La sentenza “Pomigliano” e la cecità della politica e della Fiom

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La Fiat è un’azienda sempre più globale e l’Italia rischia di diventare per l’azienda torinese una “palla al piede”. Questa considerazione, molto dura ma reale, è ancor più vera dopo la sentenza del giudice di Roma che obbliga il gruppo guidato da Sergio Marchionne ad assumere 145 operai perché iscritti alla FIOM.

La sentenza avviene in seguito alla “battaglia” di Pomigliano, dove l’azienda in cambio di maggiore flessibilità e produttività, aumentava i salari degli operai. C’era una maggiore responsabilizzazione da parte degli operai, ma questa veniva ripagata con premi.

Si è creato a “Pomigliano” un contratto di secondo livello, che aveva addirittura portato fuori da Confindustria l’azienda torinese. Un contratto che è tipico nel mondo teutonico, dove ormai più del 40 per cento dei contratti è siglato in questo modo.

Questo contratto è stato sottomesso alla volontà degli operai della fabbrica campana e dopo la “battaglia” al referendum è stato sottoscritto dalla maggioranza degli operai. Tale modello è stato poi ampliato alle altre fabbriche italiane di Fiat in modo da far partire il “Piano Italia” che prevedeva circa 20 miliardi di investimenti e soprattutto di riportare sopra la soglia di un milione di auto prodotte nel nostro paese.

Adesso la FIOM esulta per questa sentenza senza capire le conseguenze e senza forse avere mai visto i dati del settore:

–         In Italia la produzione di veicoli è scesa sotto il livello di Repubblica Ceca e Belgio ad un valore molto prossimo al mezzo milione di veicoli annui (in Spagna se ne producono almeno tre volte tanto).

–         In Italia non esiste altro produttore al di fuori di Fiat, perché le condizioni per investire sono come una palude. Nessuna certezza legislativa, come dimostra la sentenza di Roma, troppa burocrazia e livello di tassazione tra i più elevati in Europa.

–         L’Italia conta per circa il 15 per cento delle vetture prodotte nel mondo da Fiat, uno scenario stravolto rispetto a 10 anni fa , quando il gruppo torinese ne produceva oltre il 50 per cento in Italia.

–         Le vendite del gruppo Fiat in Italia sono in continuo calo, così come in Europa (-17 per cento nei primi 5 mesi dell’anno) e il centro degli interessi, volenti o nolenti, è ormai spostato verso il Continente Americano, dove Chrysler è cresciuta del 32 per cento da inizio anno e dove in Brasile mantiene la leadership di mercato davanti al colosso Volkswagen.

Questi quattro semplici dati, non dovrebbero far esultare i partitari della vittoria della FIOM; anzi, dovrebbero farli preoccupare, perché questa sentenza potrebbe essere la goccia che fa traboccare il vaso della pazienza di Marchionne.

Perché il manager dovrebbe continuare a mantenere la sede in Italia, se la maggior parte della produzione avviene fuori dall’Italia così come le vendite? Perché dovrebbe continuare a rimanere in Italia dove la legislazione e la burocrazia sono così lente che di fatto non permettono neanche l’arrivo di altri investitori?

Il caso di Termini Imerese è forse l’esemplificazione triste di quanto sia impossibile investire in Italia. Uno stabilimento costruito quando ancora esisteva lo scambio tra politica ed azienda di sussidi in cambio di occupazione, ma che in realtà aveva delle problematiche logistiche non indifferenti. Ogni auto prodotta in Sicilia aveva un sovra costo superiore ai mille euro per problemi logistici mai risolti da parte della politica (scarsi collegamenti).

Nel momento in cui Sergio Marchionne ha ritenuto insostenibile il mantenimento dell’apertura dello stabilimento, è intervenuta ancora una volta la politica con centinaia di milioni di euro di sussidi alla zona “depressa economicamente”.

Nonostante questi soldi, non si è arrivati ancora a nessun risultato, perché i problemi non si risolvono con i sussidi, bensì con una burocrazia leggera, buone infrastrutture e una legislazione certa e rapida.

Forse la Fiom dovrebbe guardare a questo esempio e comprendere che a causa della sentenza di Roma vi è il serio rischio di fare scappare Fiat e perdere decine di migliaia di posti di lavoro.

Un rischio che la classe politica non ha ancora chiaro. Purtroppo.

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