Picco del petrolio: apocalisse rimandata, come sempre

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Pochi, in Italia, si sono resi conto della rivoluzione che sta attraversando il mondo petrolifero. Si è molto discusso – et pour cause – della rivoluzione dello “shale gas“, e molto meno di quella dello “shale oil” o, più precisamente, delle produzioni non convenzionali di gas e olio. Le conseguenze di questa rivoluzione sono enormi e di lungo termine, e non riguardano solo la capacità della produzione di greggio di tenere il passo di una domanda che, nel lungo termine, è comunque destinata a crescere. Ora, la pubblicazione di un nuovo rapporto curato da Leonardo Maugeri per il Belfer Center dell’Università di Harvard rende pubblici dati nuovi, e fa crollare miti vecchi. Come quello del “picco del petrolio”.

La tesi dei “picchisti” è che, poiché le risorse di petrolio sono fisicamente limitate, la produzione è destinata a raggiungere un livello massimo oltre il quale avverrà una inevitabile discesa. Poiché la domanda è molto più alta, al momento del picco, di quanto non fosse durante il percorso per arrivarvi, ne segue che la curva discendente avrà una pendenza maggiore di quella ascendente. Qui trovate una descrizione della tesi picchista. Tale tesi è sbagliata perché ignora del tutto l’aspetto economico della faccenda: in altre parole, la disponibilità fisica di greggio è una variabile rilevante ma non è né l’unica variabile né quella più importante. Ciò che guida il processo è infatti il sistema dei prezzi. Se, stante un certo livello della domanda, la quantità disponibile di petrolio a quei prezzi diminuisce, i prezzi saliranno. Ciò non sarà privo di conseguenze: da un lato i consumatori modereranno la propria domanda, dall’altro i produttori troveranno economico produrre da altre risorse e investire in ricerca per scoprirne di nuove (che è esattamente il fenomeno descritto da Maugeri). Inoltre i picchisti tendono a sottostimare le riserve economicamente producibili, ma questo è un peccato veniale. Qui Michael Lynch spiega perché i picchisti sbagliano, in un paper dell’IBL.

Ora, lo studio di Maugeri fa un aggiornamento dei numeri e non della teoria, che nella sostanza ribadisce ponendosi in linea con Lynch. Tuttavia, la rivoluzione di questi ultimi anni – con la produzione Usa cresciuta da 8,3 milioni di barili / giorno nel 2005 (il minimo degli ultimi 30 anni) a 10,1 milioni di barili / giorno nel 2011 – è talmente clamorosa da meritare attenzione speciale e produrre conseguenze eccezionali. Infatti, mentre l’output è cresciuto del 21 per cento, il consumo americano (causa prezzi, prima, e causa crisi, poi) è sceso da 20,8 milioni di barili / giorno a 18,8 milioni di barili giorno (-10 per cento). Il combinato disposto equivale a mettere sul mercato, su base quotidiana, 3,7 milioni di barili, pari, per capirci, a un quarto della domanda dell’Ue27 e a un ventesimo di quella mondiale. L’impennata della produzione Usa disegna, sul grafico, uno scarto verso l’alto troppo grande per essere compatibile con la semplicistica visione della “campana di Hubbert“, che trovava proprio nel caso statunitense, cioè nel sottosuolo più intensamente sfruttato e meglio conosciuto al mondo, la propria pretesa prova empirica. Secondo Maugeri, da qui al 2020 la capacità produttiva americana potrebbe ulteriormente crescere fino a 11,6 milioni di barili giorno, mentre quella globale potrebbe passare dai 93 milioni di barili / giorno attuali a quasi 111. Abbastanza, insomma, da farci dormire sonni tranquilli.

Come reagiscono i “picchisti”? La parola a Ugo Bardi, past president di Aspo Italia (Aspo è l’associazione per lo studio del picco, fondata dal “guru” Colin Campbell) e persone competente oltre che intellettualmente onesta:

Il problema non è la disponibilità di petrolio, ma il costo di estrazione in termini di energia, che diventa sempre più alto. Le nuove tecnologie, molto decantate ultimamente, aiutano ad alleviare il problema ma non lo possono risolvere alla radice.

Leggere, sul sito dei picchisti, a firma del loro esponente più autorevole nel nostro paese, che la disponibilità fisica non è (più) un problema è, in tutta onestà, un bel passo avanti. Perché cambia completamente i termini del dibattito, spostandolo da “c’è abbastanza petrolio per reggere gli attuali ritmi di consumo?” a “abbiamo prospettive di evoluzione tecnologica sufficienti a sostenere la produzione di greggi relativamente più difficili da sfruttare?”. E’ una domanda complessa e non è possibile rispondere in un post, se non per notare che è sempre andata così e non c’è ragione di pensare che oggi le cose siano diverse. Il fatto è che le transizioni energetiche sono guidate dall’interazione tra domanda, offerta e tecnologia coordinata dai prezzi – non dalla geologia. Si possono cambiare gli equilibri, ma non si possono cambiare le leggi fondamentali dell’universo.

Ai picchisti non resta che guardare piccati i dati, tirando un sospiro di sollievo perché, anche questa volta, l’apocalisse è rimandata.

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