La spending review resta da fare dopo Monti

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No, la prima spending review avviata dal governo Monti non basta. E non per demerito del governo tecnico, che ha comunque fatto bene a muovere tale passo. Per comprendere il fondamento della richiesta di chi, come me e i firmatari del manifesto – appello che si può leggere su fermareildeclino.it, chiede che ci si inoltri su tagli di spesa pubblica corrente nella dimensione di almeno 6 punti di Pil in 5 anni, occorrono alcune premesse.
La prima equivale alla ragione di fondo della crisi italiana. Che per alcuni si deve all’euro privo di meccanismi cooperativi o ai “cattivi” tedeschi, mentre per chi la pensa come noi si deve all’azzardo morale imperdonabile consumato dalla politica italiana, che ha dissipato i sette punti di Pil l’anno di minori interessi sul debito pubblico regalatici dall’euro per otto anni, preferendo invece alzare spesa, tasse e debito. Ergo se si parte da questo presupposto è l’Italia che deve risolvere il suo problema, vi siano o non vi siano meccanismi di più stretta solidarietà europea, perché ha gli strumenti per farlo. Per chi la pensa come me, lo strumento è una credibile, pluriennale, massiccia strategia di abbattimento del debito attraverso cessione di attivo patrimoniale pubblico, senza coinvolgere il patrimonio dei privati. L’attivo pubblico ha capienza tale da risolvere il problema, tutte le obiezioni sono affrontabili a meno di credere che la patrimoniale privata sia preferibile.La seconda premessa discende dalla prima. Abbattere il debito con gli attivi di Stato significa svincolare il conto economico pubblico dall’onere di realizzare avanzi primari pluriennali al fine di ridurre gradualmente il debito. E’ una strategia che si è rivelata fallimentare. Il debito pubblico non è sceso, al contrario realizziamo avanzi primari virtuosi sì, ma con un livello di spesa e tasse sul Pil che ha l’effetto di deprimere ulteriormente l’economia italiana. Di conseguenza, l’individuazione della spesa da tagliare va finalizzata alla retrocessione in meno imposte su lavoro e impresa, non appena pareggiato il deficit e in equilibrio di bilancio.
Terza premessa. Questo è semmai il difetto della prima spending review montiana: il suo ammontare che già è sembrato pesantissimo dopo le quattro manovre triennali del 2011 si è limitato tuttavia a reperire risorse per coprire nuove spese e per non aumentare ulteriormente l’Iva. Finché ci si limita a questo, spesa e tasse in realtà restano a livelli record sul Pil, e la crescita tanto invocata resta una chimera.
Vi è naturalmente un’osservazione pesante, per l’economista. Tagliare spesa pubblica comunque deprime ulteriormente il Pil ed è due volte sbagliato se non criminale farlo in tempi di recessione, dicono i keynesiani e ripetono tutti i giorni i Paul Krugman. Su questa obiezione si consuma da una parte in dottrina lo scontro tra ortodossi statalisti e marginalisti della scuola austriaca, dall’altra quel che più conta è che una vasta letteratura comparata accumulatasi negli ultimi decenni sui casi più o meno riusciti di turnaround pubblici mostra in maniera inequivocabile che a uscirne meglio sono stati i Paesi meglio capaci di individuare nella propria spesa pubblica i tagli meno recessivi – cioè le incisioni sulle internalità inefficienti – retrocessi in meno imposte. Soprattutto quando i livelli di partenza di spesa e tasse erano molto rilevanti rispetto alle medie: ed è esattamente il caso italiano.
Il problema italiano non è la ricetta, ormai nota da anni a chi abbia cognizione della vastissima inefficienza della spesa pubblica e delle conseguenze ammazza-paese dell’attuale pressione fiscale. Il punto vero è trovare partiti e coalizioni politiche capaci di dire la verità agli italiani sugli errori commessi, e di metter mano al tagliadebito-tagliaspesa-tagliatasse con personalità competenti e credibili agli occhi dei nostri partner internazionali e dei mercati.

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