15
Set
2012

L’impresa che non è un’impresa. Il caso Carbosulcis — di Thomas Manfredi

Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Thomas Manfredi.

La storia di CarboSulcis s.p.a. è la storia di una impresa che non è un’impresa. Spiegamoci meglio: le imprese nascono, sopravvivono e – altrimenti muoiono – se e solo se hanno l’economicità della gestione come unica loro prospettiva. Se invece di creare valore, lo distruggono, gli azionisti delle stesse non hanno alcun ritorno dall’investimento effettuato ed è semplice dimostrare che si trovano in una situazione migliore chiudendo i battenti. A voler essere pignoli nel breve periodo le perdite potrebbero anche essere sopportate, a condizione che nel lungo periodo si possa tornare a generare profitti, ma come vedremo non è affatto il caso del Sulcis.

Spiace dover ricordare con pedanteria questa elementare regola capitalistica – si sa siamo in Italia e il capitalismo «non tira» – eppure il dibattito pubblico è talmente concentrato sulla salvaguardia dei posto di lavoro dei minatori (che vivono in una zona disagiata da un punto di vista occupazionale, che hanno un lavoro certamente duro, ricordiamolo) da perdere di vista la elementare constatazione che senza economicità di gestione quel lavoro non è un lavoro, ma un sussidio mascherato. Direte voi, ma come non estraggono carbone, nel Sulcis?

Ebbene sì, lo estraggono ma con tecnologie datate e costose, e non da ora ma da almeno 10 lustri. La pur legittima critica, letta e riletta, di investire in tecnologie più efficienti ed eco-friendly si scontra con l’evidenza che se in 50 anni non si è mai riusciti a colmare il gap tecnologico non è per scarsi investimenti (ci torneremo dopo, su quanto è stato investito) ma per la totale inadeguatezza della miniera in sé ad essere sfruttata secondo standard moderni. Inutile cercare di cavare sangue dalle rape, se questo comporta:

  • Sussidi al prezzo di vendita del carbone, venduto a 84 euro a tonnellata contro i 35 di quello d’importazione cinese. Maledetto dumping sociale della Cina nei confronti dell’Occidente!
  • Sussidi nella produzione di energia prodotta con il carbone estratto dalla miniera da metà anni 90 in avanti;
  • Continue coperture delle perdite di esercizio ; essendo state ENEL, poi ENI e infine la Regione Sardegna gli azionisti, vi lasciamo immaginare su chi ricadono gli oneri di questa «allegra» gestione A solo titolo esemplificativo: 25 milioni di euro di perdite nel solo 2011, 35 milioni di finanziamenti pubblici. Dal 1996 in avanti la regione Sardegna ha sborsato 600 milioni di euro, mica male come “investimento” in una miniera che con tutta evidenza il valore lo brucia efficientemente più di quanto non si riesca a fare con il suo carbone.

Tutto ciò risulta scandaloso soprattutto se si pensa che i tutti i governi succedutosi negli ultimi anni hanno promosso in maniera inopinata politiche di sussidi indiscriminati (ancora questa parola, scusate la cacofonia, ma questa è la vera essenza della politica industriale italiana, speriamo che almeno per sfinimento lo si capisca) alla produzione di energie rinnovabili. Ora, paradossalmente, si vorrebbe continuare a sussidiare allo stesso tempo teconologie obsolete ed inquinanti. Buffo, no? Si sussidia – in teoria – per diminuire prezzo relativo di un bene prodotto considerato più meritevole rispetto a un altro ma in Italia evidentemente vogliamo sorpassare il limite dell’assurdo e incentivare A rispetto a B e nello stesso tempo non penalizzare B rispetto ad A. Divertente vero, il gioco dell’oca? E poi ci sarebbero loro, i 463 minatori. Si dirà tutto passa alla fine fine sulla loro pelle, sono loro i più colpiti dall’eventuale chiusura dell’impresa. Ebbene, il diavolo si nasconde nei dettagli: 600 miloni erogati in 15 anni. Un costo annualizzato « nascosto » di 80 mila euro per dipendente (ampiamente stimati per difetto perché nel calcolo dovrebbero essere compresi i sussidi alla produzione diretti e indiretti come detto prima).

