Se va bene, andrà peggio. Scenari sulla crisi dell’euro -2

1 Star2 Stars3 Stars4 Stars5 Stars (Nessun voto)
Loading...

Subito dopo Sudditi – se non l’avete letto, fatelo, ne è la necessaria premessa – all’Istituto Bruno Leoni abbiamo editato un nuovo libro che da oggi potete acquistare in formato ebook su Amazon.it, Bookrepublic e Ebookizzati. Giusto in tempo per il voto greco e le prossime avvampanti settimane sui mercati,  si intitola Se va bene andra peggio, scenari sull’eurocrisi. Autori Antonio Foglia, Pietro Monsurrò, Alberto Bisin, Forrest Capie, Geoffrey Wood,Vito Tanzi, Natale d’Amico, Antonio Polito, Carlo Lottieri. Nella mia prefazione, confuto otto luoghi comuni sull’eurocrisi. Ecco gli altri quattro….

Mito numero cinque: è solo un errore di parametri, quelli di Maastricht ieri, quelli del fiscal compact oggi, basta cambiarli e non impiccarsi alle cifre partorite dall’Europa delle tecnocrazie. L’argomento ha un suo fondamento tecnico, ma cela una trappola evidente.

Il fondamento tecnico sta nella relativa arbitrarietà di quel 3% di deficit pubblico e del 60% di debito pubblico che, insieme a un’inflazione verso il 2%, furono posti come criteri di convergenza a Maastricht. Lo stesso si potrebbe dire per il meccanismo di rientro di almeno un ventesimo annuo per la quota eccedente di debito pubblico oltre il 60%e per l’azzeramento tendenziale a breve del deficit pubblico posti nel fiscal compact. C’è una ricchissima letteratura di proposte alternative. Chi propone che per esempio il debito pubblico di convergenza sia calcolato sulla posizione netta finanziaria sull’estero o almeno comprendendola – e l’Italia ci guadagnerebbe molto, perché la nostra PFNE è negativa per 25 punti di Pil, rispetto a quattro volte tanto di Spagna, Grecia Portogallo e Irlanda. Chi sostiene che dal deficit occorre levare la quota destinata ad investimenti pubblici. Chi si lambicca sul fatto che le correzioni automatiche anticicliche all’azzeramento del deficit devono essere maggiori per quei Pesi a maggior esposizione netta finanziaria negativa sull’estero. E via via arrampicandosi sulla fantasia fai-da-te dei parametristi più scatenati. Naturalmente, ogni criterio tecnico ex ante di convergenza può risultare più o meno arbitrario. Nei 22 giorni del luglio 1944 in cui i rappresentanti dei 44 paesi alleati posero le basi del nuovo ordine economico mondiale postbellico, la stanza di compensazione proposta per ciascun Paese da Keynes per regolare la differenza tra saldi attivi e negativi di parte corrente in bancor era certo più cervellotica della proposta che invece passò, quella americana di Harry Dexter White. Ma anche allora il confronto vero non fu tra l’arbitraria cervelloticità dei criteri proposti, bensì sulla visione politica che le due proposte esprimevano. Keynes era per monete fluttuanti ancorate a una supermoneta virtuale – il bancor – che servisse anche ad abbattere l’instabilità dei mercati mondiali e ad equilibrare nel tempo chi esportava poco. Il suo mondo ideale, tramontato l’Impero britannico, non contemplava il tallone neoimperiale dollaro-aureo. Al contrario il piano White era l’esatto opposto. L’America ha vinto, i cambi saranno fissi, agganciati al dollaro, agganciato a sua volta all’oro: semplice e lineare, fu questa l’ossatura del mondo fino all’inconvertibilità aurea del biglietto verde, con Nixon. Analogamente, il problema vero dei parametri di convergenza europei non è quello dell’arbitrarietà tecnica (per esempio i tetti di Maastricht concepiscono un mondo a crescita reale del 2-3% annuo facilmente attingibile per la media europea, un sogno rivelatosi irreale), bensì quello politico. Nella maggioranza degli euro membri nessuno ha mai preso sul serio quel limite al 60% del debito pubblico: né la politica, né le classi dirigenti, né gli elettori. E’ dalla seconda fase dell’unione monetaria – che ha preceduto la nascita dell’euro – che l’orizzonte disegnato dagli accordi tecnici individuava nel futuro dell’Europa Stati molto più leggeri, e capaci di una drastica correzione del proprio eccesso di debito ammazza-crescita. Eppure, in pochi anzi pochissimi si sono comportati di conseguenza. Nel 2002, l’intermediazione del bilancio pubblico italiano – la somma del totale delle entrate e delle spese pubbliche – era al 91,1% del Pil ufficiale. Nel 2012, pur avendo registrato l’Italia i deficit pubblici più contenuti nella crisi dopo quelli tedeschi, l’intermediazione pubblica sale al 98,7%. In Germania negli stessi anni è scesa, non salita. Stava dieci anni a una cifra superiore a quella italiana, il 92%. Ora sta sotto quota 90. Gli Stati Uniti, per guardare fuori dall’eurorecinto, con tutto il maxideficit pubblico a doppia cifra di Obama in questi anni, stavano a quota 67,9% nel 2002, e sono solo a quota 72,4% nel 2012. Il punto vero dunque non è la lunarità dei criteri dei criteri di euroconvergenza, ma la politica che ha creduto di aggirarli sempre in nome della difesa del cosiddetto “modello sociale europeo”. Ripeto sempre: non è questione dei deficit aggiuntivi resi obbligati dalla crisi degli ultimi 4 anni, perché quando Francia e la stessa Germania si trovarono a infrangere i tetti e naturalmente ottennero che non si avviassero nei loro confronti le procedure d’infrazione, la crisi mondiale non c’era e non c’entrava.

