TAGLIA SPESE? TAGLIASPERANZA

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Sul decreto taglia spesa io ho molti dubbi, e ho preferito scriverli ieri sera stessa, prima della fine del Consiglio dei ministri, per il Messaggero di oggi.

Il decreto varato ieri sera dal governo Monti per contenere la spesa pubblica merita un doppio esame. Il primo, è sui princìpi. Il secondo, sui contenuti. Sui princìpi, l’intervento ha un merito, ma anche difetti purtroppo rilevanti. Il pregio è di avviare finalmente interventi sui 720 miliardi di spesa pubblica corrente, mentre il governo sinora aveva in buona sostanza evitato di farlo. Per poi affidare all’ottimo Enrico Bondi l’incarico straordinario – pur a digiuno di contabilità pubblica – di iniziare l’esame dei quasi 300 miliardi di spesa considerati “aggredibili” da Piero Giarda. Bondi non si è fatto pregare, quanto c’è nel decreto è solo parte di ciò che ha suggerito in poche settimane, e oltretutto il governo ha fatto capire che è solo il primo stadio di tre interventi successivi di qui all’inizio dell’anno prossimo.

Detto questo, sempre sul piano dei princìpi, passiamo ai difetti. L’aumento della spesa corrente, cresciuta di 200 miliardi in un ventennio, è la colpa capitale della classe politica della seconda Repubblica, destra e sinistra per i tempi in cui hanno governato. Alzando la spesa i governi hanno bruciato il dividendo dell’euro, cioè 7 punti di Pil in meno ogni anno di interessi sul debito pubblico grazie ai bassi tassi elargiciti dalla moneta comune. Tenendo ferma la spesa reale, bastava impiegare quel dividendo per azzerare il deficit pubblico, e ne sarebbe rimasto parecchio sia per investire sia per ridurre le imposte. Invece, la politica italiana ha fatto il contrario. Ha alzato la spesa, alzato le tasse a livelli record, e ulteriormente alzato il debito pubblico. Risultato: il Paese è schiacciato da una recessione più grave di quella altrui, dopo un quindicennio intero di bassa crescita.

Il governo Monti avrebbe potuto, al suo insediamento, spezzare la continuità ventennale di chi predica che bisogna ulteriormente alzare le imposte, per abbattere il debito pubblico a colpi di avanzi primari di 5-6 punti di Pil l’anno per 15 anni. Perché ai nostri livelli di spesa pubblica e pressione fiscale, è una terapia ammazza-Paese. Famiglie e imprese ormai erodono il patrimonio, per sostenere un reddito disponibile in violenta contrazione.

Monti avrebbe dovuto dire che il debito pubblico va energicamente ridotto cedendo attivi pubblici. Mentre i tagli energici – fino a 7-8 punti di pil – nella spesa pubblica in 3 anni vanno fatti per un dividendo comune: abbassare le tasse a lavoro e impresa e crescere tutti di più. Tagliare la spesa significa addentare interessi diffusi. Solo quantificando con chiarezza agli italiani ex ante l’intervento, spiegando come i diversi comparti vi parteciperanno, e in cambio di un solenne e concreto scambio a favore della crescita per meno imposte, è pensabile in Italia avviare un’opera tanto energica.

Monti non ha seguito questa strada. Ed è questo, il difetto essenziale. Prima è stato detto che i tagli vanno fatto per rimediare i 10 miliardi su base annuale necessari ad evitare l’aumento di un punto dell’Iva a ottobre. Poi è stato aggiunto il recupero di risorse per sanare l’errore del governo sugli esodati, e assicurarne copertura ad altri 55mila dopo i primi 65mila. Poi i costi del terremoto. Ieri, si è aggiunto che l’aumento dell’Iva non viene evitato, slitta solo a metà anno prossimo, primo ostacolo per chi vincerà le elezioni. Perché nel frattempo nel primo trimestre il deficit pubblico è andato peggio del 2011, e per via delle tasse aggiuntive e del Pil che scende il gettito per esempio dell’IVA non si alza di certo. Poiché ancora una volta è sparito lo scambio menospesa-menotasse, è ovvio che saranno fortissime le resistenze di sindacati, categorie e Autonomie. E senza solenne dividendo fiscale per più crescita bisognerà vedere, dei tanti tagli promessi, che cosa davvero andrà in porto.

Sul merito, servono alcune distinzioni. I tagli ai 295 uffici giudiziari, e anche alla densità ospedaliera per assistito, sono più che sacrosanti. Anche se non aver concordato con le Regioni le misure ospedaliere scatenerà ricorsi. I 7,2 miliardi di tagli ulteriori alle Autonomie tra 2012 e 2013 si aggiungono invece al fatto che in questi ultimi 3 anni i tre quarti dei contenimenti di spesa già intervenuti sono stati a carico delle Autonomie. E allora o si ridisegnano funzioni e si cancellano livelli amministrativi – sulle province un nuovo rinvio, perché siamo alla riconferma della norma varata nel salva Italia, ma con più resistenze di prima  – oppure avrà buon gioco la protesta Anci e UPI.

Per il pubblico impiego, l’annuncio del 10% di dipendenti e del 20% in meno di dirigenti è una grida manzoniana, visto che la cosa avrà effetti quantificabili e comprensibili solo una volta noti i criteri di intervento sulle piante organiche, rinviati a ottobre. A tutti viene detto che fino al 2014 nessuno va fuori, e se coi prepensionamenti si ottiene alla fine il risultato niente mobilità. E’ positiva la stretta sulle società locali che offrono solo servizi alla PA, ma siamo ancora ben lontani da un piano generale di cessione e liquidazione. La nuova centrale di committenza per le forniture scolastiche è un passo avanti e lo stesso andrebbe fatto per le forniture sanitarie che da sole valgono 3 punti di Pil in senso stretto e quasi 5 in ambito allargato. I tagli di 5 milioni a palazzo Chigi fanno, se è consentito senza che nessuno si offenda, sorridere.

E’ chiaro, le critiche in nome del meglio in Italia possono sempre sembrare nemiche del poco di bene che comunque si può ottenere. Ma non è stato questo il modo, senza dividendo di meno tasse, il modo in cui Paesi come la Germania sono riusciti ad abbattere la spesa di 5-6 punti di Pil con forte consenso.

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