23
Mag
2012

Pannello giallo la trionferà

Non contenti dei generosi sussidi ricevuti finora, i produttori europei di pannelli fotovoltaici puntano tutto riesumando dalla storia del pensiero economico il cadavere più putrefatto: quello del protezionismo.

Un informato articolo di Quotidiano energia parla di una sorta di “partito anticinese” che si starebbe organizzando in Europa. Un gruppo di aziende produttrici di pannelli, guidate dalla tedesca SolarWorld, starebbe promuovendo una petizione alla Commissione europea per ottenere l’introduzione di tariffe “antidumping”, sulla scia dell’analogo provvedimento adottato da Barack Obama negli Stati Uniti (che hanno aumentato i dazi dal 5 per cento a una quota variabile tra il 31,2 e il 250 per cento).

La Commissione, come sempre, non ha una posizione e preferisce, lasciando trapelare voci semiufficiali, dare un colpo al cerchio e uno alla botte. Secondo Qe,

“Difenderemo la produzione europea da distorsioni come i sussidi o il dumping”, ha garantito il portavoce della Commissione Ue al Commercio, John Clancy, mentre una bozza della comunicazione sulle fonti rinnovabili che Bruxelles presenterà prossimamente, resa nota da “EurActiv”, afferma che “dati i benefici derivanti dall’espansione del commercio globale, è importante che le misure che possono frenare il commercio siano evitate”.

Il fatto è che i dazi sui pannelli sono una misura incomprensibile. E non solo perché valgono anche in questo caso gli usuali caveat contro ogni forma di protezionismo. Soprattutto perché non dobbiamo dimenticare che non esiste, oggi e fino al raggiungimento della fantomatica “grid parity”, una domanda di pannelli indipendente dai regimi di incentivazione. Noi compriamo e installiamo celle fotovoltaiche perché il consumatore elettrico è chiamato a pagare un premio alla produzione di energia “pulita”. La teorica giustificazione di questo premio sta nei benefici ambientali derivanti da una minore dipendenza dalle fonti fossili. Va da sé – è perfino imbarazzante doverlo dire – che i benefici ambientali sono funzione del consumo evitato di fonti relativamente più inquinanti, e sono del tutto indipendenti dalla località dove le tecnologie “pulite” sono state prodotte. Una saggia gestione delle risorse pubbliche, dunque, richiede l’impegno ad abbattere il massimo delle emissioni al minimo del costo. Nel caso della generazione elettrica fotovoltaica, questo implica acquistare i pannelli più convenienti, nel rapporto prezzo/qualità: pannelli che sempre più vengono prodotti nel Far East, come dimostra questo grafico.

Cina e Taiwan, che nel 2000 erano sostanzialmente assenti dal mercato, nel 2010 detenevano una quota di mercato congiunta del 60 per cento (in crescita); Germania e Giappone, fino a poco tempo fa “padroni” del mercato, oggi messi assieme non arrivano al 20 per cento, pari alla quota tedesca nel 2007. Il sorpasso si è verificato per una e una sola ragione: i panelli cinesi costano meno di quelli tedeschi. E, poiché il costo medio attualizzato del kWh fotovoltaico dipende praticamente solo dall’investimento upfront, l’energia fotovoltaica prodotta con pannelli orientali costa meno di quella occidentale. O, per metterla altrimenti, a parità di spesa coi pannelli cinesi otterremo una più significativa riduzione della CO2.

Introdurre dazi o altre forme di protezione tariffaria significa dunque far crescere il costo relativo dell’energia “pulita”: a parità di spesa ottenere un beneficio ambientale inferiore, ovvero a parità di beneficio ambientale spendere di più. Questa incongruenza logica fa già parte della normativa nazionale di alcuni Stati membri, inclusa l’Italia che nel Quarto conto energia riconosce un premio del 10 per cento agli impianti solari “made in Europe” almeno per il 60 per cento. Ora, nell’attesa di eventuali accelerazioni europee, si parla di un inasprimento delle norme anti-cinesi nel Quinto conto energia.