Mito numero sei: tutto quello che volete voi, ma la colpa è delle banche, e i salvataggi pubblici sono solo riservati a loro. L’argomento antibancario in Italia si sposa poi con una singolare mantra del nostro dibattito pubblico: la rapinosità e i guai verrebbero infatti solo dalle grandi banche altrui, le nostre sarebbero sanissime. Distinguiamo, perché su questo solo tema ci sarebbe da scrivere libri. L’euroarea ha – tra gli altri – un difetto di fondo. Ha assimilato i mercati dei beni e dei servizi – che restano separati per normative vigilanze e specifiche tecniche, al di là dell’abolizione dei dazi interni – all’attività bancaria. Le banche sono così rimaste ancorate a una faticosa condivisione di criteri patrimoniali più o meno comuni – le cornici BRI di Basilea I, II e III, sulle quali la penso esattamente come troverete qui detto da Foglia, e cioè l’opposto di quel che si ripete solitamente: il patrimonio obbligatorio è ancora troppo basso, non troppo alto. Ma tutto questo avviene ancora nell’ambito di vigilanze e criteri di salvataggio rigorosamente nazionali, non comunitari. La BCE ha fatto solo da cappello, in realtà sono state le vecchie banche centrali nazionali a decidere – a stretto contatto coi rispettivi governi – se, quando e come far intervenire il capitale pubblico nei tanti casi Dexia avvenuti in questi anni in Europa, e assai più nell’Europa forte che in quella debole. L’esempio di Dexia è che naturalmente i regolatori nazionali, assai spesso troppo vicini alla politica, sono intervenuti tardi e male, sottovalutando i reali guai annidati in pacchi di miliardi di asset illiquidi negli attivi bancari. Tanto che in Dexia sono appunto dovuti intervenire due volte in tre anni. Una delle vere ragioni quasi mai dichiarata per la quale l’euro è nato a sistemi bancari separati è che quello tedesco è – non molti lo ricordano – tra i più pubblici di tutti. La Spagna, con le sue casse di risparmio di fatto pubbliche e intrise di politica nella governance, di fatto ha un 54% del mercato del credito che è pubblico di fatto. Ma subito dopo di lei, ancor oggi 47 banche tedesche sono a controllo pubblico, e un quarto dell’intero mercato del credito è in mano allo Stato. In ogni caso, se l’euro deve restare e-o resterà in piedi per davvero, allora non ha senso continuare a evitare l’abbozzo almeno di una vera e propria unione bancaria, con un centinaio di grandi banche continentali sottoposte a regole comuni di vigilanza e criteri analoghi di eventuale salvataggio. Su questo Mario Draghi ha ragione, e in poche settimane ha preparato le bozze di misure che dovranno essere esaminate al Consiglio europeo di fine giugno 2012. Non sono così sicuro, che ai governi nazionali piaccia davvero perdere il grip sulle banche dei rispettivi paesi. Ma se davvero intendono incalzare i tedeschi sulla federalizzazione del debito, allora i governi l’unione bancaria devono approvarla al volo. Era un passo da decidere a attuare immediatamente dopo il crac Lehman. Invece l’averlo rinviato continua a confondere le acque, e come si vede anche per EFSF ed ESM l’intervento bancario d’emergenza in Spagna precede quello a favore degli Stati e insieme, agli occhi dei mercati, lo preannuncia come una campana a morto.

