Produttori di ricchezza di tutto il paese unitevi!

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Sabato scorso a Venezia Tea Party Italia ha organizzato il suo NoImuDay (nulla a che vedere con le imitazioni su cui stanno lavorando alcuni esponenti della maggioranza politica che ai suoi tempi introdusse l’Imu). È stata una bella giornata e un coraggioso tentativo di portare letteralmente in piazza le idee della libera concorrenza e del rispetto dei diritti di proprietà. Un po’ sul modello Hyde Park, al “Campo S.Geremia speakers’ corner” si sono avvicendati interventi di ragazzi, donne, studenti, imprenditori, disoccupati, salariati e politici. Incazzati, spiritosi, appassionati, qualcuno pessimista, ma nessuno rassegnato. Gli interventi più ragionati, lucidi e esteticamente belli sono stati quelli dei politici e non poteva essere altrimenti, dal momento che parlare è il loro mestiere. Sono stati accolti però da una forte dose di scetticismo e disillusione dopo 18 anni persi ad ingrassare ulteriormente la vacca sacra statale.

La piazza di Venezia ha ascoltato discorsi sulle “tasse più alte d’Europa con servizi peggiori d’Europa”, “affamare la bestia”, “il debito pubblico si paga col patrimonio pubblico e non con quello dei cittadini”, “stiamo salvando lo stato, ma stiamo facendo fallire gli italiani”, resistenza fiscale, disobbedienza civile, sprechi, municipalizzate, finanziamento pubblico, forestali ecc. Tutte cose vere e condivisibili, ma sentite e risentite inutilmente da quindici anni (parlo per chi ha la mia età).

Pensavo di aver passato un bellissimo pomeriggio con gli amici, ma anche di aver partecipato ad uno stanco rituale che nulla può contro l’irreversibile avanzata del moloch. Ciò che ha cambiato l’inerzia della mia giornata è stato l’intervento di Carlo Lottieri. Senza usare la retorica dei politici, né l’istintiva indignazione dei giovani, Lottieri ha espresso in un paio di minuti due concetti illuminanti: “non siamo qui solo per difendere la nostra libertà e la nostra proprietà, siamo qui per difendere la civiltà” e “in Italia e in Europa esiste un conflitto di classe, quello tra produttori di ricchezza e parassiti”.
Il primo assunto di Lottieri mi ha dato le tensione morale e mi ha fatto guardare verso l’orizzonte ideale che deve avere chi pensa di poter combattere lo statalismo. Voler difendere la propria ricchezza è legittimo ma non basta, d’altronde è lo stesso impulso che spinge chi vive di spesa pubblica a difendere i propri privilegi. Chi lotta per tutelare il proprio lavoro e la propria proprietà deve avere la consapevolezza di essere parte di una battaglia collettiva contro il collettivismo. Proprietà privata vuol dire civiltà, libertà, limitazione del potere, diffusione e contendibilità della ricchezza, collaborazione paritaria e volontaria tra gli uomini. La proprietà deve essere “privata” al potere statale, la ricchezza deve essere gestita quanto più possibile da chi l’ha prodotta e non dai politici che la requisiscono attraverso l’imposizione fiscale. Il secondo assunto è uno squarcio del velo di ipocrisia che copre il dibattito pubblico: “esiste una lotta di classe tra produttori di ricchezza e parassiti”. Continuare a parlare dello Stato che sperpera i soldi dei cittadini rischia di essere un abbaiare contro la luna. Per lo stato non esistono sprechi, ogni spreco è il reddito di qualcuno. È per questo motivo che la spending review riduce la spesa pubblica solo dello 0,5% , mentre la crisi economica costringe famiglie e imprese a tagli di oltre il 15-20% del proprio budget. C’è una classe che impone sacrifici e di fatto sfrutta altre persone attraverso il potere politico e il privilegio. Per molti anni sono state usate parole edulcorate come “assistenzialismo” o “clientelismo”, in questo periodo di tragica crisi è giusto chiamare le cose con il loro nome e quindi usare la parola “parassitismo”. Termine che tra l’altro appartiene pienamente alla tradizione della sinistra.

All’inizio del Novecento la lotta contro il corporativismo e il “parassitismo statalista” che toglie ad alcuni e da ad altri era patrimonio anche di parte del pensiero socialista. Il filosofo marxista Antonio Labriola nel 1895 scriveva che “la crescente statificazione dei servizi pubblici e tutte le altre fantasmagorie del sempre rinascente socialismo di stato aumentano in mano degli oppressori i mezzi economici della oppressione”. All’epoca la pressione fiscale era intorno al 10% e il ciociaro Labriola non aveva ancora visto la Cassa del Mezzogiorno, i parastatali, le pensioni baby, la Salerno-Reggio Calabria, i “camminatori” della regione Sicilia, l’espandersi della burocrazia statale, i soldi in Tanzania e le lauree in Albania…

I liberali ripartano da Lottieri, i socialisti rileggano Labriola.

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