17
Giu
2012

Lo scarso peso politico degli esodati e dei quasi-pensionati

Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Bruno Boffa.

Dopo la guerra di cifre che si è riaccesa negli scorsi giorni, ancora oggi, in attesa che il ministro Fornero riferisca martedì alla Camera, si fa fatica a capire i numeri dei cosidetti esodati. La vicenda consente però delle riflessioni più ampie rispetto alla consueta ricerca mediatica di un capro espiatorio.

Inizialmente ci era stato spiegato come il divario tra in numeri fosse semplicemente legato ad un diverso orizzonte temporale. Il direttore generale dell’INPS nella audizione in commissione Lavoro della Camera due mesi fa (11 aprile) aveva detto: “non c’è alcuna contraddizione tra i numeri sugli esodati riferiti in Parlamento e le cifre indicate dal ministero del Lavoro”. 330mila sarebbe stato il numero dei potenziali lavoratori coinvolti nei prossimi quattro anni in procedure di mobilità, esodi individuali incentivati e delle altre categorie previste; 65mila sarebbe stato invece il numero di quelli che risultavano già cessati ed estromessi dai processi produttivi per effetto di procedure di mobilità o per dimissioni individuali al 31 dicembre 2011 sulla base di accordi individuali o collettivi.

Col documento datato 22 maggio e diffuso lunedì scorso l’INPS ha però fatto sapere che i lavoratori che hanno risolto il rapporto di lavoro entro il 31 dicembre 2011 con accordi individuali o collettivi di incentivo all’esodo non sarebbero 6.890, bensì 180mila. Anche nelle altre categorie il numero di salvaguardati dal governo sarebbe inferiore alla platea di potenziali beneficiari. Il comunicato emanato dall’INPS ha rappresentato allora un buona occasione per chi, come IdV e Lega, ha potuto rincarare la dose sul brutto errore commesso dal governo che, nella riforma delle pensioni, si era dimenticato di queste diverse categorie di quasi-pensionati che i giornali raccolgono sotto il nome di esodati. Errore che il ministro Fornero aveva ammesso, promettendo di trovare copertura, oltre che per i primi 65.000 già salvaguardati, anche per coloro che man mano sarebbero emersi. Forse la risonanza mediatica degli ultimi giorni è dovuta al fatto che a molti questa promessa non è sembrata sufficiente. Tra le poche cose certe, infatti, è risultata evidente l’intenzione del governo di evitare che questo imprevisto eroda i risparmi consentiti dalla riforma delle pensioni; la tentazione dell’esecutivo sembrerebbe allora quella di spostare il costo di questo errore o sui singoli soggetti (abolendo o limitando il beneficio di andare in pensione con le condizioni passate) oppure  sulle imprese.

In ogni caso, il ritardo con cui la politica sta affrontando la questione fa emergere il relativamente basso peso politico che gode questo differenziato gruppo di quasi-pensionati, conosciuto sotto il nome di esodati. Il loro scarso potere di pressione politica emerge particolarmente se si guarda alla vicenda da un punto di vista più ampio. Se la missione del governo Monti era quella di stabilizzare il deficit dei prossimi anni per ridare fiducia ai mercati finanziari, questo risultato è stato ottenuto – oltre che con le aumentate tasse – con i risparmi nella spesa previdenziale. Questo è stato l’unico cospicuo risparmio di spesa che il governo è riuscito a raggiungere: fino ad oggi i famigerati tagli nella funzione pubblica non sono stati fatti, e la mitica spending review pare consentirà risparmi di  5 milardi, cioè un terzo di punto di PIL, mentre la riforma delle pensioni dovrebbe consentire nei prossimi anni 40 miliardi. Ma mentre la riforma delle pensioni è stata conclusa rapidamente e genererà certamente quei risparmi previsti, i tagli della spending review ancora sono un progetto sulla carta e resta il dubbio che solo una minima parte delle proposte di Giarda riuscirà a superare le resistenze politiche ed essere poi effettivamente implementata.