Le indignazioni popolari “salvano le banche mentre a noi chiedono il sangue” hanno un solo apprezzabile fondamento. Non nel senso però voluto dai Grillo e dai nazionalizzatori di banche, che perennemente risorgono spiegando ai cittadini che per salvarle basta nazionalizzarle nummo uno, diventano del popolo e avanti via come prima. Cosa che ovviamente è pura finzione, visto che una banca per funzionare la puoi anche nazionalizzare a costo zero ma va poi ricapitalizzata, per farla funzionare. La fondatezza della protesta non sta nemmeno nel salvataggio di banche preferito al salvare attività di economia reale, perché questa reazione si fonda su ignoranza o disconoscimento che banca e finanza sono il sistema nervoso dell’economia e che in loro assenza l’intero sistema si accascia. Il fondamento della protesta sta invece nel criterio che troppo spesso in Europa – e non solo, anche negli USA – è stato seguito nei salvataggi bancari. La regola antiazzardo morale nel credito prevede che in caso di banche a rischio il fallimento non vada evitato a tutti i costi, come ripetono scioccamente in troppi, anzi debba accadere. Semplicemente di tratta di tutelare i depositanti, entro una certa misura gli obbligazionisti – ripeto: solo entro una certa misura e proporzione – ma per il resto lasciando che gli azionisti incorporino il danno che è sanzione al loro azzardo. Invece, nella prassi i regolatori tengono la coda agli azionisti. Per rimanere a casa nostra, quando l’EBA ha chiesto ad alcune delle nostre maggiori banche di ricapitalizzare, in realtà l’unica ad aver ricapitalizzato sul serio è stata Unicredit – che oggi vale meno del tortale degli aumenti di capitale degli ultimi tre anni. Mentre per le altre la stessa Banca d’Italia è stata troppo morbida, regalando centinaia di punti base di coefficienti patrimoniali con artifici contabili nei modelli di valutazione interni bancari degli asset a rischio, e tenendo per manina la Fondazione Montepaschi dopo per troppi anni aver sottovalutato la gracilità crescente della banca senese. Naturalmente, i giornali e i media italiani sul sistema bancario italiano scivolano come sul ghiaccio. Preferiscono parlar male a palle incatenate della malvage e famigerate banche americane e anglosassoni, e dei miti consessi segreti di banchieri e finanzieri al Bilderberg. Sulle maleparate e malversazioni di istituti italiani che restano troppo vicini alle fondazioni bancarie parapolitiche, su quello è meglio tacere. Ripetendo alla noia che il sistema bancario italiano è sano. Sano un piffero, dico io. La sua redditività di sistema in questo 2012 è negativa, dopo aver toccato lo zero a fine 2011. Il suo cost/income veleggia verso il 70%, un’enormità: vi ricordo che avevamo meno di 18mila filiali bancarie in Italia 20 anni fa, e che ora sono quasi 34mila. In altre parole, abbiamo circa 100 mila bancari di troppo nel nostro Paese, se adottassimo un modello avanzato di Internet banking e cross selling di prodotti per esempio all’olandese, perché meno costi fissi sono più margine per la banca ma anche meno oneri e più retrocessione di utili al cliente.

Mito numero sette: con l’euro ci abbiamo solo perso, è stata una fregatura. Popolarissimo mantra innanzitutto tra gli italiani di una certa età, diciamo nostalgici per curva attesa di vita. Ma non solo tra loro. E’ la coda lunga del trauma da alta soglia di cambio, perché quella quota 1936 pattuita da Ciampi è rimasta impressa nella memoria di molti come una solenne fregatura, condita di sospetti sui profittatori di Stato e delle catene distributive, e di lamentazioni sul troppo breve lasso di tempo a doppio prezzo obbligatorio. I fenomeni di presa di profitto ci sono a ogni cambio valutario. Ma gli italiani su questo punto addossano in media all’euro due fenomeni che con l’euro non c’entrano. Il primo è la perdita di reddito. Come abbiamo già visto, il fenomeno è reale, il reddito degli italiani è diminuito. Persino più di come sia andata la produttività. Ma ad aver causato il fenomeno è lo Stato con le sue pretese, non l’euro. Il secondo fenomeno del quale un bel po’ di italiani sono nostalgici è la svalutazione monetaria, a loro giudizio l’unica vera valvola di compensazione per un Paese che è strutturalmente troppo debole per la modernità e le sue dure e spietate regole di competizione. Chi abbraccia questo partito teorizza l’estraneità italiana al novero dei Paesi avanzati. E’ invece appena il caso di ricordare che l’euro ha enormemente avvantaggiato gli eurodeboli e l’Italia. In media, sono stati per noi 7 punti di Pil l’anno di minori interessi sul debito pubblico, prima che lo spread dall’estate 2001 esplodesse. Punti e punti di Pil che abbiamo tradotto in aumento della spesa pubblica corrente, invece che in meno tasse e più investimenti. E per il secondo paese esportatore manifatturiero dell’Unione, operare a moneta unificata nel più grande mercato di consumo mondiale – l’Europa è ancora questo, non per molto – è stato un grande vantaggio per moltissime imprese. Tanto è vero che su questo Confindustruia e BDI, la sua sorella tedesca, la pensano esattamente allo stesso modo. Per il più delle 190 mila imprese italiane – un quarto piccolissime, il resto comunque piccole .- che esportano, è essenziale poter stare in filiere i cui scambi interni sono denominati in un’unica moneta.

