Col capacity payment gas, Eni takes, il consumatore pays

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L’amministratore delegato dell’Eni, Paolo Scaroni, ieri si è presentato bel bello in parlamento e ha tenuto un’audizione che si può liberamente tradurre e riassumere così: poiché sta venendo meno la capacità di yours truly di estrarre la rendita monopolistica, bisogna rapidamente introdurre qualche sussidio o altra diavoleria equivalente.

Il tema è, in particolare, quello dei contratti “take or pay“, che costituiscono il nerbo dell’approvvigionamento di gas dell’Eni e, attraverso l’Eni, dell’Italia. E’ essenziale tenere distinti l’azienda e il paese: non necessariamente ciò che è bene per l’una è bene per l’altro, e soprattutto non necessariamente proteggere l’una è lo strumento più appropriato per conseguire i fini ritenuti desiderabili per l’alto (disponibilità di gas abbondante a prezzi accessibili e con ragionevole sicurezza).

I mutamenti degli ultimi anni hanno completamente cambiato il volto al mercato. (Il perché e il percome li trovate in questo libro di Matteo Verda). Fino a poco tempo fa l’Italia è rimasta isolata dal cambiamento perché, pur trovandosi in una situazione di eccesso (teorico) di capacità d’importazione, i tubi erano e sono intasati da quella che si chiama “congestione contrattuale”: i titolari della capacità di trasporto (in larga misura Eni) possono scegliere di lasciarla inutilizzata, creando così scarsità artificiale e determinando un significativo differenziale di prezzo al di qua e al di là della frontiera. Differenziale su cui il soggetto dominante margina.

Tuttavia, per varie ragioni le cose stanno cambiando: tra di esse, la realizzazione del terminale di rigassificazione di Rovigo (che per la prima volta ha introdotto nel paese gas non Eni) e la recessione che, abbattendo la domanda, ha “allungato” il mercato italiano. Altri cambiamenti strutturali e più proiettati nel lungo termine, dalla cessione di alcuni gasdotti internazionali imposta dalla Commissione europea alla separazione di Snam, promettono di accelerare il processo, nonostante le condizioni non ottimali in cui sono avvenuti. Sicché la distanza tra il prezzo oil-indexed dei contratti a lungo termine, che dominano il paniere Eni, e i prezzi di mercato europei e, gradualmente, italiani inizia a diventare una seria preoccupazione per il gruppo di Stato.

Ecco, allora, le considerazioni di Scaroni:

Possiamo come Eni tentare di non rinnovare i contratti take or pay e risolvere quelli ancora in vigore perché divenuti eccessivamente onerosi. Avremmo un netto miglioramento della nostra performance sia economica sia finanziaria abdicando al ruolo di fornitore di ultima istanza che ci viene attribuito per ragioni storiche… oppure potremmo rinegoziare i contratti di lungo termine ma in questo caso la componente di sicurezza di approvvigionamento dovrebbe essere valorizzata. L’Eni ha già avviato un confronto sul tema con il ministero dell’Economia, il ministero dello sviluppo e l’Autorità per l’energia.

In sostanza, l’ad dell’Eni sta proponendo l’adozione, nel mercato gas, di un meccanismo di remunerazione della capacità non utilizzata analogo a quello in discussione nel mercato elettrico (qui, quo e qua). Per giustificare un tale meccanismo, che andrebbe a gonfiare la parte regolata della bolletta elettrica e dunque sarebbe, per definizione, sottratto al vaglio della concorrenza, devono sussistere entrambe le seguenti condizioni: (a) deve esserci un rischio attuale di disruptions nelle forniture di gas; (b) i benefici attesi del meccanismo (chiamamolo pure sussidio) devono essere superiori ai costi.

Per quel che riguarda (a), è difficile trattenere un sorriso. Oggi i mercati europei e mondiali devono scontare un problema di eccesso di offerta, che è anche all’origine delle difficoltà di Eni (assieme ad altri fattori, dalla sfortuna arbitrale all’obbligo “politico” di pagare dividendi probabilmente sovradimensionati). Credo che nessuno scommetterebbe su uno shortage di gas, in Italia o in Europa, nel futuro prevedibile. Possono esistere problemi locali sotto precise condizioni, come quelli che abbiamo sfiorato l’inverno scorso, ma hanno a che fare da un lato con l’inadeguatezza degli stoccaggi (fino a oggi controllati da Snam in pancia a Eni, ma naturalmente è un caso) dall’altro col fenomeno della congestione contrattuale (la capacità di trasporto sui gasdotti internazionali è in larga parte controllata da Eni, ma anche questa è senza dubbio una coincidenza). Morale della favola: sarebbe difficile sostenere che l’Italia, oggi, ha un problema di sicurezza energetica senza fallire contemporaneamente il test della faccia rossa. Che lo scenario fosse questo era chiaro, peraltro, da tempo, tant’è che alcuni consiglieri indipendenti dell’Eni avevano persino messo in guardia contro la fretta di siglare o rinnovare contratti indicizzati (che, come spiega Gionata Picchio, appaiono ormai del tutto anacronistici). Inoltre, vale la pena sottolineare en passant che non esiste alcuna ragione ovvia per cui la cosiddetta “sicurezza energetica” debba essere trattata come un bene pubblico che, in assenza di intervento dello Stato o del regolatore, verrebbe prodotto in quantità meno che ottimale.

Per quanto riguarda (b), giova riferirsi alla proposta dell’Autorità per l’energia, che collima per alcuni aspetti con le richieste di Scaroni. L’Aeeg suggerisce:

si potrebbero introdurre coperture di tipo assicurativo. Ad esempio si potrebbe prevedere che un operatore centrale (ad esempio Snam) acquisti dal mercato dei prodotti di lungo termine che prevedano la copertura simmetrica rispetto al rischio che i livelli.

Obiettivo dell’intera manovra sarebbe quello di prevenire picchi di prezzo eccessivi, garantendosi approvvigionamenti significativi a prezzi noti ex ante. Lo strumento, la sottoscrizione di contratti a lungo termine o simili. Ora, questa operazione ha bisogno di un backup regolatorio se e solo se il prezzo medio atteso dei contratti a lungo termine è superiore a quello spot (e questa differenza corrisponde alla “componente di sicurezza” che Scaroni vorrebbe “valorizzata”). L’effetto di ciò sarebbe quello di introdurre nel sistema dei costi fissi che gli operatori ricupererebbero a pié di lista. Dal punto di vista del consumatore, significa acquistare un’assicurazione contro picchi di prezzo occasionali – e magari molto alti – al costo di un aumento dei prezzi medi del gas. Per semplificare: pagheremo il gas più caro tutto l’anno, pur di non pagarlo troppo caro qualche giorno all’anno.

Quale sia il risultato del gioco, dipende dal punto di vista che si assume. Se si assume il punto di vista del consumatore, il gioco è probabilmente a somma negativa: alla fine della giornata, avrà sborsato di più per lo stesso volume di gas, in cambio dell’ambigua soddisfazione di aver osservato bassa volatilità dei prezzi. Dal punto di vista del titolare del “servizio si sicurezza”, ruolo che Eni sostiene di aver gentilmente svolto finora e per il quale adesso chiede di essere remunerata, il gioco sarebbe a somma positiva, perché vedrebbe consolidata la propria posizione, si farebbe finanziare i contratti take or pay scaricando il rischio volume sulla società, e godrebbe di una riduzione delle pressioni competitive dovuta all’appiattimento dei prezzi.

Dal punto di vista del paese, fate voi i conti.

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