Se va bene, andrà peggio. Scenari sulla crisi dell’euro

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Subito dopo Sudditi – se non l’avete letto, fatelo, ne è la necessaria premessa – all’Istituto Bruno Leoni abbiamo editato un nuovo libro che da oggi potete acquistare in formato ebook su Amazon.it, Bookrepublic e Ebookizzati. Giusto in tempo per il voto greco e le prossime avvampanti settimane sui mercati,  si intitola Se va bene andra peggio, scenari sull’eurocrisi. Autori Antonio Foglia, Pietro Monsurrò, Alberto Bisin, Forrest Capie, Geoffrey Wood,Vito Tanzi, Natale d’Amico, Antonio Polito, Carlo Lottieri. Nella mia prefazione, confuto otto luoghi comuni sull’eurocrisi. Ecco i primi quattro….

a ben vedere la storia controfattuale che vogliamo proporvi assume l’ipotesi del break up dell’euro solo come puro pretesto.
In realtà, ciascuno degli autori e io qui stiamo avvisandovi di un’altra cosa. Che in sintesi è questa: sia quel che sia dell’euro, resti com’è o cambino i suoi pilastri, per tutti gli attuali membri o per un numero più ristretto, la verità vera è che l’Italia ha un serissimo problema. Un problema che è suo. Che pre esiste all’euro. Che si aggravato ulteriormente in questi anni, non per colpa dell’euro. E che di conseguenza va affrontato comunque, qualunque cosa avvenga dei vincoli esterni, monetari e politici.

