1
Ago
2012

“Deluso dal PD, firmo per fermare il declino”. Di Alessandro Petretto

Alessandro Petretto, assessore al Bilancio del comune di Firenze, ha firmato l’appello “fermare il declino“. In un post sul blog noiseFromAmerika spiega perché. Riproduciamo integralmente il testo dell’articolo.

Ho aderito al “fermare il declino” come risultato di una catena di delusioni che provengono dal PD. Ho preso la tessera del partito fin dai primi momenti, quando la gran parte degli attuali dirigenti nazionali e della mia regione ancora non l’avevano perché diffidenti nei confronti di questa creatura che poteva risultare profondamente diversa dai partiti di origine (la lunga catena che da PCI e DC si è snodata per DS, PPI, PDS, Margherita). La mia convinzione si è rafforzata con il programma di Veltroni del Lingotto ed è perciò poi sprofondata con l’inspiegabile rinuncia alla battaglia da parte dello stesso Veltroni e quindi con le sue dimissioni. Nel PD tutti, in quanto progressisti riformisti, dichiarano di tendere ai seguenti obiettivi. Una maggiore equità sociale, da raggiungersi con la riduzione delle disuguaglianze verticali e con l’accesso universale ai servizi pubblici fondamentali. La stabilità economica e un livello di occupazione prossimo al pieno impiego. Un elevato livello di partecipazione al lavoro femminile, sostenuta con servizi adeguati. Un livello di investimenti in capitale umano (istruzione, ricerca e innovazione) e in tutela ambientale sostenibile, cioè sensibile al benessere delle generazioni future, cui non scaricare quote crescenti di debito pubblico.

Nel PD esistono però due vie diverse per tentare di raggiungere questi risultati. Una via diciamo più tradizionale della sinistra, in cui la produzione pubblica e la fornitura pubblica dei servizi e delle prestazione coincidono su livelli elevati. Questo modello si accompagna necessariamente ad un alto livello della pressione fiscale, destinata a finanziare un alto livello della spesa pubblica e una macchina amministrativa corrispondente. Questa via attribuisce un ampio credito alla politica e ai politici, immaginando siano capaci di sostituire perfettamente (non integrare) le forze di mercato. L’aggettivo pubblico associato a qualunque attività è sinonimo di conseguimento dell’interesse collettivo. L’impresa è uno strumento “tollerato” di generazione di benessere collettivo e il profitto è una categoria verso la quale manifestare una certa diffidenza. Infine, il sindacato, anche se massimalista o corporativo, ha sempre ragione. Occorre dire che questo modello, oltre a non essere molto diffuso, dato che nemmeno le democrazie scandinave funzionano più così, è risultato fallimentare tutte le volte che le forze politiche al governo in Italia hanno cercato di riprodurlo.

Un’altra via ritiene di poter raggiungere questi risultati in altro modo. Per esempio, separando per molti servizi la produzione dalla fornitura, per cui mentre la seconda rimane pubblica, la prima può non esserlo. In altre parole, il finanziamento pubblico, tramite la fiscalità generale, può ammettere che la prestazione di servizi sia effettuata da istituzioni fuori dalla pubblica amministrazione, nel terzo settore e anche nel settore privato. Un diffuso processo di esternalizzazione riduce l’ampiezza della macchina amministrativa e il partenariato pubblico-privato negli investimenti possono consentire una pressione fiscale più ridotta. Per questa via l’impresa è l’istituzione fondamentale per produrre ricchezza e generare benessere e il profitto è un veicolo necessario per l’accumulazione del capitale e quindi la crescita Questa seconda via non condivide la stessa fiducia della prima nei politici e nella concertazione sindacale e ritiene che una sana concorrenza, nel senso di contendibilità delle posizioni economiche e sociali, e un riconoscimento del merito, possano meglio favorire il conseguimento degli obiettivi sociali. Questa via è di conseguenza più articolata e meno immediata della prima e richiede fantasia e innovazione nella politica.

È naturale che io, un economista pubblico formato alla scuola anglosassone della moderna public economics dei Diamond, Mirrlees, Sato, Dixit, Besley, Boadway non potessi che aderire alla seconda via, vedendovi tra l’altro i successi di alcune riforme nord-europee del welfare. Al riguardo i “dieci interventi per la crescita” forniscono ad un progressista con questa basi culturali un formidabile pacchetto di proposte per vedere tradotte le sue aspirazioni.