Considerando che sotto il nome di esodati ci potrebbero esserci quasi 400mila persone senza né uno stipendio né una pensione, questa vicenda ci ricorda che credere che le decisioni economiche statali seguano l’illusione democratica che ogni testa abbia lo stesso peso si riveli una pia illusione. Mettiamo per il momento da parte la valutazione se il vecchio trattamento concesso agli esodati fosse equo oppure no: quello che si osserva qui è come le decisioni economiche della politica seguano pressioni che hanno poco a che vedere con il numero di teste che porta avanti quell’interesse – perché altrimenti un problema che affligge in modo così grave quasi 400mila persone avrebbe già trovato soluzione. Al contrario, si ha la conferma che l’alternativa di ridurre la spesa con riduzione delle funzioni pubbliche e dei suoi dipendenti è politicamente molto più impervia: il rischio che comporta è quello di innescare una solidarietà tra un gran numero di dipendenti del pubblico impiego. Molto più facile è concentrare i costi del contenimento della spesa su una categoria che gode di scarso peso politico (e nella quale gli esodati hanno la sfortuna di trovarsi): i quasi-pensionati. Questa categoria, dispersa e disomogenea, è quella su cui si sono concentrati maggiormente i costi dell’ultima correzione dei conti pubblici.

Proprio sui quasi-pensionati peserà anche la maggior parte delle correzioni future della spesa pensionistica, se seguiamo un’analisi economica delle decisioni politiche. Le fonti ufficiali e la RGS dichiarano che ormai, dopo tutte le riforme degli ultimi vent’anni, la spesa pensionistica sia stabilizzata. Non è esattamente così: le proiezioni ufficiali di medio-lungo termine  come quella (PDF) della RGS (da cui risalta che nel 2050 la spesa pensionistica non sarà esplosa, ma pari a quella attuale) si basano su ipotesi che oggi appaiono decisamente troppo ottimistiche. La prima ipotesi è che il PIL reale cresca da qui al 2050 ad un tasso medio dell’1,5% – tasso che invece negli ultimi 15 anni è stato in Italia pari allo 0,91%. Con una crescita inferiore a quella ipotizzata il peso della spesa pensionistica sul PIL sarà superiore del previsto e i risparmi ottenuti dal pianificato innalzamento dell’età di pensionamento non saranno sufficienti ad evitare ulteriori riforme.

Ci sarebbero teoricamente due vie per affrontare questa spesa pensionistica destinata ad aumentare. Va esclusa sicuramente la possibilità di mantenere le promesse fatte in passato: aumentare contributi, tassazione generale o debito non si può più fare, l’Italia ha già superato il limite. Occorrerà quindi ridurre le pensioni oppure innalzare l’età pensionabile. A livello politico sarà molto più facile la seconda strada, come studiato dai tanti studi di political economy (in particolar modo quelli di Vincenzo Galasso, come  questo [PDF]). Contro una riduzione delle pensioni si schiererebbero un gran numero (e sempre maggiore, a causa dell’invecchiamento demografico) di pensionati e politici career-oriented si farebbero portavoci di questi interessi: in poche parole, non riuscirebbe a vincere le elezioni che avesse in programma di ridurre le pensioni. Al contrario innalzando l’età pensionabile chi è già in pensione non subisce alcun danno, e i giovani e le persone che non sono ancora nella prospettiva del pensionamento non avvertono il problema come imminente offrendo quindi scarsa resistenza politica. Coloro su cui saranno concentrati gli oneri di questi aggiustamenti sarà una minoranza, i quasi-pensionati; queste persone, a pochi anni o mesi dalla data promessa di pensionamento, costretti a continuare a lavorare, vedranno scomparire delle rendite promesse e emergere degli oneri imprevisti. Questi costi sono quelli che stanno subendo oggi gli esodati, con il problema ulteriore che essi, avendo concordato le proprie dimissioni, hanno anche perso la tutela garantita a chi è occupato.

Senza più la tutela formale del lavoro che protegge chi è occupato (e non chi il lavoro non ce l’ha) e dentro una categoria, i quasi-pensionati, sui quali si concentra ora e si concentrerà in futuro il costo della costante correzione di un modello pensionistico, totalmente a ripartizione, insostenibile nel tempo, gli esodati sono l’emblema di quei gruppi che non hanno sufficiente peso politico per chiedere alla politica e ad uno Stato che pretende di essere sociale di dividere democraticamente i sacrifici, senza favorire categorie intoccabili, e soprattutto di non dimenticarsi di loro.

You may also like

L’illegalità non denunciata produce demagogia che la alimenta
L’importanza della comunicazione nella lotta al virus
Trovare in una sobria organizzazione degli enti previdenziali parte delle risorse per pagare le pensioni del futuro—di Lorenzo Ieva
Reddito di cittadinanza: come, quando ma, soprattutto, perché insistere con i centri per l’impiego?

