Fiat,una nuova conferma del declino italiano

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La polemica su Fiat riesplode ma è , purtroppo, un copione già visto. Testimonia la divisione e debolezza di una parte apicale delle forze imprenditoriali italiane. E la cecità di una politica singolarmente capace ogni volta di riproporre il suo fallimento di visione. Ho e abbiamo su questo blog seguito paso passo in questi anni la vicenda Fiat.  Qui due qnni fa comentavamo le parole di Fini su Marchionne, analoghe a quelle attuali di Della Valle. Ququi  qui e qui e qui ancora l’evoluzione nel tempo del nostro giudizio posityivo sul nuovo modello di intese aziendali perseguito da Torino e negativo sulla battaglia contraria sostenuta dalla Fiom. Qui e qui e ancor più recentemente numeri sul mercato mondiale dell’auto , che non è affatto un prodotto maturo ma che premia i gruppi più capaci diinvestire e dimensionarsi commercialmente e produttivamente sul “mondo nuovo” che continuerà a vedere più auto vendute del mercato Usa. La Fiat paga da una quindina d’anni e più  l’errore di aver operato tra fine anni Ottanta e anni Novanta  diversificazioni che hanno sottratto all’auto investimenti necessari a non perdere il passo, rispetto all’innalzamento della soglia di capitale necessario al completamento e al rinnovamento di gamma  sia nei settori più bassi e a minor margine del mercato., sia soprattutto in quelli ad alto mrgine del settore premium.  Qui ancora, una conclusione sul mercato italiano dell’auto e sulla necessità di abbandonare la ripetizione del pluridecennle copione che consiste nel credere a un unico prouttore di auto nel nostro Paese: invece di continuare a rinfacciare alla Fiart un secolo di incentivi e sussidi pubblici, una volta che per fortuna sono venuti meno occorreva da tempo pensare a come attrarre produttori concorrenti, a cominciare da Volkswagen che è oggi e da tempo il miglior ottimizatore dei duoi dieci brand su ogni settore del mercato e sull’intero scacchiere mondiale.

Forti della costanza con cui abbiamo espresso il nostro giudizio, in sintesi e per punti ciò che pensiamo dell polemica riapertasi all’indomani della nota, due giorni fa, con cui Fiat mette in naftlian definitivamente Fabbrica Italia, l’intero progetto e i 20 miliardi di investimenti promessi sui quali si è messa in moto la vicenda dell’innovativo accordo aziendale votato da Cisl e Uil e confermato dai lavoratori nelle urne, rispetto al fiero no della Fiom e alle impugnative giudiziarie.

Primo – Per chi osserva il mercato e le strategie Fiat, la rimessa in discussione totale di Fabbrica Italia non può costituire una novità. Purtroppo, come abbiamo documentato da un anno e mezzo, Fiat nell sua strategia Chrysler non può che inseguire il posizonamento produttivo fuori dagli Usa più conveniente, tenersi strette Polonia e Brasile aggiungendovi la Serbia, prodiga di aiuti pubblici.  Su questo punto, continuo a difendere la libertà dell’impresa, nel definire la propria più conveniente strategia e localizzazione. Le vendite di auto in Italia ad agosto sono tornate al livello di metà anni Sessanta. Come richimato più volte nei pot in passato, il mercato uropeo è gravato oggi da una sovraccapcità pari a più dle 35% nei circa 107 impiantiaperti, e le case più esposte son o quelle più dipendenti dal mercato europeo, Opel e Psa-Citroen in testa con a seguire Fiat. Una strategiacontinentale di ridimensionamentod ella sovraccapcità fa a pugni con la resistenza dei gruppi tedeschi, che si sonomessi per temoi nei prim ianni Duemila e oggi raccolgono nel mondo i fruttidei loro sforzi.

Secondo – La politica italiana su questo può fare tutte le telefonate a Marchionne che vuole, ma che l’andamento del mercato e i margini Fiat andassero in questa direzione non avebbe dovuto apprenderlo dalla Nota di due giorni fa. Sono nei fatti e nlle cose da oltre un anno. Se non di più.

Terzo –  Già l’uscita di Fiat da Confindustria – come documentammo, tecnicamernte era una forzatura, la via delle intese aziendali al posto dei contratti nazionali e dei contratti nazionali derogati è perfetatmnte compatibile con il nuovo schema di relazioni industriali sottoscritto da Confindustrai Cisl  Uil, senza Cgil all’inizio e ppoi anche con la firma Cgil – mostrava che il fronte imprenditoriale italiano era spaccato. La durezza della nota di Della Valle contro i “furbetti cosmopoliti” Fiat e il sostegno di Cesare Romiti alla Fiom come unico sindacato che si sia opposto a Torino provano oar che Marchionne è sempre più isolato. E pesano anche le spaccature del capitaliimo italico asfittico, stretto intorno a quel che resta di Mediobanca, Rcs, Generali. Così facendo, però, gli imprenditori indeboliscono l’argomnto principe che per me continua a valere eccome:  l’Italia, per le sue tasse e cuneo fiscale, pubblica amministrazione ondivaga, giustziia ineffciciente, costo dell’ennergia e via proseguendo, è in realtà congegnata apposta per desertificare l’impresa a cominciare dalla manifattura.

Quarto – Anhe la Fiat ha i suoi bei torti. Non solo quelli di aver sbagliato radicalmente la politica degli investimnti per una quindicina d’ anni prima dell’incolpevole Marchionne, cedendo così sia di poter perseguire sia la strada dell’uscita soft dall’auto sia una contestuale diversificazione. Proprio la durezza della battaglia sostenuta negli ultimi due anni, con il sindacato che per due terzi ha seguito Fiat nela battaglia di rinnovmento pagando un maro prezzo e mille polemiche in nome di una maniera nuova di concepire l’impegno comune per la produttività, avrebbe dovuto indurre l’azienda a comunicare per tempo e con chiarezza i suoi mutati programmi. Non avendolo fatto, avrà buon gioco la Fiom che parla di “presa in giro”. Si rilancerà chi pensa che sia lo Stato a dover mettere sul tavolo soldi pubblici, incentivi e interventi diretti nel capitale. Per Cisl e Uil la battaglia per derogare i contratti sarà impervia più che mai, la battaglia pr intese aziendali di produttività ancor più difficile.

Quinto – La politica per un secolo ha sussidiato solo Fiat. E da tre anni continua a non tirare le conseguenze della necessità di mutare schema. Crede che si debba frenare Torino rinfacciandogli il precedente secolo di sostegno. Invece di abbracciare un nuova visione, capace di attrarre nuovi produttori con meno tasse, meno cuneo, meno defatiganti incertezze di anni sugli stabilimnti, trasporti e infrastrutture logistiche, regole ambientali, costo dell’energia.

Purtroppo, allo stato attuale l’addio a Fabbrica Italia è una nuova terribile tessera del declino in atto del nostro Paese.

Solo classi dirigenti capaci di parlare il linguaggio della verità e competitività nell’auto come in tutti i settori della produzione, classi dirigenti politiche, imprenditoriali e sindacali, potranno avere forza, princìpi e visione adeguata a fermare il declino italiano

 

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