L’attuale dirigenza del PD persegue invece ostinatamente la prima via, di fatto puntando ad una specie di partito laburista, coeso e identitario, che, in uno scacchiere proporzionalista, si attesti su poco più del 20% di consensi, parandosi il più possibile a sinistra e rinunciando per sempre all’idea di partito a vocazione maggioritaria. Anch’io ho pensato che la seconda più ragionevole via potesse divenire alla lunga maggioritaria nel partito, ora temo che non potrà essere neppure minoranza. Molti amici di partito, pensando alle mie idee, si domandano come possano conciliarsi con quelle, non proprie isolate, espresse da Fassina, Damiano o Camusso. E quando propongo programmi di liberalizzazione dei servizi pubblici locali o l’introduzione di meccanismi competitivi nella fornitura di servizi sociali mi guardano con sospetto e dicono che sono imbevuto di una “cultura sconfitta dalla storia” e sbugiardata dalla crisi economica. Evitano scomuniche solo perché sono un vecchio professore con una certa reputazione.

Devo dire che la lettura dei 10 interventi per la crescita, oltre ad affascinarmi per la loro chiarezza ed efficacia, hanno sollevato in me qualche dubbio di natura pragmatica. Ho lavorato per troppi anni (tra l’altro quelli del glorioso riformismo Amato-Prodi-Ciampi) al Ministero del Tesoro per non trasalire davanti ad indicazioni così nette, senza compromessi e forme di gradualismo. E come assessore al bilancio in un comune come Firenze riesco ad ottenere successi per le mie idee solo accontentandomi dei second third best. Ma poi ho pensato che per questi equilibrismi c’è ahimè sempre tempo! Per cui al momento valeva meglio l’effetto dello schiaffo.

Che farò della mia tessera del PD, appena rinnovata? In effetti nei prossimi mesi avrò diversi passaggi per decidere se e quando cestinarla: riforma elettorale, alleanze, primarie, indicazioni sul programma di politica economica per le elezioni, indicazioni sul tasso di rinnovamento delle candidature, ecc. Se l’approdo sarà un arnese simile ai DS con qualche ex popolare di lungo corso, con la riproduzione della stessa classe dirigente, la decisione sarà facile.

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10 Responses

  1. Angelo

    Ottimo, mi sembra una analisi coerente con le sue idee politiche, che pero’ non offuscano la razionalità’ di una persona che sa pensare.

  2. Marco Tizzi

    Caro Professore,

    è vero che è sempre segno di intelligenza cambiar idea, ma leggendo la sua missiva qualche dubbio che lei davvero abbia cambiato idea sorge.

    Io sono un anarchico e quindi i “dieci punti” li guardo un po’ con sospetto. Ma di certo mi ci trovo più di quanto mi sia mai trovato in qualsiasi programma/azione del PD e dei suoi genitori o nonni.

    Se però cominciamo a dire che sono “uno schiaffo” e poi si medierà, allora il mio voto lo prende il M5S da subito e non ci ragiono nemmeno un secondo.
    Perché il vero, grande problema di questo Paese è la mediazione. La moderazione. Si cerca sempre di stondare gli spigoli, con il risultato che il tondissimo randello finsice sempre tra le chiappe dei soliti.
    Non c’è un partito socialista, non c’è un partito liberale: ci sono solo accozzaglie di gente che cercano di “mediare” tra gli interessi di tutti, stando attenti soprattutto ai propri.

    Per questo dico che semmai il manifesto è già oggi troppo morbido.
    Se si vuole ammorbidirlo ancora vi prego di avvisare.

  3. LucaS

    X Alessandro Petretto

    Intanto benvenuto! Soprattutto per l’analisi che ha fatto che mi sembra assolutamente corretta e oggettiva. Sinceramente mi viene da farle una domanda: ma come diavolo ha fatto finora a dar retta a questi babbei del PD? Che il loro modello-base fosse il socialismo reale non era evidente, di più! Sono talmente ignoranti e arroganti che quella che lei chiama “seconda via” non sanno nemmeno cos’è, non lo sanno proprio! e se anche ne sapessero qualcosa avendo letto quà e là degli spunti, non riuscirebbero mai a capirla! perchè è totalmente aliena al loro modo di pensare! Questo lo so per esperienza diretta dato che vengo da una terra e da una famiglia che crede ciecamente in quelle scemenze che io riassumo col termine “socialismo reale”!
    Comunque non è mai troppo tardi per fare la cosa giusta, come anche Giannino ha dimostrato con Tremonti, Berlusconi e la sua banda a delinquere. Se persino gente come lei che ha studiato, con anni e anni di esperienza, si “beve” queste patacche come possiamo sperare di convincere milioni di italiani?

  4. Mike

    Caro Petretto, in Italia c’è poco da mediare e molto da disboscare, senza guardare in faccia a nessuno. Tanto che spero che i “dieci punti” siano un punto di partenza e non di arrivo. Ma io sono un liberale – liberista ….