Con quegli stessi soldi si coprirebbe un sussidio di disoccupazione dignitoso, visto che il salario medio netto di un minatore Sulcis si aggira sui 1400-1600 euro al mese, che si traduce in salari lordi annui di circa 35.000 euro (stimati per eccesso). Il sussidio con le norme attuali si aggirerebbe attorno all’72%[1] dell’ultimo salario, ovvero costerebbe circa 25.000 euro nel primo anno di disoccupazione. Non sarebbe più saggio è logico spendere questa somma per i sussidi e aggiungerci la spesa per corsi di formazione adeguati che permettano ai lavoratori di riqualificarsi e di trovare un differente impiego? La riconversione del personale di una miniera non è cosa semplice. Ma le cifre aggregate in ballo mostrano che intraprendere la via della salvaguardia del posto di lavoro, la via del sussidio indiretto, sarebbe semplicemente una follia.

Lo scarto illogico fra le due cifre (80, calcolate ampiamente per difetto e in realtà probabilmente circa doppia se si tiene conto degli altri sussidi, e 25 mila euro, stimati per eccesso) misura il peso delle decisioni di politica economica. È bene sottolinearlo e tenerlo a mente per valutare l’impatto sociale di scelte così scriteriate. Ma si sa la logica in Italia non è di casa, o meglio, la si baratta per scopi di mero scambio elettorale. Con 65 mila euro si forma un ingegnere elettronico,[2] il cui reddito produrrebbe gettito sufficiente per finanziare il sussidio a vita! È un paradosso, un’iperbole, ma sottolinea i trade-off insiti in ogni decisione economica.

Note

  1. Prendendo come riferimento una famiglia media con 2 figli al 100% del salario medio, riferimento non infondato dato lo stipendio Sulcis riportato. Fonte OCSE linkata.
  2. La pubblicazione OCSE, Education at a Glance 2012 stima in 43.000 dollari a parità di potere di acquisto il costo cumulato di formazione di un laureato in Italia.

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20 Responses

  1. Alessandro F.

    I lavoratori sardi della Carbosulcis avranno salvo il posto di lavoro poichè il loro datore di lavoro è il Pubblico (la Regione Sardegna).

    I lavoratori della Alcoa invece con molta probabilità resteranno tutti a casa perchè il loro datore di lavoro è un privato (una multinazionale americana).

    Siamo di fronte ad un altro esempio (l’ennesimo) di come in Italia esista una discriminazione tra dipendenti pubblici e privati.

    I dipendenti pubblici in Italia sono come le vacche sacre in India….non si possono toccare nemmeno se si stà morendo di fame.

  2. LucaS

    X Alessandro F.

    Parole sante! Stramaledetti dipendenti pubblici e il loro braccio armato: i sindacati! Spero che nelle famose “condizionalità” ci sia una bella mazzata per loro in arrivo!

  3. Ragazzi non per pedanteria ma vi ricordo che il mercato non è tutto nella vita … si sono fatti sufficienti progressi per potere garantire a qualcuno privilegi che vanno oltre la mera logica del mercato!

  4. Francesco_P

    Sulcis, Alcoa e le altre industrie sarde che stanno chiudendo i battenti sono casi eclatanti della follia con cui si gestisce la cosa pubblica.

    Prima non si creano le condizioni perché le imprese possano lavorare ed adattarsi ai cambiamenti del mercato, poi le si uccide con le tasse (ed anche i tassi) e infine, quando scoppia la crisi, si gettano nel cesso centinaia di milioni di euro in aiuti affinché imprese non più capaci di stare sul mercato continuino ad elargire stipendi, possibilmente spendendo anche per mantenere aperti impianti che non servono più.