Prima di arrivare al punto, cioè a che conseguenze tirarne per l’Italia, a passo di carica vediamo di riepilogare gli otto più triti luoghi comuni sull’eurocrisi che sono infondati. A nostro modo di vedere, s’intende.
Mito numero uno: la colpa è dei tedeschi. Non è così. Per dire: il parlamento italiano approvò il trattato di Maastricht in undici minuti. Sì, avete letto bene. Noi siamo tra quelli che pensano che l’Italia si riempia la bocca di euroconvinzioni, tranne non esaminare quasi mai ex ante effetti e conseguenze da tirarne. Non è neanche storicamente vero che la Germania abbia serrato i tempi per l’euro, al fine di avvantaggiarsi di una moneta più deprezzata sui mercati del marco e dunque più favorevole al suo export. Parigi e Mitterrand strinsero i tempi, convinti che bisognasse legare Berlino a una prospettiva continentale mentre erano ancora ben aperti e sanguinanti effetti e costi della sua riunificazione, prima cioè che la Germania tornasse a voler seguire – più forte e più ampia – una propria MachtPolitik. E’ diventato luogo comune, dall’esplosione della crisi greca in avanti cioè da due anni e mezzo a questa parte, affastellare dati e letture degli andamenti economici favorevoli alla tesi secondo cui Berlino ha guadagnato più di tutti, dall’euro com’è, cioè non cooperativo. Una delle più rilevanti tra queste “prove diaboliche” consisterebbe nell’avanzo di bilancia dei pagamenti registrato dalla Germania nell’eurodecennio. Mentre complessivamente nel decennio precedente la Germania era in deficit di parte corrente complessivo per quasi 200 miliardi di dollari, ecco che nell’eurodecennio l’attivo di parte corrente diventa di quasi 2 trilioni di dollari, cioè di quasi 200 miliardi l’anno. Più o meno esattamente pari al totale della posizione negativa di parte corrente cumulata nel decennio da tutti gli altri euromembri. E’ un dato a effetto, perché i suoi sbandieratori dimenticano di dirvi che fino a due anni fa l’attivo germanico nella bilancia dei pagamenti era pressoché integralmente costituito dal suo attivo nella bilancia commerciale, per via di un export ben superiore al 40% del Pil tedesco. Solo nel 2011 e 2012, aprendosi gli eurospread a forbice tra eurodeboli ed euroforti, una componente sempre più rilevante dell’attivo tedesco corrente è stata rappresentata dal flight to quality nei flussi di capitale, cioè dal fatto che disintermediando debito sovrano eurodebole i mercati sono corsi a sottoscrivere a rendimenti negativi i titoli pubblici tedeschi, e i misura minore corporate bonds privati. Per altro, chi alimenta il mito antitedesco dimentica che i flussi verso la Germania che passano dagli intermediari bancari configurano claims della Bundesbank verso le altre banche centrali “deboli” dell’eurosistema, mentre scrivo per quasi 700 miliardi di euro. In altre parole: la Germania non è affatto svincolata da danni molto seri, in caso di default di eurodeboli, sovrani e bancari che siano. Certo, ce la si può sempre prendere per il fatto che i tedeschi vorrebbero un’euroarea sul loro modello. Si possono incolonnare pagine e geremiadi sul fatto che noi siamo latini e mediterranei, incapaci di ordine e precisione. Ma oltre una certa misura sono bubbole, antropologismi di maniera. Se i tedeschi preferiscono che anche gli altri Paesi europei taglino 6 punti di spesa pubblica e tasse, come hanno fatto negli anni Duemila prima dell’eurocrisi, per alzare il reddito e la produttività nazionale e soprattutto delle sue aree meno avanzate, e rafforzando manifattura ed export attraverso una rivoluzione della produttività e moderazione salariale come hanno fatto grandi aziende e MittelStand germanico, ebbene viva i tedeschi. Hanno ragione loro, ci spiace per chi da noi innalza l’emblema di pizza, paella e moussakà. Tra i difensori della specificità latina molti, alcuni in buona fede ma il più no, vogliono solo difendere i deficit pubblici. Da noi, a campare di spesa pubblica e di Stato tassicodipendente non è certo solo la Casta.
Mito numero due: basta stampare moneta, dateci una BCE come la FED. E’ la frottola che andava per la maggiore nel 2011. Molti politici e commentatori italiani l’hanno predicata. Tecnicamente, è una fesseria ancor più grave della numero uno. L’argomento antitedesco almeno si basa su un mezzo punto di verità: è ovvio che l’export tedesco si sia avvalso a proprio vantaggio della ragione di scambio monetaria di un euro meno apprezzato di quanto sarebbe stato il suo marco (ma anche qui: a dirlo sono poi quasi sempre coloro che lamentavano e lamentano che l’euro valesse troppo sul dollaro, fino a 1,40 rispetto a meno di 1 al suo nascere e nei minimi. Il che significa poi che in BCE la Bundesbank non ha di fatto consentito la politica della moneta facile, cosa che smonta l’accusa opposta se i tedeschi avessero pensato solo a massimizzare il proprio esclusivo vantaggio). Chi vuole una BCE che diventi automaticamente una FED può essere un banale e ignorante semplificatore, e per carità allora bisogna scusarlo. Perché ovviamente non si può pretendere che tutti o la maggior parte abbiano dato un esame di politica monetaria . Ma tra coloro che lo sostengono con titoli e curricula ineccepibili, i casi sono due. O hanno dimenticato che la separazione tra BCE e debiti sovrani degli euromembri, debiti che restavano nazionali, è figlia obbligata di una costruzione per la quale i mercati sottostanti dei beni, dei servizi e del lavoro restavano nazionalmente separati – a differenza degli Stati Uniti, appunto – talché solo la disciplina a livello nazionale degli euromembri poteva sostituire al naturale principio dei vasi comunicanti l’artificioso – in quanto deciso da incentivi politici, che avrebbero dovuto essere più decisi e costanti per gli eurodeboli – convergere verso produttività ed efficienza dell’economia pubblica e privata. Oppure, se ricordano e condividono tutto questo, vuol dire che non paghi dell’errore ormai evidente di una costruzione europea che procede attraverso fughe disordinate in avanti e senza intendenza al seguito, desiderano farne un’altra: desiderano cioè una BCE sul vecchio modello Bankitalia pre-divorzio dal Tesoro, quella che ancora sotto Guido Carli dichiarava “sedizioso” non monetizzare il debito pubblico deciso e fatto dalla politica. Una politica monetaria premiante l’azzardo morale non significa volere l’Europa. O almeno, significa volere un’Europa sul modello dell’Impero Romano d’Oriente, in perenne svalutazione del titolo delle sue monete. In effetti, a casa nostra molti rimpiangono l’Italietta che da metà anni Sessanta seguì quella strada. Noi no, però. Noi no.

