26
Set
2012

I “fondamentali” dell’Europa – di Gianni Pardo

Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Gianni Pardo.

In economia i “fondamentali” sono i dati di base. Immaginiamo che una banca abbia un credito di un milione di euro e che alla scadenza l’industria debitrice non possa restituirglielo. La banca esamina seriamente la situazione dell’azienda e se la sua incapacità di restituire il milione è il sintomo di una situazione degradata che porterà al fallimento, si rassegna. Se viceversa si accorge che l’impresa ha i conti in equilibrio e quell’incapacità di restituire il denaro dipende da una serie di temporanee circostanze negative, può prolungare i termini per la restituzione del debito o addirittura concedere un nuovo mutuo. Nel primo caso i “fondamentali” sono negativi, nel secondo positivi. La domanda è: i fondamentali dell’Europa sono positivi o negativi?

La zona euro è in grave difficoltà, non è necessario dimostrarlo. Se i mercati avessero una crisi di panico e tutti si precipitassero a riscuotere l’importo dei titoli di Stato in scadenza, senza comprare quelli di nuova emissione, Paesi come la Spagna dovrebbero dichiarare bancarotta. In questi casi si dice che potrebbe intervenire la Banca Centrale Europea ma, evidentemente, si può pompare l’acqua fuori dalla nave se la falla è piccola e la pompa è grande. Se la falla è grande e la pompa è piccola, non c’è speranza.

Il problema in Europa è sapere se la situazione tende a migliorare o a peggiorare. Per cominciare si può stabilire che il modello sociale e produttivo di Paesi come la Grecia, la Spagna e l’Italia è stato tale da condurli alla situazione attuale. Dunque i fondamentali del passato sono stati incontestabilmente negativi. Perché si possa sperare che si inverta la tendenza bisognerebbe passare da fondamentali negativi a fondamentali positivi, cambiando il modello produttivo e sociale: ma è possibile farlo?

L’esempio dell’Italia è chiarissimo. La nazione è nei guai perché ha un debito pubblico stratosferico, tanto grande che il solo peso degli interessi rischia di farla affondare; non ha materie prime nel territorio; ha una pressione fiscale schiacciante; ha una scuola inefficiente; ha norme sul lavoro, sulla previdenza e sull’assistenza tali da paralizzare il Paese. Per passare dalle previsioni negative alle previsioni positive bisognerebbe cambiare tutto dalle fondamenta: ma è possibile realizzare enormi riforme? L’esperienza dice di no.

Fino ad oggi, seguendo i discutibili suggerimenti delle autorità europee, il governo Monti, malgrado qualche risibile conato come la discussione sull’art.18 dello Statuto dei Lavoratori, è solo riuscito a portarci a una disastrosa recessione. Tutti i parametri volgono risolutamente al peggio. Il professore ci promette ogni giorno che andrà meglio, ma da un lato questo meglio non si vede, dall’altro non si capisce neppure perché dovrebbe andare meglio. È forse cambiata la pressione fiscale? È solo aumentata. È diminuito il costo dell’energia? No, è anch’esso aumentato. Salvo che per l’età pensionabile, i fondamentali che ci hanno portati dove siamo sono addirittura peggiorati, e un Paese in recessione è meno capace di prima di pagare i suoi debiti. Dunque le prospettive rimangono negative. Se il disastro non si è ancora verificato è perché, finché la nave galleggia, l’orchestrina del Titanic continua a suonare.

Lo stesso famoso discorso di Mario Draghi, che tanto ha incoraggiato i mercati, non può illudere. Ha solo parlato di pompare fuori l’acqua, non di chiudere la falla. La Bce ha promesso di comprare quei titoli il cui rendimento dovesse pericolosamente impennarsi ma la situazione generale non è cambiata. E contro i mercati si perde sempre. Si può contrastare una piccola, non una grande crisi di fiducia.

Per giunta c’è il rischio che la situazione dei Paesi interessati peggiori ulteriormente. In Italia l’edilizia è ferma, la Fiat pensa di andarsene, l’Ilva, l’Alcoa e le miniere del Sulcis sono più o meno obbligate a chiudere, le piccole imprese sono alla disperazione o falliscono: che cosa c’è di incoraggiante, nel panorama, che sia sfuggito allo sguardo? Il lento e costante aumento del nostro debito pubblico?

E l’Italia per giunta in questo momento è considerata più affidabile, poniamo, della Spagna: dunque l’apparenza di normalità del Continente è francamente sbalorditiva. È vero che se si ha un malato grave in casa non serve a niente piangere dalla mattina alla sera. Ma l’ottimismo di tanti (sincero?) è semplicemente incredibile. Infatti oggi una grande agenzia di rating ha rivisto al ribasso le sue previsioni per l’intero continente.

