12
Giu
2012

Commons Sense: addio a Elinor Ostrom

Elinor Ostrom, Premio Nobel per l’economia 2009, ci ha lasciato a 78 anni. È morta di tumore, le sopravvive il compagno di una vita, il marito Vincent.

Ho avuto occasione di assistere alla Hayek Lecture che la Ostrom ha tenuto presso l’Institute of Economic Affairs nel marzo scorso. Prima della Lecture, l’IEA aveva organizzato una bella colazione di lavoro, con Ostrom e un certo numero di giornalisti, studiosi, e amici dell’Istituto.

Nel Regno Unito e non solo aveva destato qualche perplessità che l’Institute of Economic Affairs, un bastione del pensiero “liberista”, invitasse la grande teorica dei “commons” per la sua lezione annuale.
Il perché di quell’invito è stato ottimamente spiegato da Steve Davies.

Il grande insegnamento del lavoro della Ostrom e del marito Vincent è che non c’è una sola forma di organizzazione sociale che vada bene per tutte le circostanze – e che pertanto è opportuno prestare attenzione a tutte quelle modalità di “organizzazione spontanea” di individui e gruppi, che possono rivelarsi molto più efficaci di tentativi, solo all’apparenza più “razionali”, di organizzazione top-down. Questo vale anche in quegli ambiti (la tutela delle risorse naturali da uno sfruttamento troppo intensivo) cui la risposta tradizionale, negli ultimi cento anni, è stata una regolamentazione sempre più pervasiva.

La Ostrom che abbiamo avuto il piacere di conoscere alcune settimane fa era già una donna malata, emaciata, ma emanava una straordinaria energia. È stato molto interessante vederla fronteggiare una platea di mezzo migliaio di persone, dal background e dalle convinzioni le più diverse: attivisti ambientalisti così come pure appassionati ammiratori della signora Thatcher. A ciascuno di questi Ostrom diceva qualcosa. Soprattutto, ci spronava a una maggiore umiltà innanzi al reale. Il valore di questo atteggiamento di ascolto della realtà è stato espresso con insuperabile chiarezza da Hayek nella sua Nobel Lecture:

Il riconoscimento dei limiti invalicabili della sua conoscenza dovrebbe invero impartire a chi studia la società una lezione di umiltà, una lezione che dovrebbe impedire agli studiosi di farsi complici della fatale ambizione di controllare la società. Si tratta di un’ambizione che non solo lo rende tiranno dei propri simili, ma può condurlo ad annientare una civiltà che nessun intelletto ha disegnato ma che è cresciuta in virtù dei liberi sforzi di milioni di individui.

Cara Elinor, le sia lieve la terra.

You may also like

La caccia alle streghe ai tempi di Airbnb
Cronaca di una passeggiata solitaria verso il Tribunale per difendere l’ambiente dagli ambientalisti e non solo
Mio… nostro… Vostro! Che fine ha fatto il diritto di proprietà in Italia?—di Luca Minola
Tecnologia e comunità per essere Stato

16 Responses

  1. gio

    Mai mi sono tanto sentita profondamente in sintonia con una chiara espressione:
    Il riconoscimento dei limiti invalicabili della sua conoscenza dovrebbe invero impartire a chi studia la società una lezione di umiltà, una lezione che dovrebbe impedire agli studiosi di farsi complici della fatale ambizione di controllare la società. Si tratta di un’ambizione che non solo lo rende tiranno dei propri simili, ma può condurlo ad annientare una civiltà che nessun intelletto ha disegnato ma che è cresciuta in virtù dei liberi sforzi di milioni di individui.

  2. G.R.Albertazzi

    Condivido tutto, ritengo che solo l’umile consapevolezza dei propri limiti ci predispone alla ricerca e confronto con nuove esperienze. Troppo spesso dimentichiamo che nessuno è depositario della verità.
    Percepisco in modo diffuso che il confronto scivola troppo spesso su un piano puramente ideologico senza che i singoli compiano il necessario sforzo mentale di confrontare le proprie idee avendo l’onestà intellettuale di dover forse riconoscere le altrui ragioni invece di confutarle a prescindere.
    Nel nostro piccolo mi chiedo che senso ha limitarsi alla lettura di un quotidiano che esprime solo idee affini alle proprie? Impariamo a guardarci intorno con mente aperta, d’altronde il bello della natura umana è che vi è sempre da imparare.
    Meditate
    Notizie dai mercati permettendo buon lavoro a tutti !!

  3. Marco Tizzi

    Il premio Nobel per l’economia non è mai esistito e continua a non esistere.
    Insistere in questa idiozia è un perdurante insulto alla memoria di un grande del XIX secolo, che mai nella sua vita avrebbe in alcun modo appoggiato gli “economisti”.
    Il premio che la Banca di Svezia da in sua memoria è in tutto e per tutto una truffa.

  4. Luciano Pontiroli

    @Marco Tizzi
    Il senso dell’articolo di Mingardi era un altro ed era elevato, peccato che qualcuno lo travisi per esternazioni inutili. Sunt lacrimae rerum ..