Mito numero tre: è solo un complotto della grande finanza e delle grandi banche mondiali, restituiamo alla politica il potere di battere moneta. E’ a tutti gli effetti una variante del mito numero due. Con l’aggravante di avere molti seguaci nel Web, al traino di teorie complottiste che amplificano la cosiddetta Modern Money Theory in maniera simile a come Giacobbo dice degli egizi che verrebbero dalla cintura di Orione. Non è il caso qui di diffondersi in dettagli tecnici. La MMT ha seguaci eterodossi negli Usa, a esser precisi praticamente nella sola Università del Missouri, e si fonda su sviluppi che i suoi teorici ritengono – a torto – derivati da Keynes. Diciamo allora solo che la MMT estremizza come definizione di moneta la sola accezione post tallone aureo della fiat money, artificiale e sintetica, non convertibile e senza cambi fissi, il cui unico valore è quello attribuito dai governi che possono stamparla dal nulla senza alcun costo, e il cui corso è garantito dal fatto che i governi obbligano i loro cittadini a pagare le tasse in quella moneta lì e non in un’altra. Da tale definizione generale della moneta i sostenitori della teoria fanno discendere che il deficit pubblico è in realtà risparmio privato netto. Proprio così: maggiore il deficit pubblico, maggiore l’arricchimento del risparmio nazionale. Inutile tentare di smentire questa sciocchezza colossale, perché i seguaci della MMT ti respingono affermando che non capisci nulla della moneta moderna. Poi, un altro passaggio: a battere moneta oggi non sono i governi e gli Stati, ma le banche private impadronitesi delle banche centrali e che lucrano su signoraggi degni del Sacro Graal. Inutile obiettare loro che le banche private per esempio azioniste di Bankitalia sono tali perché sono gli stessi istituti un tempo di Stato, e che una volta privatizzati pur rimanendo azionisti di via Nazionale dallo Statuto Bankitalia sono stati sterilizzati sulla governance della banca centrale, il loro ruolo nell’indirizzo della banca è nullo e la loro attribuzione di quote utili del tutto simbolica, perché il più va a riserva e il resto se lo pappa lo Stato proprio a conferma che la banca centrale è pubblica. Se e quando avanzate tali banali osservazioni, i complottisti maniaci del signoraggio depredato dalle banche private ti replicano urlando che allora devi infallibilmente essere un servo delle banche. Ergo, la loro conclusione finale: restituiamo agli Stati la facoltà di creare ad libitum moneta artificiale, ed ecco che potranno e anzi dovranno produrre deficit pubblici crescenti, perché questa è la vera ricchezza. Mentre chi argomenta dell’insostenibilità finanziaria dei debiti pubblici crescenti dimentica naturalmente, nella visione degli MMT all’italiana, che ciò si deve solo agli interessi famelici pagati alle banche private detentrici dei titoli: basta nazionalizzare il mercato del debito, attraverso una bella repressione fiscale che spieghiamo tra poco, ed ecco che il problema scompare. Non è un caso che i sostenitori di consimili sciocchezze vadano per la maggiore in alcune trasmissioni televisive condotte da guru della sinistra, passata presente e futura. Il pastrocchio antibancario e antiprivato non si riesce mai a spiegarlo nel dettaglio tecnico che non sta in piedi, visto che risparmio meno investimenti non equivale affatto a spesa pubblica meno tasse cioè al deficit pubblico, l’identità centrale per la MMT. Ma nei suoi termini generali e nelle conseguenze che invoca la bislacca teoria suona terribilmente sexy alle orecchie dei collettivisti-dirigisti, orfani dei vermigli vessilli, e anche a parecchi scassa-bilancio pubblico a fini di consenso elettorale. Vedere Paul Barnard e Silvio Berlusconi andare a braccetto è uno spasso tremendo, dal punto di vista della comicità. Ma che pena, dal punto di vista intellettuale.

Mito numero quattro: è solo un grave errore dei governi, la mancata crescita è il problema, e il deficit pubblico serve anche a doppia cifra, pur di sostenerla, perché il nostro debito italiano è sostenibilissimo. La versione di Krugman, ovverosia dell’estremismo keynesiano. Se fosse vero tutto quello che instancabilmente Krugman scrive ogni giorno ed è ampiamente ormai ripreso in tutto il mondo, mondialmente il Paese della crescita ideale dovrebbe essere l’Italia. Deficit pubblico a go go per decenni, e debito pubblico al 120% del Pil e anche oltre. Naturalmente, però, non è affatto così. Siamo il peggior Paese avanzato come output potenziale, in calo graduale ma sempre più accentuato da trent’anni e più. Guarda caso proprio perché lo Stato succhia per sé risorse in maniera crescente. Se pensate all’Italia di vent’anni fa e all’Italia di oggi, il prodotto procapite è cresciuto del 9%. Di poco, rispetto a tanti altri Paesi avanzati, ma è cresciuto. Eppure il reddito procapite è peggiorato, è sceso del 4%. Dove sono andati a finire, quei 13 punti percentuali che mancano nelle tasche degli italiani, tra aumento del prodotto e calo del reddito? In parte minima all’estero, per via delle rimesse degli emigrati. In parte comunque ridotta alle multinazionali estere presenti in Italia, o alle imprese italiane internazionalizzate che hanno investito fuori confine. L’impresa italiana in generale non ha però migliorato la sua quota di reddito, come avveniva a scapito del reddito dipendente negli anni Ottanta e primi anni Novanta: anzi la redditività d’impresa è in forte discesa insieme ai margini negli ultimi anni. La verità amara è che il più di quei 13 punti di differenza tra prodotto e reddito degli italiani se li è pappati il signor Stato. Più risorse per pagare una spesa corrente pubblica in perenne crescita, attualmente oltre il 50% del Pil e cioè oltre il 60% del Pil legale di chi le tasse le paga. Con una pressione fiscale che è al 45% sul Pil ufficiale cioè al 54% sul Pil legale, e con entrate pubbliche complessive quasi al 49% del Pil ufficiale, cioè al 57,8% del Pil legale.