    Il collasso industriale sardo fa notizia perché i sindacati stanno facendo rumore. Migliaia di imprese artigiane, piccole e medie stanno totalizzando un record di chiusure. Viene lasciato a casa un numero di addetti molte volte superiore a quello della Sardegna. Nessuno ne parla, tranne pochissime eccezioni. Il rumore che viene dalla Sardegna viene usato mediaticamente per coprire un problema gigantesco.

    Il PIL Italiano cresce poco dagli anni ’80. Semplicissimo, basta guardare su Wikipedia alla voce “Dati macroeconomici italiani”. Fa eccezione solo il 1988. Poi dagli anni ’90, e segnatamente dal governo Amato in poi, è stagnazione. Ora siamo ormai in piena e costante recessione. Paghiamo colpe di lunga data, non solo imputabili a questo o quel leader politico come cercano di farci credere, bensì ad un sistema trasversale MARCIO!

  5. giuseppe 1

    Nel caso dell’Alcoa e delle Industrie Energivore Italiane c’è un convitato di pietra – l’Enel – che ha le più grando responsabilità, insieme ai Governi che si sono succeduti. Non ci sarebbe alcuna ragione perché l’Energia Elettrica costi così tanto più dell resto d’Europa e il Nucleare è una diversificazione delle fonti,non un risparmio economico. Anzi, in mano ad Enel costituirebbe anche un notevole aggravio deli costi. Nel caso di Carbosulcis ocorre chiedersi – senza fare dell’ideologismo al contrario, ma analizzando solo il rapporto costi-benefici, come si fa nel miglior privato – se è proprio intelligente ed economico non sfruttare tutte le risorse nazionali a disposizione, prima di ricorrere all’importazione, rendendo ancora più negativo il rapporto import-export. E questo deve farlo lo Stato, non il Privato. Che acquista dove costa meno. Lo Stato deve considerare molti elementi di giudizio in più. E’ una sciocchezza per definizione che lo Stato debba assolutamente comportarsi da Privato in tutte le circostanze. Lo Stato è Stato, il Privato è Privato. C’è una bella differenza di ruoli e responsabilità. Chi non ha presente questa macroscopica evidenza non esito a dire che non ha capito niente neanche del Liberalismo. – che condivido in pieno – Per quanto riguarda il Liberismo e lo Spirito animale del Mercato, l’ho già detto, la considero un’enorme sciocchezza. Una Religione come il Comunismo. Un Comunismo all’incontrario.

  6. Alessandro S

    Tutti si sono dimenticati che l’ALCOA uno stabilimento in Italia lo ha già chiuso qualche anno fa. Era quello dii Marghera ma in quell’occasione lo spazio riservato dai media nazionali all’avvenimento è stato insignificante rispetto ad ora.
    Questo, come mille altri fatti, sta a dimostrare che ci sono in Italia lavoratori di serie A1 (dipendenti pubblici), lavoratori di serie A2 (dipendenti di aziende che vivono di sovvenzioni pubbliche: ex Alitalia, più o meno tutto il Sulcis, ecc.) e infine lavoratori delle serie minori che evidentemente non interessano a nessuno. Sono quelli delle migliaia di piccole e piccolissime aziende o laboratori artigiani che quotidianamente perdono il lavoro senza alcuna tutela e nel silenzio generale.
    In Sardegna vogliono mantenersi in vita le miniere di re Salomone o lo stabilimento di Portovesme o tutto quello che preferiscono? I Sardi si auto tassino e procedano pure.
    Io ricordo che in Sardegna, qualche anno fa si sono inventati la supertassa sulle imbarcazioni che osavano avventurarsi in quelle acque (idea geniale copiata poi anche dal governo di SantosubitoMonti) salvo poi scoprire che semplicemente le imbarcazioni andavano a spendere i loro soldi da qualche altra parte.