  5. Marco Tizzi

    @Luciano Pontiroli
    Sono stufo di leggere gente che continua a portare avanti questa ignobile bufala.
    Sono stufo di questa balla che mille volte ripetuta pretende di diventare verità, sono stufo di esercizi di neolingua.
    Se si vuole dare merito al pensiero di una persona non c’è alcun bisogno di organizzare un premio-truffa e far credere al mondo che sia la volontà di un industriale che ha lasciato tutti i suoi averi ai posteri per meriti nei campi che interessavano a lui. Tra i quali non c’era la presupposta “scienza” economica.

  6. Paolo

    P.S. Se a qualcuno interessano i “commons” consiglio la lettura di Beni Comuni di Ugo Mattei che tuttavia ha un’impostazione diversa da quella della Ostrom.

  7. luciano pontiroli

    @Paolo
    Molto diversa, direi. Dove Ostrom ricerca con serietà e, soprattutto, con umiltà (v. anche l’articolo di Stagnaro sul Foglio), Mattei assume il tono da predicatore, nostalgico allo stesso tempo di un medioevo immaginato e di un socialismo reale idealizzato. Forse piacerebbe a Marco Tizzi, forse.

  8. luciano pontiroli

    @Marco Tizzi
    Formalmente ha ragione: il premio per l’economia non fu istituito da Alfred Nobel e, infatti, si chiama “The Sveriges Riksbank Prize in Economic Sciences in Memory of Alfred Nobel”. Ciò detto, se la prenda con i giornalisti che abbreviano la denominazione ufficiale in “Premio Nobel”, ma ci risparmi le Sue esternazioni al riguardo, per cortesia!

  9. Marco Tizzi

    @luciano pontiroli
    Formalmente un par de ciufoli: se io istituisco un premio “in memoria di A. Nobel” per la migliore attrice porno dell’anno nessuno va in giro che la nobildonna ha vinto “il Nobel del porno”.
    Questa è una truffa perpetrata per conferire nobiltà ad una pseudoscienza.

    E comunque mi sono rivolto all’autore, è lei che s’è intromesso.

    No, il socialismo reale non mi interessa, grazie ancora. Per me “lo Stato è la più flagrante, la più cinica, la più completa negazione dell’umanità”.

  10. Luciano Pontiroli

    @Marco Tizzi
    Non per fare polemica, ma due precisazioni sono opportune:
    1 – se commenta un articolo sul blog, il commento si rivolge a tutti e tutti sono invitati a replicare (dovrebbe saperlo, vista la frequenza dei Suoi interventi su questo sito);
    2 – Mattei rimpiange, senza ammetterlo, il socialismo reale, ma il suo “Manifesto” immagina che i beni comuni (quasi tutti, a quanto pare) debbano essere gestiti da comunità locali, nel rispetto di una sorta di religione ecologica, e pone sotto accusa lo Stato quale complice degli accaparratori dei beni comuni. Forse non Le dispiacerebbe, visto che manifesta tendenze anarchiche e detesta gli economisti (come Mattei, del resto, soprattutto quelli americani).

  11. Marco Tizzi

    @Luciano Pontiroli
    Facciamola pure polemica, il blog c’è anche per questo.
    1- se vuole replicare faccia pure, ma replicare “non mi interessano i suoi commenti, si rivolga ai giornalisti” non mi pare una replica che possa in qualche modo portare valore alla discussione.
    2- io non detesto gli economisti, detesto il potere che gli economisti hanno assunto negli ultimi 100 anni nella politica mondiale con risultati che non mi sembrano un granché. Lo hanno fatto in nome di una “scienza inesistente”, per dirla con Ricossa, prima indirettamente, ponendosi come possessori di una verità che la gente non poteva comprendere, adesso addirittura in maniera diretta e senza ovviamente il minimo sforzo richiesto dall’elezione democratica.
    Il problema della “gestione locale” dei beni comuni di Mattei sta nel fatto di ridurre lo Stato ad una dimensione territoriale inferiore, che non cambia, nella pratica, nulla e poco ha a che fare, quindi, con l’anarchia. Il socialismo reale non cambia natura se ne riduce l’ambito territoriale, resta sempre oppressione militare.

  12. giuseppe

    Che ci siano buoni economisti e cattivi economisti, questo è scontato. Come in tutte le categorie professionali. C’è però da dire che gli ultimi trent’anni hanno visto un esondare di questa categoria in tutte le attività economiche e politiche. Che ci siano in giro pezzi di carta che valgono undici volte il Pil mondiale non è certo ascrivibile ai muratori o ai fabbri. Come pure trovo poco comprensibile che si debbano salvare ad ogni costo le banche. Si afferma che è per tutelare i risparmi privati. Ma quali risparmi meritano effettivamente questa tutela? Un conto sono i normali conti correnti dei cittadini e delle imprese. (sui quali non si prende un euro di interessi e sono pure obbligatori per legge) Un altro paio di maniche sono gli investimenti speculativi. E che li abbia fatti Rockfeller o una vecchietta raggirata da un promotore finanziario, poco importa. Questa storia deve finire.

