La corte tedesca e la colpa italiana

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Gli otto giudici della Corte Costituzionale tedesca non hanno deluso i mercati e fan dell’Europa. La Germania può dunque tranquillamente ratificare l’ESM, il fondo salva-Stati che costituisce un’evoluzione migliorata del precedente EFSF, e che era già stato approvato dal Bundestag con un’ampia maggioranza bipartisan, anche se con defezioni nelle file della CDU e della CSU. Ma la Corte di Kalrsuhe ha posto delle condizioni. Che però non sono così pesanti come si poteva temere.

Essenzialmente, viene posto un limite quantitativo di 190 miliardi di euro alla quota che la Germania può finanziare nei programmi di salvataggio.

Le domande, a questo punto, sono tre. Che cosa può significare questo limite? Che impatto può avere rispetto agli acquisiti di eurotitoli in difficoltà deliberati il 6 settembre dalla BCE? E che cosa può significare, per l’Italia?

Il limite di 190 miliardi, ha detto la Corte, può anche essere superato, ma a quel punto il Parlamento tedesco dovrà votare ogni volta che si stanziassero quote eccedenti.  Per la dottrina tedesca, è un richiamo al saggio principio per il quale la spesa pubblica va sempre giustificata agli elettori. A noi eurodeboli non piace e appare come espressione di taccagneria. Al contrario è un principio proprio allontanandosi dal quale per decenni la politica italiana ci ha condotti al bel disastro in cui siamo. Non è un caso che sia stata proprio la Corte di Karlsruhe, negli anni ’90, a obbligare di fatto la politica tedesca a tagliare in pochi anni quasi 6 punti di Pil di spesa pubblica e 5 di tasse: ciò che anche l’Italia dovrebbe fare. Su scala europea, il limite di 190 miliardi significa credere che non si andrà oltre il previsto salvataggio della Spagna, i cui termini sono ancora da chiarire, e al prosieguo del programma di sostegno alla Grecia, se la politica greca riuscirà nei tagli promessi. In altre parole, non c’è capienza per un salvataggio dell’Italia. Ed è bene e anzi meglio così: ce ne verrà uno stimolo a non perdere il controllo del bilancio pubblico, con le prossime elezioni politiche che per i mercati equivalgono a un enorme punto interrogativo sulla stabilità italiana.

Quanto al nuovo round di acquisti da parte della BCE di titoli greci, spagnoli, portoghesi e italiani, saggiamente voluti da Mario Draghi e il cui annuncio ha tenuto bassa la speculazione in agosto, la sentenza della Corte tedesca è totalmente coerente alle linee scelte da Francoforte. Anche la BCE ha chiarito che il suo sostegno può essere automatico e in quantità e per soglie non limitate all’aggravamento improvviso di crisi, ma per essere progressivo nel tempo in caso di spread che restino fuori controllo è condizionato a richieste formali di aiuto da parte dei Paesi in crisi. Vale anche per l’Italia: la politica nostrana è avvisata, non basta uno spread attualmente nella fascia 330-360 punti per evitarci lo spettro di aiuti formalmente contrattati con Bruxelles, sostanzialmente con Berlino, Parigi, e il Fondo Monetario.

Bisogna anche aggiungere che il quadro internazionale apparentemente per Roma si mette meglio, dopo le decisioni in pochi giorni dell’Eurotower e della Corte tedesca. Ma gli elementi di preoccupazione per l’economia internazionale restano alti. Oggi e domani si riunisce a Washington l’Open Market Commitee della FED e tutti si aspettano che il suo presidente Bernanke tenga fede all’annuncio che ha fatto a Jackson Hole l’ultimo giorno di agosto, e cioè vari una nuova campagna acquisti di titoli pubblici e privati sui mercati, a differenza della Bce stampando moneta mentre Francoforte quando comprerà titoli pubblici dovrà sterilizzare l’offerta monetaria, cioè vendere titoli per valore equivalente oggi da lei detenuti. Se all’America politica, in campagna elettorale ormai testa a testa tra Obama e Romney, non dispiace che la FED continui a stampare dollari per sostenere l’economia, ai mercati in realtà piace poco perché si considera che la politica monetaria iperlasca di questi anni americani abbia perso ormai ogni effetto sul Pil.

La politica monetaria del Giappone resta anch’essa molto lasca, e da sei mesi ormai si è aggiunta la Cina, preoccupata per la frenata della sua economia. Alla minima fiammata internazionale – per esempio tra Israele e Iran – i prezzi delle materie prime potrebbero schizzare verso l’alto. In un quadro in cui in realtà i prezzi dell’immobiliare risalgono per la prima volta dopo sei anni negli Usa.  Mentre devono scendere dai valori astronomici assunti nelle aree ad alto sviluppo in Cina, che oggi frenano.

In sintesi: non c’è sereno previsto, nel barometro dei mercati mondiali. E in conclusione, neanche dopo la sentenza tedesca l’Italia deve e può aspettarsi sconti. Finché non vara un piano credibile ed energico di abbattimento del suo debito statale tramite cessione di attivi pubblici invece che con più tasse ammazza-Paese, finché non riesce a tagliare spesa pubblica retrocedendola in meno imposte a lavoro e impresa per ricrescere, per le dimensioni della nostra economia e del nostro debito continueremo a essere il sospettato pubblico numero uno di euroattentato.

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