  7. Giorgio Andretta

    @Alessandro S ,
    il mio sogno nascosto consiste nel capacitarmi che molti in quest’ostello ragionassero analogamente, purtroppo così non è, lei è ancora una mosca bianca.
    Tanto le dovevo.

  8. VincenzoS

    C’era una volta…

    C’era una volta un bracciante agricolo che lavorava per un grande azienda agricola del suo paese. Lo pagavano neanche tanto bene, diciamo 8 euro l’ora.
    Questo braccinate agricolo aveva anche, accanto a casa sua, un orticello dove coltivava i pomodori con cui faceva il sugo per la pasta e l’nsalata.
    Un giorno capitò da lui un consulente che gli fece un bel ragionamento che il bracciante ascoltò visto che quello era molto più istruito di lui.
    Considerando le ore di tempo che dedicava al suo orto gli dimostrò che i suoi pomodori gli costavano 1,5 euro al kilo mentre invece se li avesse comprati al mercato li avrebbe pagati meno di 1 euro al kilo. Era quindi molto meglio che usasse lo spazio del suo orto per farci giocare i figli.
    Il bracciante, impressionato da così precisi conteggi, decise quindi di estirpare i pomodori e di usare l’orto per fare giocare i bambini.
    Il bracciante, per quanto mal pagato, essendo un tipo frugale riusciva ogni anno a mettere da parte su un libretto di risparmio circa 1000 euro. Pensava quindi in questo modo di potere risparmiare di più così da potersi finalmente fare una vacanza con la moglie.
    Arrivato a fine anno si accorse però che ne aveva messi solo 500. C’era qualcosa che non gli quadrava e chiamò di nuovo il consulente. Quello gli inziò a parlare di tassi di interesse, spread, crisi dei derivati e tante altre cose ma il bracciante non ci capì nulla.
    Andò allora dal vecchio saggio del paese a sentire se lui gli sapesse spiegare il motivo per cui non era riuscito a risparmiare quanto negli anni precedenti.
    Il saggio gli chiese:
    – Ma hai cambiato qualcosa nel tuo stile di vita?
    – No, nulla, rispose il bracciante, niente vacanze, niente macchina, mangio sempre le stesse cose, lavoro sempre alla stessa azienda e la paga non è cambiata.
    – Pensaci bene, replicò il vecchio saggio.
    – Beh, a dire il vero una cosa l’ho cambiata. Ora non mi faccio più i pomodori nell’orto ma li compro al mercato.
    – Ah davvero, e perché?
    – Beh, un consulente mi ha detto che mi sarebbero costati di meno e quindi io ho pensato che estirpando i pomodori dall’orto avrei risparmiato di più?
    – E perché ti sarebbero dovuti costare di meno?
    – Perché ogni ora di tempo che dedicavo all’orto vale 8 euro e io avrei risparmiato tante ore di lavoro.
    – Uhhhm, disse il saggio, questo è un problema di risparmio potenziale e risparmio reale.
    – Cosa, cosa? Risparmio reale, risparmio potenziale? Non capisco proprio, spiegami.
    -Dimmi, chiese il vecchio saggio, ogni tua ora di lavoro quando è che vale 8 euro? Quando sei all’azienda agricolo o quando stai a casa?
    – Beh, quando sto all’azienda, a casa chi mi paga?
    – E quest’anno sei forse andato a lavorare all’azienda più ore di quando ci andavi l’anno scorso quando coltivavi i pomodori nell’orto?
    – No, sono andato le stesse ore. Ai pomodori del mio orto ci pensavo la sera e durante il fine settimana, quando in azienda non si lavora.
    – Allora le ore che lavoravi nell’orto hanno un valore zero perché non puoi impiegarle in altro modo. Vedi, intanto che parlavamo ho rifatto i conti e puoi vedere che quei 500 euro in meno sono proprio i pomodori che hai comprato al mercato.
    – Davvero?
    – Eh sì? Vedi, tu puoi anche decidere di smettere di coltivarti i pomodori nell’orto perché ti costa fatica lavorare anche la sera o durante il fine settimana, ma sappi che la minore fatica ti costa 500 euro all’anno
    – Minore fatica? E perché mai? Io mi divertivo pure a coltivarmi i pomodori perché il mio lavoro mi piace e ora invece sto a vedermi Maria De Filippi in televisione per passare il tempo.
    – Hai capito ora la differenza tra un risparmio potenziale e risparmio reale?
    – Sì, credo di sì.
    – Vedi, un risparmio reale lo capisci anche tu perché vedi che i soldi sul libretto crescono. Un risparmio potenziale c’è quando hai la possibilità di sostituire un’attività che rende poco con una che rende di più. Ma se tu sostituisci i frutti di quell’attività che ti rende poco con un prodotto che acquisti al mercato senza iniziare un ‘altra attività più redditizia, il risparmio potenziale diventa una perdita reale.
    – Credo di avere capito, disse il bracciante, domani parlo con il consulente.