Gli inglesi dicono che l’ultima pagliuzza spezza la schiena del cammello. Gli ottimisti dovrebbero solo rispondere a questa domanda: è credibile che un cammello porti sulla schiena dieci tonnellate?

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

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15 Responses

  1. Gianfranco

    Caro Sig. Pardo,
    direi che la questione e’ malposta.

    La vera domanda e’: se l’Italia crollasse, cosa cambierebbe per le classi dirigenti? Politici in primis, quelli con in mano utility e infrastrutture, imprenditori…

    Glielo dico io: niente. Alla fine, di qualunque entita’ sia il cataclisma, le stesse persone saranno negli stessi posti e per loro, ripeto: per loro, nulla cambiera’.

    Il particulare di chi conta rimarra’ intatto. E non e’ forse questa la base della nostra filosofia di italiani?
    Partendo da questa base, non deve assolutamente stupire che l’orchestra stia suonando sempre la solita musica. I posti nelle scialuppe sono gia’ assegnati. Si fidi.

    Distinti saluti
    Gianfranco.

  2. francine

    @Gianfranco
    Assolutamente d’accordo.Tra l’altro mi pare che sia anche la chiave di lettura per capire come mai da noi nonostante il bagno di sangue delle nuove tasse le chiusure continue di attivita’etc non ci siano per nulla gli assembramenti di protesta che si vedono in Spagna.In Italia la classe imprenditoriale(chi crea reddito e dovrebbe pagare stipendi e pensioni a tutti gli altri)sta morendo ma questa morte non ha ancora avuto ripercussioni sulla stragrande maggioranza degli italiani che invece vive direttamente o indirettamente di assistenza statale.Conclusione:in Spagna lo Stato che prima della crisi quasi non era indebitato e tradizionalmente molto poco costoso appena e’ scoppiata la crisi non ha potuto garantire l’assitenza che invece in Italia c’e’ ancora.Naturalmente i nostri 2000 miliardi di debito avranno pure una loro ragione!!Purtroppo la conclusione e’ amara perche’ la stragrande maggioranza degli italiani si rendera’ conto che la situazione e’ veramente drammatica quando non gli pagheranno piu’ stipendi e pensioni q uindi solo al default.Prima di questo ci avranno completamente e inutilmente spennati.Si salvi chi puo’..

  3. Gianfranco

    Ma caro Giorgio!

    Questo articolo di Giovanni Pardo e’ uno dei migliori e piu’ chiari e piu’ belli che abbia mai letto. Dritto al punto! come un fuso!

    Ma e’ evidente l’intento di misurare l’Italia con il metro del buon senso e partendo da un punto di vista evidentemente cosmopolita.
    Cose che in Italia non si applicano.

    La zavorra italiana non e’ quella dei fondamentali dell’economia: e’ molto piu’ drammatica. E’ culturale, antropologica.

    Possiamo spedire anche tutti alle Kerguelen. L’importante e’ che sappiamo che verrebbero sostituiti da tipi identici. 🙂

    Cordialmente.
    Gianfranco.

    ps. possibile una capra di 7 quintali?

  4. Gianfranco

    Cara Francine,
    chiedo sinceramente scusa se sembro qualunquista.
    Ho un bel bambino di 2 anni e mezzo. Il qualunquismo e’ un lusso che non posso piu’ permettermi….

    Sono esattamente d’accordo con lei. In toto.

    Dopo mesi e mesi di riflessioni sono potuto arrivare solo a quel punto: cosa cambierebbe, in Italia, per chi comanda? Risposta niente.

    ANZI! Qui viene il bello!
    Paese commissariato, disordini… richieste di fondi da tutte le organizzazioni mondiali.

    A chi spetterebbe la ripartizione di tali fondi? Alle stesse persone di ora. Stessa classe. Forse nomi diversi.

    Quando parliamo di crisi, in Italia, come lei fa giustamente osservare, parliamo dei poveri cristi.

    La crisi, in Italia, per un certo ceto, e’ la cosa piu’ auspicabile che possa esistere. Smettiamo di essere fatalisti su questo.

    Distinti saluti.
    Gianfranco.