  13. luciano pontiroli

    @Marco Tizzi
    Nel “Manifesto” Mattei critica lo Stato e propugna una “democrazia partecipata” che sarebbe qualcosa di simile ad un autogoverno dei cittadini: in teoria, una cosa diversissima dal socialismo reale. Dico che ne è nostalgico per affermazioni da lui formulate altrove.
    Con questo non intendo aderire alle sue proposte, ma solo segnalare una curiosa vicinanza di certa sinistra ecologica, terzomondista, ecc. ad alcuni tenets dei nostri libertari.
    Per il resto, gli economisti che esercitano il potere “senza il minimo sforzo richiesto dall’elezione democratica” sono stati incaricati dal Capo dello stato e godono della fiducia del Parlamento. Ciò non vuole dire che stiano facendo bene, ma negarne la legittimazione è una forzatura.

  14. Marco Tizzi

    @luciano pontiroli
    E’ sensato che il concetto di democrazia diretta sia più facilmente attuabile in un contesto piccolo (vedi anche Svizzera, volendo) e che quindi il manifesto di Mattei, forse, si dirigeva in quella direzione. Oggi, con gli strumenti tecnologici che abbiamo, sarebbe più facile (vedi Partito Pirata in Germania).

    Sotto molti punti di vista la “sinistra” (ha ancora senso questa divisione? ci stanno categorie talmente diverse…) che tende verso l’anarchia si avvicina molto alla “destra” che tende al liberalismo.
    Personalmente ritengo che il liberismo sia un po’ una tensione irrisolta, nel senso che tende all’anarchia, ma quando si avvicina se ne spaventa (perché gli hanno detto che “è di sinistra”) e quindi scappa verso la dittatura. Come si riesca a conciliarla con la libertà resta per me un mistero.
    C’è anche chi, come Rothbard, va fino in fondo, ma solitamente il liberista ha paura dell’anarchia, come dice Seminerio nel suo blog citando Popper “Il liberale non è uno statalista (“lo Stato è un male necessario. I suoi poteri non dovrebbero essere accresciuti oltre il necessario”), ma non è neppure un anarchico (“L’anarchismo è un’esagerazione dell’idea di libertà”).”
    Ecco, è questa idea di “esagerazione” che non mi torna, perché alla fine nel concetto stesso di libertà, che dovrebbe avere i propri limiti sollo nella libertà altrui, nulla dovrebbe mai essere “esagerato”.
    E’ un po’ come quelle persone che dicono “va benissimo il matrimonio gay, ma non la poligamia”.
    Ed è questa ritrosia, questo fuggire dalla libertà “esagerata” che rende spesso la libertà dei libertari una “idea che tende a ridurre i diritti di tutti a zero”, come diceva Bakunin.

    Gli economisti si vogliono sostituire a quella difficile figura che un tempo era il filosofo. Ma lo fanno con un grande errore di fondo: riducono l’essere umano ad una questione di denaro.
    Per questo per me Ron Paul varrà 10, 100, 1000 volte i suoi maestri Mises ed Hayek: perché lui non si è nascosto dietro ad un titolo, lui si è buttato nella mischia, tra i leoni, e ha lottato. Ha perso? Sì, ma tante persone grazie a lui hanno oggi una consapevolezza che i loro genitori si sognavano.
    E comunque io preferisco uno che si fa sbranare nell’arena da belve feroci piuttosto di uno che dagli spalti usa il suo pollice per decretare il destino altrui.
    Perché il diritto di usare quel pollice non l’ha conquistato e di certo non è un diritto divino.

  15. Un matematico italiano, Eugenio Calabi, nel 1954 in un Congresso ad Amsterdam, presenta quelle che verranno chiamate varietà (o spazi) di Calabi-Yau.
    Sono una classe di miriadi di spazi possibili che vengono utilizzati dai fisici (all’interno della teoria delle stringhe) per studiare quali universi siano possibili. Sembra che gli universi possibili siano 10 elevato a 500.
    La premessa precedente si completa con una citazione: “Non siamo abituati al fatto che l’esistenza di cosmologi sia un fattore significativo nella valutazione delle teorie cosmologiche” (Jonh D. Barrow, Il libro degli universi, pag. 241). Anche in cosmologia (la scienza che studia la cosa più grande che ci sia: l’Universo, riconosce che l’osservatore è chiave …
    Arriviamo alla economia che è fatta invece di leggi banali piovute dall’alto. Sono, oltre che leggi banali, leggi trappola. Sono le leggi che costruiscono la crisi.
    Esistono altre leggi possibili. Rimanendo al suo interno, lo dimostra la proposta di Elinor Olstrom.
    Se usciamo dall’economia e guardiamo ai mille e mille mondi possibili che Eugenio Calabi ha costruito, se accettiamo di diventare veramente protagonisti come anche i cosmologi dichiarano inevitabile, allora davvero possiamo costruire tutte le economie che vogliamo. Perché non si comincia? Ne discutiamo spesso sul nostro blog…aiutiamoci a cominciare.

Leave a Reply