    Il giorno dopo il bracciante telefonò al consulente dicendo che voleva parlargli. Narrano le storie del paese che se uno si inoltra per le campagne ancora oggi, a tanti anni di distanza da quei fatti, può capitare di incontrare il consulente inseguito dal bracciante con il forcone in mano.

    Morale 1: l’apparenza inganna
    Morale 2: farsi le cose in casa ogni tanto conviene anche se l’apparenza dice altro

  9. Alessandro F.

    Alessandro S :
    Tutti si sono dimenticati che l’ALCOA uno stabilimento in Italia lo ha già chiuso qualche anno fa. Era quello dii Marghera ma in quell’occasione lo spazio riservato dai media nazionali all’avvenimento è stato insignificante rispetto ad ora.
    Questo, come mille altri fatti, sta a dimostrare che ci sono in Italia lavoratori di serie A1 (dipendenti pubblici), lavoratori di serie A2 (dipendenti di aziende che vivono di sovvenzioni pubbliche: ex Alitalia, più o meno tutto il Sulcis, ecc.) e infine lavoratori delle serie minori che evidentemente non interessano a nessuno. Sono quelli delle migliaia di piccole e piccolissime aziende o laboratori artigiani che quotidianamente perdono il lavoro senza alcuna tutela e nel silenzio generale.

    Nel caso dell’esempio che tu hai citato (chiusura dell’Alcoa di Marghera passata inosservata, chiusura dell’Alcoa di Portovesme che occupa spazi su tutti i mass media) io purtroppo faccio un altra considerazione.

    Oltre alle categorie di lavoratori che tu hai citato esistono anche discriminazioni tra lavoratori del Sud e quelli del Nord.

    Se chiude l’Alcoa di Marghera o muoiono le imprese del Nord chi se ne fotte !!
    Tanto al Nord sono ricchi, stanno tutti bene, hanno un sacco di lavoro, il Nord può anche arrangiarsi da solo perchè non è mai stato il suo ruolo quello di chiedere interventi di stampo assistenzialista da parte dello stato.

    Se invece chiude l’Alcoa della Sardegna allora è un disastro e partono i piagnistei….il Mezzogiorno è vulnerabile, ha bisogno di politiche di rilancio ed è vittima dello sfruttamento degli industriali del Nord che aprono aziende al Sud solo per ricevere sovvenzioni pubbliche e poi chiudono e scappano.

  10. Jack Monnezza

    Anni fa, quando facevo il consulente, ebbi contatti con dirigenti EFIM (per i piu’ giovani: vecchio carrozzone pubblico tipo IRI). Vidi un loro studio approfondito sulle fonderie per alluminio sarde di cui si parla in questi giorni. Allora, uno o piu’ di questi impianti, erano di proprieta’ EFIM e credo siano gli stessi di cui si parla oggi e che poi furono sbolognati ad Alcoa e ai russi/svizzeri . 