9 Responses

  1. Francesco P

    Quando il Governo Monti fu nominato, cercò un primo successo immediato. Il tema della sostenibilità del sistema previdenziale era il più facile da aggredire e anche quello che permetteva di farsi riconoscere nel consesso europeo come “governo efficiente che affronta i nodi strutturali”.

    Peccato che fosse il tema che richiede più anni per ottenere successi a causa della necessaria gradualità con cui la riforma deve essere introdotta. Quando si innalza di colpo l’età pensionabile si sconvolgono i piani delle famiglie e delle imprese. In Italia i prepensionamenti sono stati una valvola di sfogo per le imprese e di sicurezza per le famiglie ed i consumi. Anche un bambino era in grado di prevedere che la riforma Fornero avrebbe creato un numero enorme di situazioni critiche con decine di migliaia di famiglie senza reddito e senza pensione e di migliaia di imprese impossibilitate a riassumere i pensionandi ed i pre-pensionati e altrettanto impossibilitate a implementare i piani di job rotation.

    L’effetto depressivo sul ciclo economico è stato altrettanto pesante dell’incremento della tassazione e dell’IMU, la famosa con sorpresa di fine anno.

    Intanto il decreto sviluppo è tuttora un oggetto misterioso, la riforma del lavoro langue, le liberalizzazioni si sono fermate ai tassisti ed ai farmacisti, categorie ove ci sono esuberi piuttosto che richiesta di attività e la spendig review ha prodotto eccellenti risultati che rimangono sulla carta.

    Non credo che si tratti di ignoranza e stupidità colossale dei tecnici. La mia opinione è che fra vincoli di schieramenti politici italiani e vincoli derivanti dalla sponsorizzazione del Governo Monti da parte di PPE e PSE, anche i tecnici siano perfettamente impotenti, esattamente come ogni governo precedente.

    Vi meravigliate che l’Italia stia andando a rotoli? Vi meravigliate che la recessione stia procedendo a ritmo crescente? Vi meravigliate che le imprese stiamo morendo? Vorrei solo una volta nella mia vita non dover dire: “si stava meglio quando si stava peggio”.

  2. Stefano

    Prosegue la cattiva abitudine di non affrontare i problemi (esodati ieri, spremuti da IMU e da altre tasse anche se hanno sempre pagato oggi, ….) ma di discutere sulla teoria e le interpretazioni da dare a numeri e fatti, e delle persone vere, di quelle colpite dalle malefatte dei nostri tecnici, non se ne occupa nessuno, troppo presi da discussioni accademiche.
    Un po’ di buon senso e di concretezza sulla situazione della gente, per favore !!!

  3. Oscar,
    mi candido a tua scorta personale in modo volontario (da vero contrario) preciso infine
    che ho 65 anni ma dotato di ottima capacita’ di “visione periferica”
    franco tomasello

  4. Antonino Spifferino

    Kafka e i concorsi universitari in Italia (aiutateci a far circolare questo messaggio).

    Se venissero i marziani non ci prenderebbero sul serio.

    Nel 2008 – approfittando di una finestra che si stava per chiudere chissà per quanto tempo – sono stati banditi concorsi universitari per posizioni di professore associato e ordinario nelle università italiane.

    L’allora ministro dell’università, Maria Stella Gelmini, proprio per assicurare la selezione dei migliori, decise che – a concorsi avviati – si sarebbero dovute cambiare le regole del gioco. Con un decreto-legge (tanta era l’urgenza nazionale di mandare all’aria accordi fra “baroni”, senza contare che a concorso ci andavano persone che baroni non erano) furono sospese per oltre un anno tutte le procedure e furono modificate le regole di formazione delle commissioni, introducendo il sorteggio per i 4/5 dei commissari.

    Finalmente, a partire dal 2010 e poi per tutto il 2011 (dunque, dopo circa tre anni dal loro avvio), i concorsi si sono conclusi. I candidati risultati vincitori sono ora una specie rarissima e pregiatissima, perché selezionata da commissioni in cui uno soltanto dei membri era individuato dai novelli robber barons; tutti gli altri li aveva scelti la sorte (ringraziamo il prof. Giavazzi per aver dato questo suggerimento all’on. Gelmini).