Mito numero otto: usciamo dall’euro, torniamo alla liretta e tutto va a posto. Collegato e conseguente al precedente. Ma non sempre. C’è tutta una genìa di economisti cresciuti nel mondo delle Partecipazioni Statali e consulenti ai ministeri gestiti da democristiani e socialisti, che dopo aver creduto più o meno sinceramente nell’euroideale, nel tempo ha cambiato idea. Speravano con ogni probabilità che l’euro fosse la moneta di un’Europa però in cui democristiani e socialisti fossero come gli italiani, a gara a chi spendeva e spandeva di più. L’Europa del rigore fa a pugni col keynesismo un po’ straccione di chi anche sul Corriere della sera non fa che ripetere che le privatizzazioni sono state un furto, e che lo Stato proprietario e imprenditore e pianificatore era meglio, mille volte meglio. Il ritorno alla liretta, e una botta del 40-50% di svalutazione da incorporare come illusorio vantaggio nelle ragioni di scambio monetarie, per loro è il carburante di un consenso che vorrebbero tornasse allo Stato, alla Politica con la “P” maiuscola, come ripetono sempre, non a questa sua pallida larva attuale, spodestata da economia e finanza.

Naturalmente, i sostenitori del mito numero otto tendono a nascondere con una certa cura che, nel passaggio dall’euro a una divisa nazionale che valesse da meno di un terzo alla metà, la ridenominazione di attività e passività incrociate sull’estero porterebbe a fallimenti a raffica, oltre alla grande strage di potere d’acquisto che partirebbe con un’inflazione a doppia cifra. L’inflazione è da sempre amica dei grandi indebitati, in quanto abbatte il valore reale della loro esposizione. Ergo,il maggior beneficiato di tutto ciò sarebbe il più grande debitore: ancora una volta lui, il nostro nemico numero uno della crescita italiana, lo Stato. Con tanti saluti ad anni di chiacchiere sulla capacità del sistema italiano di investire e razionalizzarsi su maggior valore aggiunto, proprio perché era finita l’illusione del circuito vizioso svalutazione-inflazione.

Mi fermo qui. Potrei arrivate a dieci, a venti, a trenta. Ma otto posson bastare. Perché? Per scaramanzia, ma non solo. Un mio amico che muove denaro a Londra mi ha fatto notare che sono occorsi solo 10 giorni da quando lo spread decennale spagnolo ha superato quota 500, perché la Spagna ottenesse aiuti d’emergenza. Ne erano passati 16, per Atene. Per Dublino, 24. Per Lisbona, 34. In altre parole, più l’eurocrisi avanzava, più in proporzione al peso dell’eurodebole la finestra temporale oltre quota 500 di spread si stringe, prima di sboccare in aiuti. L’Italia pesa il 19% dell’euroarea, rispetto al 13% spagnolo e al 3% scarso greco. Il mio amico dice che 8 giorni oltre quota 500 e siamo “aiutati” anche noi italiani. Ora capite perché Monti ha le scatole che gli girano, e quell’aria accigliata dopo aver detto per cinque mesi che lui i compiti li aveva fatto tutti. Macché.

Non sono tra coloro che credono l’euro sia un bene assoluto: se i mercati restano separati e non possono funzionare come vasi comunicanti delle curve di costo e produttività, l’euro non può e anzi non deve reggere, e le chiacchiere dei politici sugli spiriti del tempo non mi conviceranno mai del contrario.

Non sono tra coloro che pensano l’europolitica abbia capito, perché immagino solo che gli eurodeboli vogliano ora scontare condizioni migliori per il loro rientro di finanza pubblica, usando la minaccia dello tsunami che l’eurobreaking eserciterebbe sul resto del mondo.

Non sono infine tra coloro che pensano l’Italia abbia fatto i suoi compiti a casa. Anzi sono molto deluso dal governo attuale, che pure nel piccolo ho contribuito a legittimare di fronte a centinaia di migliaia di ascoltatori ogni giorno, prima della sua nascita e ai suoi primi atti.

L’Italia deve abbattere il suo mostruoso debito pubblico dismettendo patrimonio pubblico, per diverse decine di punti di Pil. Non picchiando nelle tasche degli italiani.

E deve tagliare in 3 ani di impegno pancia a terra 6-7 punti di Pil di spesa corrente improduttiva, da tradurre a parità di saldi pubblici in abbattimenti fiscali per lavoro e impresa.

Questa è l’unica via maestra, per un’Italia europea e occidentale. Ci sia l’euro, oppure no.

Commenti [70]

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *