Ceto medio impoverito, colpe dello Stato, fermareildeclino!

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L’Italia vive una paradossale condizione. In presenza di un’intermediazione pubblica del Pil altissima – se sommate entrate e spese pubbliche siamo al 99% del prodotto – la pervasività della macchina pubblica ottiene l’effetto di peggiorare la condizione del ceto medio. Un ceto medio a reddito sempre più basso, visto che nel 2011 quasi il 50% delle famiglie dichiarava di non superare i 1900 euro al mese di reddito. Vediamo qualche numero, cerchiamo di capirne il perché. E come uscirne, sia pure in pillole perché il problema è immenso.

Il reddito disponibile delle famiglie in termini reali è diminuito nel 2011 dello 0,6% per il quarto anno consecutivo, tornando ai livelli di dieci anni fa: in termini pro-capite esso è inferiore del 4% al livello del 1992 e del 7% sul 2007. In 4 anni la perdita in termini reali a prezzi 2011 è stata pari a 1.300 euro a testa e la propensione al risparmio delle famiglie consumatrici è passata dal 12,6 all’8,8%.

Negli anni 1992-93 la quota del reddito da lavoro dipendente sul totale del valore aggiunto era vicina al 47%. Dopo essere scesa di circa 5 punti fino ai primi anni Duemila, è poi gradualmente risalita, assestandosi nel 2011 intorno al 45%. Tra il 1993 e il 2011 le retribuzioni contrattuali sono rimaste immutate in termini reali, quelle di fatto sono aumentate dello 0,4 per cento all’anno. Ma il carico fiscale e contributivo corrente sulle famiglie è aumentato dal 28,5 al 29,3% del reddito e nel 2012 sarà oltre quota 30. Anche la composizione del reddito disponibile è mutata: è aumentata la quota delle retribuzioni (dal 39,4 al 42,8%), mentre sono fortemente diminuite quelle dei redditi da lavoro autonomo (dal 28,5 al 25,3%) e del reddito da capitale (dal 16,6 al 6,8%).

È aumentata molto, invece, la quota delle prestazioni sociali, dal 25,4 al 32% e non solo a causa della crisi degli ultimi anni. Grazie alla riduzione della propensione al risparmio, oltre 13 punti tra 1992 e 2011, e al supporto proveniente dai trasferimenti pubblici alle famiglie, gli indicatori di povertà relativa basati sulla spesa sono rimasti stazionari negli ultimi 15 anni, intorno al 10-11% della popolazione. Ma è una mezza illusione: col decremento dei redditi è scesa la soglia rispetto alla quale si calcola la povertà relativa. Al Nord l’incidenza della povertà era pari, nel 2011, al 4,9%, al Sud siamo a uno spaventevole 23%.

Con meno reddito, meno risparmio, più disoccupati e più trasferimenti pubblici, i consumi del ceto medio cambiano. Tra 1997 e 2011 è aumentata oltre il 6% la spesa per l’abitazione, come l’energia. Tutte le altre voci sono state compresse. Gli acquisti del ceto medio sono aumentati del 25% in 15 anni e sono ora più orientati verso prodotti non alimentari, con un forte incremento delle spese per affitto e utenze. Tra il 1997 e il 2010 si è deteriorata la situazione delle famiglie di maggiori dimensioni e di quelle con minori: sono quasi due milioni, il 18,2% i minori che vivono in famiglie relativamente povere, il 70% dei quali al Sud. L’incidenza della povertà è aumentata tra le famiglie di lavoratori in proprio e di operai, nonché dell’8% per quelle in cui convivono più generazioni: le famiglie con minori in cui sussiste tale convivenza sono raddoppiate rispetto al 1997 (oggi sono quasi il 15%) e tra di esse, l’incidenza della povertà è passata dal 18,8 al 30,3%.

Tre considerazioni sulle quali riflettere. Il primo problema è lo Stato. Aumento di tasse e contributi e utenze pubbliche – cioè della pretesa statale e locale – si aggiungono agli effetti della crisi del mercato, su minor reddito da lavoro per il maggior numero di disoccupati, e minor risparmio. Eppure la crescita da trasferimenti pubblici sul reddito delle famiglie è molto elevata. Il che significa che lo Stato insieme drena troppo, ma dilapida troppo perché non concentra affatto le sue risorse nel sostegno al bisogno sociale vero. I 513mila italiani che a pensioni retributive – idest a fortissimo premio sui contributi versati – superano i 4000 euro di pensione mensile pesano 9 miliardi e mezzo sul bilancio annuale previdenziale nazionale, ma fanno a pugni coi 7 milioni di anziani a 500 euro al mese e coi giovani lavoratori precari che la pensione a migliaia di euro al mese non l’avranno mai. C’è un enorme problema di giustizia distributiva intergenazionale – altro che diritti quesiti! – tra ir egali copiopsi di ieri e la povertà oggi e domani.

Il secondo problema è la curva demografica. In un decennio siamo passati da un rapporto di 97 ultrasessantacinquenni per ogni 100 meno che quindicenni, a un rapporto attuale di 144 a 100. In ultreriore rapido peggioramento (abbiamo superato il Giappone nell’ultimo biennio, come velocità di peggioramento del rapporto). O cambiamo scuola e istruzione dalle fondamenta, e vi abbiniamo un calo significativo del cuneo contributivo per i giovani e chi li assume al fine di alzare l’occupabilità nelle fasce giovanili rialzando poi i contributi nell’arco vitale, oppure solo immigrati a frotte potranno salvarci (nel censimento 2011 rispetto a 10 anni prima, il saldo positivo di 2,7 residenti è solo di immigrati).

Il terzo problema è che riforme di questa ampiezza a intensità implicano un paese fortemente motivato a sostenere chi le propone. Non a raccogliere facili consensi con parole d’ordine a effetto quali la patrimoniale o l’uscita dall’euro. Ecco a che cosa serve, www.fermareildeclino.it!

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