    La sostanza dello studio era semplice. Per produrre alluminio occorre un minerale/semilavorato (bauxite/allumina) ed una vera valanga di energia. Il costo capitale dell’impianto e’ notevole, la manodopera incide poco. Già allora i conti erano in rosso da tutte le parti. La Sardegna era tra i posti meno  indicati dove produrre alluminio. La bauxite arrivava dall’Australia, l’energia in Sardegna era carissima, le fabbriche, clienti del prodotto finito, non erano certo vicine.

    Credo che in questi ultimi vent’anni la situazione non possa che essere peggiorata: energia italiana/sarda ancora più cara, fabbrica italiane utilizzatrici di alluminio sempre meno, impianti con venti anni di piu’ sulle spalle. 

    Come sappiamo tutti, Alcoa e’ andata avanti a produrre, piu’ o meno in pareggio,  solo grazie a generosissimi sussidi pubblici su energia. Mi sembra che ultimo rinnovo del sussidio fu del governo B. qualche anno fa. 

    Perché nostri politici/giornalisti, anche di destra,  continuano a raccontarci che per fare crescere il Paese, o parti del Paese, occorre una lungimirante politica industriale ? La nostra storia dimostra esattamente il contrario. Che politica industriale per la crescita equivale, e costa di più, a assistenzialismo. Che le regioni con meno politica industriale sono quelle che sono cresciute di piu’. L’unica politica per la crescita valida, caro Passera, e’ abbassare le tasse subito.

  11. Alessandro S

    Giusto per completare il mio pensiero vorrei dire che “E’ facile fare il culatone con il culo degli altri”.
    Chiedo subito scusa per la battuta volgare e politcally scorrect ma quello che voglio dire è facile pensare a sovvenzioni o tasse che poi devono essere pagate da altri.

  12. nick1964

    @AlessandroS
    Sulla oscena discriminazione nord/sud mi hai tolto le parole di bocca! E quindi, ancora: SECESSIONE subito.
    Indispensabile ed improrogabile decisione per cercare di salvare una “baracca” che sembra oramai spacciata.
    @giuseppe1
    Io invece considero il suo scritto una enorme scicchezza.
    Come del resto lo è il comunismo.

  13. Alessandro F.

    nick1964 :
    @AlessandroS
    Sulla oscena discriminazione nord/sud mi hai tolto le parole di bocca! E quindi, ancora: SECESSIONE subito.

    forse hai sbagliato soggetto : intendevi rivolgerti a me (Alessandro F.).
    La risposta comunque è SI….SECESSIONE SUBITO !!
    Il Progetto Italia iniziato 150 anni fa a mio giudizio può considerarsi definitivamente fallito.
    Nord e Sud sono due pezzi di paese che non posso più stare insieme in quanto spingono in due direzioni opposte.
    Il Nord verso la cultura del lavoro, dell’impresa, verso i mercati internazionali.
    Il Sud sempre più verso l’assistenzialismo.
    Se andiamo avanti di questo passo il Nord rischia di essere trascinato a fondo dal Sud.

    Il problema sai qual’è nick ??
    Che purtroppo la secessione rimane una utopia e quindi allo stato attuale si può solo sperare in un serio e rigoroso federalismo fiscale (elemento che compare anche in uno dei punti di fermareildeclino del nostro caro Oscar Giannino).

  14. nick1964

    @Alessandro F.
    Si mi rivolgevo a te.
    In effetti la secessione al momento rimane un’utopia, perchè tutt’ora incredibilmente milioni di cittadini del nord non si rendono conto di quanto sarebbe giusto ed indispensabile un cambiamento di questa portata.
    Eppure la SECESSIONE, intesa come nascita di due o più nuovi Stati al posto di uno preesistente, non sarebbe affatto impossibile; è successo l’altro ieri in Europa con la nascita di Repubblica Ceca e Slovacchia, se ne discute accanitamente ed è tutt’ora molto probabile in Belgio ed in Canada, senza voler considerare la nuova formazione di Nord e Sud Sudan.
    Comunque anche un rigoroso federalismo fiscale sarebbe già un grandissimo miglioramento, per evitare che il Sud e l’andazzo generale di questi 60 anni di repubblica si spingano del tutto fra i più disperati Paesi del terzo mondo.