    Nel frattempo, però, per ragioni che è meglio non sindacare – mentre i partiti (anche quelli del Nord) commerciavano in diamanti e titoli universitari albanesi (ovvio, visto che le università italiane sono pessime) – si è ritenuto di bloccare le prese di servizio per circa due anni, cambiando ancora le regole del gioco. Ma non lo si è fatto per tutti; sono caduti sotto la scure del rigore ministeriale solo i così detti atenei “non virtuosi”, cioè quelli per i quali le spese di personale eccedevano la quota del 90% del Fondo di Funzionamento Ordinario (FFO). La scure colpisce alla cieca e anche alcuni prestigiosissimi atenei del Nord ne fanno le spese. La Conferenza dei Rettori delle Università Italiane fa il ruggito del coniglio, ma ha la credibilità di Augusto Minzolini; vi siedono i suggeritori della Gelmini (come l’attuale Ministro Profumo e l’allora presidente della CRUI Decleva) e i rettori hanno sempre qualcosa da negoziare sottobanco.

    Di fatto, con questo rapporto tra spesa di personale e FFO sopra il 90%, di assunzioni non se ne fanno. Tralasciamo la circostanza che un altro professore universitario divenuto da grande [sic!] ministro (Brunetta, n.d.r.) aveva deciso di introdurre altri vincoli, proprio perché le università (adesso non ci sono dubbi) debbono imparare le buone maniere istituzionali.

    Apriamo una parentesi tecnica. Il superamento della soglia fatale del 90% dipende da molti fattori; non si negherà che in alcuni casi è stata la conseguenza di disinvolte politiche di arruolamento (non solo di docenti, ma anche di copioso personale tecnico-amministrativo), fatte per alimentare le campagne elettorali dei rettori (i Signori della CRUI); ovviamente, si tratta di circostanze alle quali i vincitori di concorso di cui sopra sono stati estranei nella maniera più assoluta.

    Questa spiegazione della spesa, però, non è la regola; è la versione ‘mediatica’ che i vari ministri hanno voluto dare in pasto all’opinione pubblica e che certi mezzi di comunicazione di massa hanno assorbito con un atteggiamento tipico della stampa di regime. Dove sono gli strepiti di Travaglio?

    La verità è che la spesa per il personale è cresciuta sia perché ci sono adeguamenti annuali che, sebbene minimi, sono significativi quando rapportati all’intero organico, sia perché gli atenei più giovani avevano dovuto procedere a importanti campagne di arruolamento, anche per rispettare i così detti requisiti minimi (altro tecnicismo sul quale è meglio glissare), cioè per assicurare un’adeguata offerta formativa.

    Queste ultime circostanze dicono perché, da una parte, le spese di personale sono cresciute. Va, però, svelato anche l’altro lato della medaglia, quello che spiega come si è fatto ad arrivare a spendere 90 centesimi in stipendi per ogni euro di finanziamento ordinario. Questa parte della storia viene solitamente taciuta vergognosamente dai Ministri (e fanno bene a vergognarsi), perché dal 2008 le università italiane subiscono tagli al Fondo di Funzionamento Ordinario di moltissimi punti percentuali (c’è chi dice fino al 40%). Tradotto in italiano corrente, significa che i Documenti di Programmazione Economica e Finanziaria del prof. Tremonti (un tecnico che veniva, guarda caso, dall’università italiana, benché felicemente impegnato anche sul fronte professionale) hanno allegramente sforbiciato il finanziamento pubblico all’università, forse anche per mantenerlo adeguato a favore dei partiti (pare che i titoli di studio albanesi siano salatissimi).

    Dunque, nessuna meraviglia se, prima o poi, la curva del costo del personale che cresce negli anni incrocia quella del finanziamento pubblico che, molto più rapidamente, continua a scendere.

    Peraltro, questo indice adottato per disporre il blocco di assunzioni non dice nulla a proposito dell’efficienza dell’ateneo. È un indice come un altro. Tanto è vero che alcuni atenei non virtuosi, nonostante tutti i tagli, continuano ad avere i conti in ordine. La cosa meravigliosa (non ci crederanno né la Gelmini, né Profumo, né Giavazzi, né Brunetta) è che sono atenei del Sud!