  5. stefano

    è vero, francine, la cosa sorprendente è l’assoluta mancanza di reazione popolare alle minacce della crisi. Le considerazioni tranquillizzanti, che il prof. Monti propaganda per il mondo intero, non aiutano gli italiani nella comprensione della crisi. Il resto lo fa l’atavica rassegnazione e consapevolezza che il “potere” e il Governo sono sempre lontani e disinteressati del problemi del “popolo”, per cui è meglio arrangiarsi.

  6. Marco Tizzi

    Clamoroso al Cibali!

    Lo Spiegel si accorge che i tedeschi truffano sui sussidi di disoccupazione, hanno doppio lavoro, evadono le tasse, corrompono e si fan corrompere…

    spiegel.de/international/germany/study-reveals-germans-less-confident-than-they-seem-a-857918.html

    Sarà sicuramente colpa dell’emigrazione italiana.
    Al prossimo giro si renderanno anche conto che lo spread non ha nulla a che fare con l’etica bontà dei cittadini franco-tedeschi.
    Inclusa quella gioventù (ariana) franco-tedesca che è “il futuro dell’Europa” (A. Merkel).

    phastidio.net/2012/09/25/svizzera-dai-buchi-nel-formaggio-alle-bolle-sui-mercati/

    A quel punto magari rivediamo un po’ il concetto di “fondamentali”.

  7. fra

    Si muovono a passo di lumaca quando è già economicamente e matematicamente troppo tardi. La Grecia è l’anticipazione di quello che accadrà in Italia, Spagna e via dicendo… In Europa invece se la prendono con calma di mese in mese. Le enormi riforme andavano fatte già negli anni 80 invece di continuare come sempre. Qui ladri e corruttori continuano a parlare come se nulla fosse e si ricandidano come il nuovo che avanza. Ecco perché il default è lo scenario più probabile.

  8. Ale

    La situazione economica italiana ed europea e’ una piccola frazione temporale della storia. Se va male dovremmo rinunciare ad un po’ di beni materiali e coltivare l’ orto sul balcone. I nostri nonni sono sopravvissuti lo stesso. Quello che rischiera’ di far precipitare le cose in modo violento sono i cambiamenti geopolitici se avverra’ che i paesi emergenti o che detengono le risorse naturali schiacceranno gli attuali paesi ricchi. Per questa cosa che chiamiamo ” crisi “, non esistono soluzioni ” moderne” basate su regole economiche e si sbaglia se si pensa che con le riunioni ed i summit dei ” cervelloni si sistemeranno le cose. Storicamente le rivoluzioni economiche o sociali si fanno solo in casi particolari non gestibili dalla volonta’ umana………. e visto che le stime della crescita demografica mondiale puntano ai 9 miliardi di esseri umani………. sempre guardando al passato, con un po’ di GUERRE si aggiusteranno i conti. Si fara’ un po’ di ridistribuzione: I ricchi rimarranno ricchi e i poveri creperanno i nome del loro Dio, per il petrolio, per l’ acqua. Forse la GUERRA e’ pure la soluzione auspicabile per i paesi ricchi. Visti gli umori dei popoli musulmani, non fare la guerra verrebbe visto come un segnale di debolezza che li porterebbe ad essere aggressivi anche verso le risorse naturali ( di cui spesso sono i proprietari ). Ci aspettano cinquant’ anni critici perche’ il mondo sta’ cambiando. Ma non è la prima volta. La gente sta’ aspettando che la crisi passi, ha ha ha . Ragazzi non si torna in dietro. Non e’ detto che staremo male.

  9. Giordano

    In Italia ed in Europa è mancato completamente il progetto. Si è sempre andati avanti per abbrivio, quasi nonostante. Il disastro economico è solo la conseguenza di ciò. Io me ne sarei già andato via, sollevando le povere vittime delle tasse dal pagare uno stipendio rubato, ma putroppo la mia personale Angela Merkel ha detto nein! Cabierà idea fra un paio d’anni…….ma sarà late…..too late….

  10. Egregio Gianfranco,
    visto che Lei si rivolge a me direttamente, Le rispondo.
    Innanzi tutto La ringrazio delle cose gentili che ha voluto dire a proposito del mio articolo.
    Che cosa avverrebbe alle classi dirigenti e che cosa avverrebbe ai poveri, in caso di collasso? Ammesso che si perdesse il novanta per cento (sto esagerando) del denaro che si ha, chi aveva un milione avrà ancora centomila, chi non aveva nemmeno diecimila non perde niente. Da un certo punto di vista starà peggio il primo, perché ha perso il novanta per cento, mentre il secondo non ha perso niente. Ma dal punto di vista della sopravvivenza starà peggio il secondo, perché il primo avrà ancora un po’ di denaro.
    Ma in verità staranno tutti talmente male che non è il caso di fare classifiche. Si ricordi che nel ’29 gli imprenditori si suicidavano saltando dalle finestre. E il giorno prima era abbienti.
    Infine ricordi che gli uomini non sono tutti uguali. Personalmente non mi considero un cretino, ma il pizzicagnolo sotto casa ha più spirito imprenditoriale e commerciale di me. In caso di disastro, starebbe meglio di me.
    Ma, ripeto, piuttosto che stare a beccarci come i capponi di Renzo, speriamo che non avvenga. Non ci sarebbe trippa per gatti.
    Quanto ai politici, è inutile prendersela con loro. Sono italiani come gli altri. Come noi. Non è colpa della singola mela marcia, è colpa del paniere.