I sostenitori di questa tesi vantano un’estesa panoplia di argomenti a cui ricorrono per puntellarla. La repressione fiscale, oppure il Dil al posto del Pil come denominatore al quale rapportare il debito pubblico.

I fautori della repressione fiscale indicano l’esempio del Giappone. Vedete quanto sbagliate cari rigoristi, dicono, il Sol Levante ha un debito pubblico doppio sul proprio Pil rispetto a quello italiano, eppure paga interessi miseri ed è al riparo dalla volatilità estrema dei vostri eurospread. Basta semplicemente accentrare nelle mani di investitori e risparmiatori domestici asintoticamente il più del debito pubblico, ed ecco che, venendo meno la componente detenuta da fondi, operatori e risparmiatori stranieri, viene meno la volatilità diretta dei rendimenti e inversa dei prezzi nominali dei titoli pubblici. I teorici della repressione fiscale dimenticano però le conseguenze di tale prassi nipponica: vent’anni di stagnazione per quel Paese, la fine di ogni sogno di scalare le vette della manifattura mondiale. E’ vero che alla stagnazione concorre anche la spaventosa curva demografica giapponese (l’altro vero incubo che grava anche sul futuro italiano, oltre al debito pubblico). Ma più un elevato debito pubblico è concentrato in mani nazionali, più temibile diventa l’effetto di crowding out sul risparmio e gli investimenti domestici. Basta vedere che cosa sta accadendo in Italia negli ultimi quattro mesi. Da quando le aste straordinarie di liquidità a bassa qualità del collaterale e tassi d’interesse triennali e negativi hanno garantito alle banche italiane un quarto dei 1,1 trilioni di euro complessivamente erogati dalla BCE agli istituti europei, la Banca d’Italia ha gentilmente ma fermamente pregato le banche italiane di riprendere a comprare titoli del debito pubblico. E’ avvenuto al ritmo di oltre 30 miliardi di euro al mese, e l’effetto è stato che, dovendo anche coprire le proprie obbligazioni in scadenza per massicci quantitativi, le banche non possono che stringere il credito riservato a famiglie e imprese. In altre parole: la repressione fiscale è il metodo attraverso il quale la politica “obbliga” i contribuenti all’esproprio di una parte crescente dei propri redditi.

L’argomento del Dil – l’acronimo sta per debito interno lordo – è apparentemente diverso, ma la fine in cui può esitare è per molti versi analoga. La tesi fonda le sue basi sulla convinzione che sia sbagliato e improprio, rapportare il solo debito pubblico al Pil. Bisogna considerare ai fini della solvibilità complessiva anche il debito privato, la somma di quello delle famiglie e delle imprese (esclusi gli intermediari finanziari). Le famiglie italiane possiedono una ricchezza finanziaria netta pari al 175% del Pil, rispetto a una media eurozona del 132%. E la somma di debiti delle famiglie e imprese non finanziarie a fine 2010 era pari al 126% del Pil, rispetto a 212% del regno Unito, e a oltre 300% di Portogallo e Irlanda. Poiché il debito sul Pil delle famiglie italiane è il più basso tra i Paesi avanzati, ecco che la somma di debito pubblico e privato italiano al 2010 ammontava a 248 punti di Pil, cioè pochissimo sopra i 243 della Germania, decine di punti meno della Francia e addirittura centinaia in meno rispetto a Stati Uniti, Regno Unito e Giappone. Ergo: rassicuratevi ragazzi, il debito pubblico italiano tra i Paesi avanzati è il più sostenibile insieme a quello tedesco. Naturalmente, la conseguenza che di solito non viene dichiarata è che un simile esercizio postula che per diminuire il debito pubblico quando esso è stabilmente ingente da decenni, come nel nostro caso, si debba pescare anche per questo – non solo nel conto economico pubblico cioè sui redditi, con alte tasse per sostenere l’alta spesa corrente – nel patrimonio in tasca agli italiani. Possiamo benissimo sostenere una patrimoniale privata pari ad almeno 25 punti di Pil, nell’ordine di 400 miliardi di euro, ha scritto Marco Fortis. Eccome no. Significherebbe chiedere più di 30 mila euro a testa a tutti gli italiani che hanno ricchezza mobiliare e immobiliare (nota) superiore ai 100mila euro. Ricchi? Non direi, visto che sono il 62% degli italiani.

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