    Ecco la parentesi tecnica che serve solo per dire che i nostri vincitori di concorsi banditi nel 2008 arrivano al 2011 per scoprire che alcuni di essi sono stati bravi quanto basta per vincere questi super-concorsi anti-barone, ma non altrettanto fortunati da scegliersi un ateneo virtuoso all’inizio della loro carriera. O forse sono stati decisamente sfortunati, visto che molti di questi atenei nel 2008 erano ancora virtuosi (altrimenti non avrebbero potuto bandire i concorsi), mentre la loro dissolutezza è dipesa quasi esclusivamente dalla scure ministeriale sul Fondo di Funzionamento Ordinario. Al dunque, alcuni vincitori hanno legittimamente preso servizio. Altri – e sono circa 1.300 persone (con tanto di famiglie a carico) in tutta Italia – aspettano. E siamo al 2012, cioè quattro anni dopo. Ci si lamenta dell’anzianità della classe accademica italiana, ma non si riesce a evitare la stagionatura di 1.300 tra giovani e meno giovani…

    Nemmeno a dirlo, ci sono state anche controversie giudiziarie, con tanto di TAR e Consiglio di Stato. È ovvio: siccome i professori universitari prendono 13.000 euro al mese di stipendio (così scrivono due organi di stampa nazionali) è giusto alimentare il contenzioso e far spendere un po’ di soldi anche all’amministrazione pubblica. Ce ne saranno altre di cause. Purtroppo. Almeno fin tanto che qualcuno non si prenderà la responsabilità di fare le uniche scelte possibili.

    Come se ne esce? Basterebbe una normetta che dica agli atenei non virtuosi “assumete questi super-vincitori di super-concorsi, dei quali peraltro avete bisogno e che aspettano da quattro anni e ai quali abbiamo cambiato due volte le carte in tavola e poi procedete a nuovi concorsi solo quando sarete tornati a rispettare i criteri di legge”.

    Troppo facile. Un governo di tecnici (molti dei quali professori, ivi compreso il Primo Ministro), che sta risanando l’Italia, può fare di meglio, soprattutto quando il Ministro dell’Università è un ex rettore, che faceva da ghost-writer alla Gelmini. La soluzione migliore è: ignorate i super-vincitori di super-concorsi, anche se sono 1.300, cioè circa 15 in media per ogni ateneo italiano (compresi quelli virtuosi). Ignorateli, umiliateli e bandiamo nuovi concorsi, spendendo altro denaro dei contribuenti. Magari sulla base di regole nuove (cioè quelle vecchie che la Gelmini aveva ripudiato in itinere) perché – diciamocelo – questi super-concorsi generano troppi super-vincitori; meglio tornare alle piccole cose. Anche così un ex professore, che tra poco sarà ex ministro, può finanziarsi una prossima campagna elettorale. No?

    Dicono qualcosa i rettori? Meno di quello che dovrebbero! Dice qualcosa la CRUI? Sì, che bisogna bandire i nuovi concorsi. Dice qualcosa il CUN? Sì, che servono altri concorsi però che è anche un po’ offesa perché il Ministro ex professore fa un po’ tutto per conto suo. Dice qualcosa la stampa? No; è troppo impegnata a incensare il Ministro tecnico e a contare gli stipendi dei professori universitari. Dicono qualcosa i sindacati? Non ce ne siamo accorti. E i partiti? Partiti. E Beppe Grillo? Partito, anche lui. E Travaglio?

    Forse non dicono nulla perché stanno già facendo qualcosa? Non sia mai!

    Domanda ai super-tecnici: ma prima di bandire nuovi concorsi, non si potrebbero prendere questi 1.300 idonei e dare loro una degna sepoltura, facendo in modo che legittimamente prendano servizio, anche presso altri atenei che sono carenti di organico e risparmiano di costi dei nuovi concorsi? Il Ministro Profumo qualche giorno fa ha scritto al personale della scuola una lettera strappalacrime da Libro Cuore, dove diceva che egli ha sempre lavorato per l’inclusione. E questa la chiama inclusione? Lasciare nel Limbo 1.300 persone (e relative famiglie, e ambizioni e aspirazioni) significa essere “inclusivi”? O significa essere “elusivi” e volersi ingraziare i favori dell’elettorato ripetendo questa stanca litania del merito accademico? Ma egli non è stato forse un Signore della CRUI?

    Se, senza assumere gli esclusi già idonei, partissero nuovi concorsi (anche per atenei che potrebbero divenire non virtuosi) non saremmo di fronte a uno spreco di risorse pubbliche che forse vale la pena segnalare al super-tecnico Bondi?

    Oppure questa indifferenza verso i super-vincitori di super-concorsi è un modo politicamente corretto per dire loro (perché non glielo si può dire apertamente, visto che tra poco si andrà a votare) che gli attuali idonei – pur se incredibilmente risultati vincitori nei medesimi concorsi “virtuosi” voluti dalla Gelmini – sono dei mentecatti?

