3
Set
2012

Manovra sui farmaci: pillola difficile da mandar giù

Capita di rado che un manager di una multinazionale del farmaco intervenga nel dibattito pubblico. Lo ha fatto di recente Pierluigi Antonelli, presidente di Msd Italia e Chairman dello Iapg, denunciando come il settore farmaceutico sia in balia di riforme normative continuamente modificate: l’incertezza regolatoria impedisce di programmare le attività di ricerca e sviluppo in un settore dove il progresso è economicamente e socialmente strategico e desiderabile.

Capita ancor più di rado che quando un esponente di una associazione di categoria prenda la parola sia non per chieder provvedimenti ad hoc, ma per invocare regole del gioco più “neutrali”.

La polemica di Antonelli, da questo punto di vista, ci pare più che giustificata.

Negli ultimi sei mesi sono infatti seguite tre manovre, l’ultima delle quali rappresentata dal “Decreto Balduzzi”, contenente tra l’altro delle manovre penalizzanti: una fra tutte, quella che congela i tetti di spesa fissati da Aifa. Questo argomento è già stato ampliamente trattato nel libro Sudditi dell’Istituto Bruno Leoni dove, sostanzialmente, si denuncia come la fissazione ai tetti di spesa sia inutile e iniqua: inutile a contenere la spesa, in quanto il costo di un paziente non dipende solo e tanto da quanto costa in termini di cure farmacologiche. Si pensi ad esempio a quelle malattie per cui non si dispone ancora di medicinali adeguati: la spesa farmaceutica potrebbe risultare inferiore ma curare e ospedalizzare il paziente potrebbe comunque richiedere un’elevata spesa sanitaria. L’inutilità di tale strumento è ulteriormente confermata dal fatto che sia la spesa farmaceutica pubblica che la spesa sanitaria totale hanno comunque registrato una crescita continua negli ultimi anni (tra il 2006 e il 2010, rispettivamente del 6 e dell’11,9%). Si tratta di una misura iniqua perché il tetto viene sistematicamente sforato, ma i costi non coperti vengono scaricati sull’industria farmaceutica, che ha sostenuto dei costi per rifornire gli ospedali di tali farmaci senza poterli recuperare. Si consideri tra l’altro che i tetti sono spesso fissati in modo discrezionale, in base a dati contabili che non tengono conto dell’effettivo consumo. In modo simile, il decreto Balduzzi prevede anche delle riduzioni di prezzo per i medicinali non più coperti da brevetto: tuttavia, non è chiaro l’ammontare di tale calo, né tanto meno in base a quali criteri viene calcolato.

Il decreto Balduzzi continua così a non intervenire sui veri problemi: poco importa se il settore farmaceutico è strategico per il nostro Paese con oltre 25 miliardi di produzione annua, e così facendo si penalizza sia l’occupazione (calata dell’11% tra il 2006 e il 2010) e, soprattutto, si rallentano gli investimenti in ricerca e produzione, necessari sia per un ulteriore sviluppo e competitività del settore, sia per migliorare le cure per i pazienti. Negli ultimi 5 anni l’industria farmaceutica ha versato 11 miliardi nelle casse dello Stato: si tratta, in sostanza, di 11 miliardi che non sono stati investiti nella ricerca.

Al di là dell’ammontare del costo dello Stato per le industrie farmaceutiche, altrettanto – se non più grave – è la fortissima instabilità normativa che caratterizza il settore: senza regole certe e leggi chiare, com’è possibile programmare le attività e attirare quegli investimenti fondamentali per fare ricerca? Senza la consapevolezza di come il denaro investito sarà utilizzato e consci del fatto che i contributi saranno utilizzati per ripianare le perdite pubbliche, è arduo immaginare di attirare l’interesse e i fondi di qualche investitore straniero, peggiorando così la visibilità, credibilità e competitività dell’industria farmaceutica all’estero.

In un simile quadro di riferimento, gli utenti ci rimettono in quanto cittadini, perché continuano a venir trattati come sudditi; in quanto contribuenti, perché si ricorre a strumenti inutili a ridurre la spesa pubblica, senza la quale non è possibile neanche diminuire la pressione fiscale; in quanto pazienti, perché senza ricerca non si possono neanche garantire migliori cure.