  15. Claudio Di Croce

    Per fare veramente la secessione in Italia ci vogliono due disponibilità da parte dei ” nordisti ” : tanti soldi ed essere pronti a combattere con inevitabile spargimento di sangue . La secessione alla Cecoslovacchia da noi è impensabile : i ” sudisti ” non accetteranno mai che gli vengano staccate le mammelle del nord che danno loro latte da decenni .
    Non vedo queste disponibilità da parte del nord.

  16. Alessandro F.

    nick1964 :
    @Alessandro F.
    Si mi rivolgevo a te.
    In effetti la secessione al momento rimane un’utopia, perchè tutt’ora incredibilmente milioni di cittadini del nord non si rendono conto di quanto sarebbe giusto ed indispensabile un cambiamento di questa portata.
    Eppure la SECESSIONE, intesa come nascita di due o più nuovi Stati al posto di uno preesistente, non sarebbe affatto impossibile; è successo l’altro ieri in Europa con la nascita di Repubblica Ceca e Slovacchia, se ne discute accanitamente ed è tutt’ora molto probabile in Belgio ed in Canada, senza voler considerare la nuova formazione di Nord e Sud Sudan.

    Certo nick.
    Da un punto di vista tecnico-politico la secessione sarebbe assolutamente possibile.
    Non c’è mica scritto sulle tavole dei 10 comandamenti che l’Italia deve rimanere unita a tutti i costi (costi che finora paga solo il settentrione).

    I problemi che impediscono tutto ciò tuttavia sono diversi.

    Primo : come ha giustamente osservato Claudio Di Croce è evidente che la società del Meridione (cittadini e politici del sud) venderebbe cara la pelle come i russi durante l’assedio di Stalingrado pur di non cedere ad una prospettiva del genere poichè tutti loro sono ben consapevoli che se tale prospettiva davvero si realizza allora “the party is over”

    Secondo : da parte dei cittadini che vivono e lavorano al Nord permane questo inspiegabile atteggiamento da ebeti quando vedono il tricolore. I “nordisti” rimangono fedeli allo stato italiano nonostante questo li sfrutta, li umilia e li rende dei SUDDITI come urla il nostro Oscar dai microfoni di Radio24

  17. nick1964

    Sono convinto che per arrivare al distacco nord-sud non servirebbe assolutamente la guerra, o la violenza, perchè i meridionali si opporrebbero solamente con la politica, la retorica, il buonismo cialtrone nazional-popolare; e nella disastrata Italia di oggi sono armi formidabili, purtroppo.
    Ma comunque la partita, e la decisione finale di essa, è tutta nelle mani dei cittadini del nord; anche se la devastante crisi economica attuale potrebbe cambiare molte cose, fino ad oggi di segnali positivi non ne vedo nemmeno io.
    Anche la Lega Nord, l’unico partito che pose già molti anni orsono la questione settentrionale, ha poi sputtanato completamente la nobile causa con comportamenti sconcertanti ed indecenti, e con uomini a metà fra il delinquente ed il cerebroleso.

  18. giuseppe 1

    E’ inutile girarci addosso. Produttiva o no, l’Alcoa se ne va perché l’Energia costa troppo. E se l’Energia costa troppo, prima o poi chiuderanno anche le Aziende sane. Il male va affrontato alla radice. ( comincia con E e finisce col Elle ) Di produttività o inefficienza, statalismo o liberismo, buona o cattiva gestione se ne potrà riparlare in un secondo tempo.

  19. Claudio Di Croce

    @nick1964
    Non ho capito in che modo i ” nordisti ” possono promuovere veramente la secessione . Ma lei ricorda che il 90% delle forze di polizia, carabinieri, guardia di finanza , forestali , esercito, sono meridionali ?

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