    Se si legge una storia come questa, si fa fatica a credere che tutti gli attori – comparse (come i 1.300 in attesa di prendere giudizio) e protagonisti (come Profumo, Monti, Decleva, Brunetta, Tremonti) – vengono dal mondo dell’università italiana e che non si trovi il modo di risolvere una situazione che sta sfibrando in maniera sotterranea le comunità accademiche e umiliando 1.300 persone che (esattamente come coloro che hanno già preso servizio, vincendo gli stessi concorsi con commissioni sorteggiate) non hanno fatto altro che svolgere dignitosamente il loro lavoro intellettuale.

    Morale della favola: l’università italiana è così terribile, che per i professori universitari è meglio fare i tecnici e diventare ministri e impedire che 1.300 persone prendano servizio come professori (che poi vorranno diventare ministri…).

    È questa l’Università che vorrebbero i contribuenti italiani? Da pensarci su, prima che sbuchino i marziani da qualche tunnel tra Ginevra e l’Aquila (all’inseguimento dei neutrini), ai quali qualcuno dovrà raccontare questa storia penosa.

  5. takanis

    Spifferino che ha tanto a cuore l’università non ripeta gli spropositi dei due quotidiani che parlano di 13.000 € al mese di stipendio per i professori universitari. Il sottoscritto prossimo alla pensione, riceve 4.800 € netti. E le tabelle ufficiali, reperibilissime sul WEB, si fermano ben prima dei 13.000 lordi.

  6. Fabrizio R

    Buonasera a Voi: che il problema degli esodati sia da risolvere lo chiedono le persone direttamente coinvolte, le loro famiglie, i sindacati, la maggior parte dei partiti, sebbene con sfumature diverse, tutti noi come cittadini italiani che chiedono uno stato che sappia gestire questi delicatissimi aspetti in tempi ragionevoli. La stessa Ministro Fornero sembra avere colto l’emergenza.
    Chiedo però in questo caso ai di farsi parte diligente nel cercare di diradare la fumosità dei numeri a disposizione. Se è vero che negli ultimi 12 mesi saranno centinaia di migliaia gli espulsi dal lavoro, non credo che siano tutti di età e livello contributivo prossimo alla pensione. Credo sia quindi importante per un’analisi corretta individuare gli effettivi numeri corrispondenti alle fattispecie di cui si dibatte. Le dimensioni possono suggerire tempi, modalità e toni adeguati. Cordialmente.

  7. Fabrizio R

    scusate … non so perchè ma non ho digitato correttamente i “soggetti” che indicavo nel secondo capoverso come coloro che … dovrebbe farsi parte diligente …; intendevo ovviamente i giornalisti. Cordialmente.

  8. Francesco P

    @Antonino Spifferino

    Ho appena verificato che il dominio italiakafkiana.it è ancora libero. Credo che un blog dedicato alle follie burocratiche potrebbe avere successo e sarebbe un grande strumento di comunicazione. Gli argomenti non mancherebbero mai!

    Provi a cercare delle anime pie che possano condividere il progetto. Dove? Scrivendo a giornalisti o ad istituti e associazioni, ovviamente fuori dal giro dei partiti tradizionali.

    Occuparmi di giornalismo non è il mio mestiere, ma a volte da una risposta “unconventional” può nascere un’idea. Spero sia questo il caso.

  9. L'oracolo

    Ragazzi ma dove vivete??’ Dove vivete????

    1. i pensionati sono il vero fardello del paese. Partire e incidere su tale categoria è sacrosanto e giusto. Ricordo che TUTTI gli attuali pensionati sono andati con il contributivo, pertanto prendono molto più di quanto hanno versato. TUTTI, nessuno escluso, pensioni minime comprese. Well done, Mario.
    2. Gli esodati si rassegnino a cercare un lavoro, esattamente come sta facendo il restante parte del paese che non rientri nella categoria dei privilegiati/pensionati. E’ difficile a 55 anni? perchè a 20 è facile? Rauss, forza e pedalare. C’è tanto lavoro per badanti e camerieri. io non voglio pagare per loro, grazie.
    3: Fatto non secondario, l’80% degli esodati può andare da subito (o quasi) in pensione con il contributivo. Il fatto che non lo vogliano fare è evidente. voglio rientrare nella categoria dei privilegiati (vedi punto 1).

    Bell’articolo del c…o, complimenti. La deriva socialista e populista dell’IBL è incredibile!!!

Leave a Reply