  5. gentile Prof Petretto,
    Ho letto con attenzione il suo articolo, e i commenti. Dire che sono deluso è poco. Vi dico la mia. La prima via è quella di un economia comunista o socialismo reale. E’ fallita agli inizi degli anni 90 con la caduta del muro. Soffermarsi perchè è fallita e perchè non poteva che fallire, non è il caso. Siamo tutti d’accordo e va bene così. La seconda via è confusa. Lei scrive:
    “separando per molti servizi la produzione dalla fornitura, per cui mentre la seconda rimane pubblica, la prima può non esserlo”. Cerchiamo di essere pragmatici. Il problema di privatizzare i servizi pubblici a mio avviso deve seguire una logica diversa: dare la possibilità al cittadino di scegliere un operatore od un altro o comunque garantire al cittadino il miglior servizio al minor prezzo. I servizi pubblici devono essere dati a più operatori che operano in concorrenza se possibile. Altrimenti si da in concessione per 1-2 anni ad un operatore che garantisce, per un certo servizio, il minor costo. Alla scadenza se il servizio è stato soddisfacente e non ci sono offerte al ribasso se lo assicura per altri 1-2 anni altrimenti si cambia gestore. Non dico che sia facile ma dalla sua seconda via questo obiettivo non è per nulla perseguito (come pure dalla prima); la bontà del servizio rimane al buon cuore del fornitore. La sua seconda via pertanto è per tanto peggio della prima. Le spego il perchè? fa proliferare quel sottobosco di aziende che alimentano le connivenze con la politica perchè operano in mercatro protetto in cui il pubblico è il punto di riferimento; ne più ne meno come siamo ora.
    Per quanto riguarda la sua volontà di mediare, gli altri le hanno gia risposto. A furia di compromessi “storici” e non, in pochi si sono arricchiti e molti hanno visto compromesse le loro capacità di produrre reddito. Compromessi no Grazie.
    Io penso che il nuovo che i cittadini si aspettano non è quello che lei propone. Purtroppo se dovesse prevalere la sua via capiremo che non è quella giusta quando sarà troppo tardi.
    Cordialmente

  6. AlxGmb

    Buon giorno,
    sono un anarchico rothbardiano e ho sottoscritto l’iniziativa http://www.fermareildeclino.it ed i suoi dieci punti senza che mi convincessero fino in fondo; troppo blandi per i miei gusti.
    Leggere che autorevoli professori di area PD si iscrivono anch’essi e sperano di “mediare”, non mi tranquillizza; consapevole di contare io come il 2 di picche, spero di non pentirmi dell’adesione data.

    Posizioni rothbardiane del tipo: “le tasse sono un furto”, affermazione che trova la sua granitica logicità nell’analisi rothbatdiana di uno stato che è monopolista della coercizione, come si conciliano con il prof. Petretto?

    …e quando dovessimo parlare, ad esempio di Piani Regolatori? Veri dinosauri dell’epoca comunista giunti ancora vivi ai nostri giorni e conferma quotidiana della violenza dello stato verso i diritti di proprietà…Lei prof. Petretto dove si mette? Anche rispetto al prof. Raimondo Cubeddu, che è tra i primi firmatari de fermareildeclino?

    Salut a tucc
    AlxGmb

  7. Davide Rosa

    @AlxGmb

    Le posizioni “radicali” sono quasi sempre affascinanti….
    ma quasi sempre destinate alla non affermazione, ovverossia alla sconfitta, perchè
    non in grado di attrarre massiccio consenso.
    I 10 punti del manifesto sono sufficientemente “innovativi” rispetto a una cultura statalistica finora dominante, e sufficientemente equilibrati per attrarre consenso non marginale.
    L’adesione del Prof. Petretto è un segnale molto molto positivo.

  8. Alessandro

    Benvenuto al Porf. Petretto ed a tutti quelli che condividono i dieci punti, anch’io concordo che l’era della mediazione deve!!!!!!!!!!!!!!! considerarsi conclusa, margini di manovra uguali a zero. Ho dato la mia adesione e disponibilità piena al movimento perchè spero che finalmente il sistema paese vada nella direzione di poche regole chiare e rispettate da tutti ma sopratutto non interpretabili!!!!!!!!!!!!!! ed inoltre che le sanzioni per chi non le rispetta siano altrettanto chiare ed applicate senza sconti!!!!!!!, tutto quello che è successo prima e che ancora in parte sta succedendo genera diffidenza verso il paese e la sua capacità di rispettare gli obiettivi di risanamento e crescita e secondo me la crescita ed il risanamento, fra le altre cose, passano anche per una ridefinizione delle regole che devono essere comprensibili da tutti, semplici e poche.
    Grazie

  9. Giorgio Gragnaniello

    Nelle assemblee degli Stati Generali , a Parigi , nel 1788, si tenevano ancora ragionamenti pacati e tranquilli come questi…

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