli le nazioni svalutano sempre di più con l’effetto di distorcere le ragioni di scambio e di innescare processi di deindustrializzazione. Finché le nazioni accettano valute inflazionate in pagamento di beni e servizi finanzieranno il consumo a spese della produzione. Infatti la svalutazione monetaria riduce il valore dell’export aumentandone la domanda. Ma questo processo lungi dal favorire la crescita costringe i paesi ad esportare di più a fronte dello stesso valore di importazioni il che equivale a produrre di più ma essere pagati di meno e quindi, alla fine, ad abbassare la produttività, i redditi reali e il potere d’acquisto.

Il gold standard tendeva ad allineare il potere d’acquisto delle valute convertibili alle ragioni di scambio per cui anche i tassi di cambio fungevano da meccanismo di trasmissione dei tassi di produttività. Ma oggi tutto il processo di creazione, trasmissione di ricchezza e competitività è stato completamente distorto e oscurato dall’uso di denaro fittizio ed è per questo che la globalizzazione invece di promuovere la cooperazione economica e sociale si è trasformata in una lotta suicida fra nazioni. Per ristabilire uno sviluppo equilibrato a livello globale è necessario e urgente rimettere in circolazione il denaro autentico.

Questo articolo è stato pubblicato il 6 ottobre 2012 su Cobden Centre con il titolo “Making globalisation work requires real money.

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