Queste manovre perdono ulteriormente di credibilità se si considera che  la spesa farmaceutica rappresenta circa il 15% di quella totale (si ricordi, comunque, che tale percentuale è bassa perché lo Stato fondamentalmente non paga per dei farmaci che ha acquistato): non esiste, quindi, alcuna urgenza di agire su tale voce per ridurre le spese pubbliche. Di tempo, almeno per questo settore, ce n’è: tempo – come diceva Antonio Martino, per fare riforme e non manovre. E le riforme auspicate devono basarsi sulla volontà di definire regole mirate a responsabilizzare gli attori e quindi, in primo luogo, lo Stato; sul proposito di coinvolgere il mercato come parte attiva e costruttiva nella ricerca e non come soggetto su cui scaricare le inefficienze del pubblico; infine, sull’intento di definire un quadro legislativo sicuro, che fornisca le regole chiare necessarie per programmare, attirare e sostenere investimenti nella ricerca.

 

You may also like

Salute e proprietà intellettuale: un falso dilemma—di Serena Sileoni e Philip Stevens
Il caso Avastin/Lucentis approda alla Corte di giustizia europea
Il suddito e la notifica—di Francesco Forte
#PropertyIsFreedom: salviamo il diritto di proprietà

11 Responses

  1. ileana vantini

    le industrie farmaceutiche hanno preso a piene mani…
    tuttora le confezioni farmaceutiche di alcuni farmaci sono distribuite,
    in sovrabbondanza rispetto allla cura, e non diciamo niente su farmaci obsoleti ????
    cordialita’
    ileana

  2. l’impressione è che la nuova manovra non porterà neppure un soldo allo stato. Anzi, ritengo che, sebbene possa esserci un ulteriore calo dei prezzi dei farmaci “etici”, comporterà una ulteriore stretta a livello di produzione con conseguenti licenziamenti.
    In questo modo, lo stato, pur risparmiando qualche cosa, dovrà spendere molto di più per coprire i costi di future casse integrazioni.
    Ci troveremo così ad avere una industria in ginocchio con scarsissime possibilità di ripresa futura…

  3. lucio

    Sarà, ma il settore farmaceutico non ne esce bene quando: i medici scioperano se devono ordinare il principio attivo e non il farmaco di marca (evidentemente loro sponsor); i farmacisti hanno vissuto da nababbi per generazioni, quando soprattutto ai giorni nostri, sono poco più che bottegai; a memoria d’uomo, nessuna azienda farmaceutica è fallita (magari mi sbaglio però…)

  4. alberto ponti

    Lucia, dimentichi una serie di cose. La stragrande maggioranza delle societa farmaceutiche paga in maniera ‘nascosta’ i medici per prescrivere medicine che non servono e/o piu costose, e fare esami inutili. i pagementi consistono in regali, convegni che sono viaggi di vacanze se non, come si sa, stecche. Quello che è ingiusto è che questa spesa gonfiata si traduce in sacche enormi di inefficienza per il sistema e alla fine piu tasse e/o tagli dei costi che si riflettono su chi ha veramente bisogno di cure. Come cittadino e utente facciamo veramente fatica a simpatizzare con le tesi delle case farmaceutiche come fai tu… ma anche questo è mercato…

  5. Letterio

    Buon giorno,anche in questo caso lo stato non é puntuale.. Balduzzi nella riforma annunciata dimostra incompetenza e scarsa conoscenza del settore, per esperienza diretta vi dico che il settore farmaceutico (farmaci dispensati dalle farmacie ) è la più trasparente di tutto il mercato ,nel senso che le prescrizioni da parte dei medici di base sono visibili e controllabili da parte degli organi controllori, lo sfondamento della spesa è sempre stata generata dagli ospedali, e dalle ASP distribuite sul territorio ,spesa che il ministero sconosce totalmente ,non sottoposta a nessun controllo,affidata ai vari direttori / managers pubblici,nominati da politici,che vedono nella sanitá pubblica e regionale l’ultimo serbatoio di voti e quanto di più nefando possa essere immaginato!
    Per farla breve il farmaco al malato deve essere dispensato , sul territorio esistono le farmacie , che da domani saranno presenti ancora in maniera più capillare, utilizziamo allora questo canale rendendolo ancora più efficiente ,diminuendo i compensi,e favorendo l’ingresso del capitale o altro!
    Cordiali saluti
    Lillo

