I like ‘em big, I like ‘em chunky, I like ‘em big, I like ‘em plumpy

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Il governo è sempre più deciso a imporre la tassa sulle bibite, sebbene sia uno strumento inutile sia a incentivare comportamenti virtuosi che a fare cassa.

Questo per due ragioni principali: la prima di carattere pratico, la seconda teorica.

Nel primo caso, si consideri che il consumo esagerato di cibi e bevande gassate, così come quello dell’alcool e del gioco, nasce prima di tutto da un problema psicologico ed educativo, che certo non si può pensare di risolvere aumentando tramite le tasse il prezzo di tali beni, ma piuttosto con campagne di educazione alimentare. Si ribadisce, poi, come più volte sostenuto, che:

  1. Il consumo di cibi grassi e bibite gassate, il cosiddetto junk food, è maggiore tra coloro che dispongono di reddito minore: costa meno andare da Mc Donald’s o qualunque altra catena che mangiare al ristorante. L’effetto della tassa sarà quindi regressivo.
  2. Molti alimenti preparati in casa, o alcuni cibi che gli italiani soprattutto mettono in tavola ogni giorno come salumi e formaggi, causeranno lo stesso eccesso di grasso e colesterolo di cibi e bevande confezionate: definire in modo chiaro cosa sia il junk food è difficile, se non quasi impossibile. Il rischio, è di entrare in un circolo vizioso senza fine.

Si noti, tra l’altro, che la maggior parte delle volte si ingurgitano tali alimenti nella piena consapevolezza che non fanno per niente bene, ma solo perché se ne ha voglia. Si può giudicare male qualcuno perché si toglie uno sfizio senza far del male agli altri? Inoltre, va da sé che non è l’alimento in sé a far male, ma – eventualmente – la dose eccessiva. Se un aumento di prezzo farà calare la domanda, dipende dalla sua elasticità: ma, se anche i consumatori fossero sensibili a variazioni relativamente piccole, potrebbero finire per ripiegare su prodotti ugualmente nocivi ma meno costosi, e quindi potenzialmente di qualità inferiore! Col rischio di avere addirittura un effetto negativo dal punto di vista della salute pubblica…

Se, invece, si teme che un simile comportamento peserà poi sulla finanza pubblica, perché l’obesità è associata a maggiori problemi sanitari e quindi implica una più alta spesa da parte del SSN, per evitarlo basterebbe introdurre dei ticket sulle cure tale da coprire il prezzo del servizio: tutto ciò riducendo di pari misura il supporto fiscale alla sanità. Per altro, in questo modo lo stato dimostrerebbe di sapersi imporre dei limiti, anziché espanderli sempre più fino a entrare nel nostro frigo. Senza contare che definire l’entità in cui l’obesità e il consumo di tali alimenti incide sulla spesa sanitaria non è semplice (forse neanche possibile). In realtà, l’obesità in sé, così come le malattie e i fattori di rischio che comporta, contribuiranno all’aumento della spesa sanitaria nei prossimi anni, ma non ne sono le principali cause, rappresentate invece dall’invecchiamento della popolazione e dalle malattie croniche. In ogni caso, non è tassando i consumi che si risolvono i problemi, ma cercando di capire i motivi per cui si mangia e beve in modo compulsivo.

Si consideri poi che sulla spesa sanitaria italiana, per quanto in linea con la media Ocse, non pesano tanto i costi dei servizi sanitari, quanto quelli amministrativi: perché allora cercare di incrementare le entrate, quando prima di tutto sarebbe opportuno e urgente ridurre le uscite per gli sprechi? Questo è solo un altro modo per non responsabilizzare Stato e Regioni: se mancano i soldi, piuttosto che tenere sotto controllo le spese inefficienti, si aumentano i prelievi dai contribuenti. I quali, in ogni caso, già concorrono a finanziare il SSN e, pertanto, anche se obesi, hanno diritto alle cure.

Relativamente alla motivazione teorica, questa tassa ha il sapore di un “giudizio sugli stili di vita”: tu mangi sano e sei magro allora sei bello e buono, tu che mangi male e sei tondo (chisseneimporta se non vai al ristorante perchè non te lo puoi permettere) sei cattivo. O, “forse”, “pensare al nostro bene” è solo un ottimo pretesto per giustificare l’ennesimo balzello e spillare ulteriori soldi dalle tasche dei cittadini: perché allora non tassare anche la televisione, che spinge alla sedentarietà e, ancora di più il telecomando, che consente di cambiare canale muovendo un solo dito; o addirittura il pc, che ci permette di fare acquisti senza muoverci?

Se così non fosse, se non fosse solo una scusa per aumentare la pressione fiscale allora, come scriveva ieri Alberto Mingardi, sarebbe altrettanto giusto dare sussidi a chi si nutre bene e fa attività sportiva, riducendo o addirittura azzerando le maggiori entrate.

In ogni caso, chi è disposto a far entrare lo stato in casa propria fino a questo punto? Io no di certo, e ora vado a mangiarmi pizza e coca, almeno finchè non costa più che il ristorante.

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