  11. Francesco_P

    @francine

    Nonostante io veda il concreto rischio di una vera e propria catastrofe, sono un inguaribile ottimista. Non voglio arrendermi di fronte all’ineluttabilità della caduta nel baratro se c’è una sola possibilità di cambiare strada.

    La questione dei movimenti Spagnoli ha in se del bene (consapevolezza e protesta) e del male, rappresentato dalla sua distanza dalla libertà economica di tatcheriana memoria.

    La gente è pigra a cambiare e non si muove finché non c’è la consapevolezza del possibile destino infausto. La comunicazione è nelle mani di pochi gruppi legati al sistema dei partiti. Difficile che sfuggano notizie ed idee che non appartengono a qualche ortodossia di corrente politica. Al più si parla di M5S perché è un fenomeno sociologico e non ha un programma realistico. Qualcosa potrebbe cambiare se solo imparassimo a comunicare meglio, a presentare le analisi e le alternative in modo semplice e chiaro.

    Suvvia, un po’ di sana follia e un po’ di spirito di Davide contro Golia non guastano!

  12. Giorgio Andretta

    @Gianfranco ,
    premessa: le sono riconoscente perchè lei si dimostra educato e risponde alle domande, diversamente dalla quasi totalità degli altri ospiti.

    Io non ho nulla da obiettare sull’articolo di cui siamo coda tranne:”Per passare dalle previsioni negative alle previsioni positive bisognerebbe cambiare tutto dalle fondamenta: ma è possibile realizzare enormi riforme? L’esperienza dice di no.”
    Il sig.Pardo sostiene che l’esperienza suggerisce la negazione del cambiamento, non è un ossimoro, io sostengo di si dopo aver studiato il progetto che l’ing.Nicolò Giuseppe Bellia ha parcheggiato in rete nominandolo: Antropocrazia, da me più volte suggerito, come compulsione, ma mai registrato riscontro.

    In questo blog ci si sofferma in estenuanti e prolissi discorsi sul ricamo dei bavagli delle zanzare ma non si spende un attimo alla ricerca di una possibile uscita dal bioma miasmatico in cui stazioniamo. Mal che si vuole non duole.

    Sugli arcipelaghi non ho preferenza, quanto ai mostri-leggi capra da 7 q.li-ritengo che sia tutto possibile specialmente in preda agli effluvi di qualche psicotropo.
    Concludendo, con un minimo di buona volontà ed impegno ci si può riscattare da ogni situazione.
    Tanto le dovevo.

  13. Gianfranco

    Buongiorno!
    E’ sempre difficile comunicare via blog, specie se non ci si conosce, perche’ tanta parte della comunicazione vien persa…

    Ho letto le vostre gentili risposte e scrivo questo intervento per salutarvi e ringraziarvi.

    Sig.Pardo ha ragione: inutile beccarsi.

    Cordialmente
    Gianfranco.

  14. nick1964

    Ho letto solo adesso l’articolo di G. Pardo e lo approvo in toto.
    Mi sembra anche un chiaro e forte “schiaffone”a tutti quelli che, come M. Tizzi ad esempio, negano l’importanza cruciale dei “fondamentali” (da me citati come “caratteristiche economiche nazionali”) nella spiegazione della crisi attuale, nella individuazione delle sue dinamiche e nella ricerca delle soluzioni migliori per uscirne.
    Perchè “beccarsi” può anche servire ma solo nella misura in cui:
    1) ci porta ad individuare e capire LE CAUSE di questa devastante crisi economica-finanziaria;
    2) ci permette di scegliere il “progetto” politico ed economico migliore per superare la crisi e per minimizzarne gli effetti, per quanto ancora possibile.
    Dopo questo scritto di Pardo chi vuole capire può farlo, e anzi deve farlo, se in buona fede e libero da pregiudizi.

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