  6. Luca G

    Lavoro nel settore e qui di parlo da diretto interessato. Le aziende hanno preso negli anni a piene mani, profittando di questa italietta e di questa politica … I medici (come sempre alcuni, non tutti, non generalizziamo) hanno tratto vantaggi leciti ed illeciti a loro volta, ma che qualcuno prescriva farmaci dannosi o inutili questo è da banditi…
    Ma oggi i tempi sono radicalmente cambiati (per fortuna) e le porcherie del passato sono finite e duramente perseguite e punite.
    Detto questo, la spesa farmaceutica è una piccola parte del problema sprechi della sanità, ma é quella più facile da colpire e quindi, ogni volta, più che interventi di buon senso si fanno grandi proclami e provvedimenti ad effetto, mai una riforma vera e sensata del settore.
    Per l’autore del articolo, la ricerca nel farmaceutico è cosa difficile, costosissima e dai ritorni economici sempre più incerti (è sempre più difficile trovare farmaci davvero innovativi rispetto a tutti quelli che già ci sono in commercio). Tutto questo non è più da anni nelle possibilità delle piccole e piccolissime aziende farmaceutiche italiane e anche i colossi mondiali riducono anno dopo anno gli investimenti in ricerca e sviluppo, quindi sostenere che i soldi versati allo stato sono rubati alla ricerca è quanto meno una forzatura…

  7. Roberto 51

    Piccola esperienza personale.
    Un paio di anni fa soffrivo di ipertensione. Su saggio consigli del mio medico abbiamo aspettato un po’ ma purtroppo la situazione non migliorava anche perché non seguivo i suoi consigli e non modificavo il mio stile di vita.
    Alla fine il medico si decise a ordinarmi un antipertensivo, in dosi minime.
    Per prima cosa lessi il bugiardino e ne rimasi terrorizzato: riportava una lista enorme di effetti collaterali, di cui alcuni gravi e ciascuno con discrete probabilità di verificarsi. Sommando le probabilità di ciascun accidente, visto che si trattava eventi non correlati, praticamente si arrivava alla quasi certezza che un effetto collaterale si sarebbe verificato. Immagino che la cura dell’effetto collaterale avrebbe richiesto un altro farmaco che poi a sua volta avrebbe provocato altri effetti collaterali, con un effetto valanga difficilmente prevedibile.
    Conclusione: ho buttato il farmaco, faccio almeno un’ora di esercizio fisico al giorno, me la prendo di meno per quanto succede, mangio di meno e, voilà, tutto è tornato a posto. Ho capito perché molti anziani si portano a casa sportine di farmaci, è chiaro, hanno cominciato con uno!
    Questo per dire che il mercato dei prodotti farmaceutici non va trattato come le cipolle e che mi sembra giusto che il medico indichi il nome scientifico del prodotto, lasciando poi al paziente, debitamente informato, la decisione su cosa fare: prenderlo, non prenderlo, di marca x o y.
    Questo è complicato e crea problemi nel consumatore, lo capisco, ma se mettessimo nella scelta di cosa ingurgitare la metà dell’attenzione che mettiamo nell’acquisto di una nuova auto probabilmente ci eviteremmo diversi problemi.
    Non dimentichiamo che in greco la parola “phàrmakon” significava sia rimedio che veleno.

  8. Marco

    @giorgio andretta
    Nel 1900 la durata media della vita era di 45 anni, dopo un secolo siamo arrivati a 80.
    Le industrie farmaceutiche, nel frattempo, hanno inventato antibiotici, ecc.
    Io il settore farmaceutico non lo chiuderei proprio ……

  9. giorgio andretta

    @Marco ,
    sarò più preciso: intendo tutti i farmaci di sintesi, per quanto riguarda la vita media e il suo prolungarsi è una questione ambientale, di dieta e di salute pubblica.
    I miei nonni sono dell’ottocento ed hanno superato tutti abbondantemente i novant’anni, i figli che sarebbero i miei genitori e gli zii navigano per il centinaio, tranne quelli che sono morti in guerra o per traumi.
    Ad esempio l’internauta che si firma Roberto51 non sa che la pressione sanguigna dipende dalla sua volontà di usare più o meno il corpo fisico, ed, a giusta ragione, non sapendolo, ha fatto la cosa più ovvia, è andato dal medico, ma anche questo non conosce la causa che prima ho accennato e quindi giù con la chimica, ed io pago.
    A rileggerla.

  10. Vittorio M

    Leggo qui sopra un mare di banalità e di illazioni gratuite…..documentatevi per favore prima di sputare sentenze populistiche. Alcune poi sono affermazioni molto gravi! aggiungo poi, pacatamente, che ognuno e’ libero di non curarsi…non assumete il farmaco se temete che il medico ve lo prescriva perché pagato di nascosto! Basta solo un po’ di coerenza…un saluto a tutti.

Leave a Reply