Con che risultato? Distribuire un po’ di denari pubblici a chi ne ha già tettati troppi, tradire la natura di “politica ambientale” degli incentivi alle fonti rinnovabili, e incancrenire le difficoltose relazioni Italia-Cina. Raramente si è visto un simile esempio di miopia. Cari tecnici, ripensateci: non siate peggio dei politici.

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16 Responses

  1. axel72

    Ma suvvia tutti sanno come fanno i cinesi a far pagare meno i loro prodotti…che senso avrebbe premiare l’energia pulita ed acquistare merci da un paese che per produrre pannelli solari inquina ancora di più?

  2. Francesco P

    C’è un ulteriore aspetto che avvantaggia la Cina nella produzione di pannelli fotovoltaici come di tutte le produzioni hi-tech: le terre rare.

    Avendo avuto da madre Natura il regalo di essere praticamente l’unica nazione a disporre di grandi riserve di questi elementi a concentrazioni facilmente sfruttabili, possono permettersi di impiegarli come arma di pressione economica per accentrare la produzione mondiale di circuiti stampati e di altri prodotti di base della tecnologia elettronica (vedere anche http://www.ilpost.it/2012/03/14/la-questione-delle-terre-rare/ ).

    L’imposizione di misure protezionistiche sui pannelli solari potrebbe risultare un “autogol” clamoroso perché finirebbe per accelerare il processo protezionistico cinese a danno di un intero settore chiave dell’economia mondiale.

    La scarsità di giacimenti economicamente sfruttabili di terre rare richiede di fare ricorso a giacimenti più piccoli e con concentrazioni molto inferiori rispetto alle riserve cinesi, tali da moltiplicarne il prezzo sui mercati; una pesante spinta inflativa a livello mondiale visto il crescente impiego di tecnologia in ogni settore. Inoltre potrebbe crearsi una sfasatura temporale fra le richieste dell’industria e l’attivazione dei nuovi (o riattivazione) impianti estrattivi.

  3. Francesco P

    Per ulteriori informazioni sulle terre rare l’USGS è “una miniera di informazioni”.
    Consiglio una ricerca sul sito per “rare earths” e/o alla pagina http://minerals.usgs.gov/minerals/pubs/commodity/rare_earths/ che contiene links a documenti interessanti.

    Questo è invece il link al comunicato stampa della Commissione europea del 13 marzo http://europa.eu/rapid/pressReleasesAction.do?reference=IP/12/239 che non è stato granché ripreso dalle fonti di stampa nazionali (infatti ho dovuto trovare la notizia su un blog che normalmente non frequento).

  4. Stefano

    Cercando di generalizzare il discorso penso che sia indiscusso il fatto che il lavoro ha una sua remunerazione duplice:
    A) il valore monetizzato in salario / stipendio consegnato al lavoratore
    B) il contesto “ambientale” nel quale il lavoro stesso viene prestato e, conseguentemente, i “servizi” di cui il cittadino lavoratore beneficia (orario di lavoro, tutela sanitaria, situazione pensionistica e di tutela sociale, durata del periodo lavorativo, stress, …. ma anche tranquillità, crescita professionale, …)
    Se la prima voce è facilmente quantificabile e generalmente ha una incidenza diretta sul costo (e quindi – ma meno direttamente – sul prezzo) del prodotto, la seconda voce è molto meno facilmente quantificabile in termini puramente monetari.
    Sulla prima voce posso pensare che sia quindi possibile operare secondo i parametri del mercato e della concorrenza.
    La seconda voce, invece, è frutto di anni, se non secoli di lotte sociali ed economiche, di sintesi e compromessi realizzati e condivisi ad un livello più generale del puro livello economico tra cittadini e istituzioni. Questa seconda voce rappresenta la nostra storia e la nostra civiltà, le nostre abitudini, il nostro sistema sociale, il sistema scolastico, quello sanitario, …. il nostro sistema Paese ed anzi, il sistema europeo-occidentale con le sue specificità (Italia, Francia, Spagna, ….) in un ambito più ampio (Europa-America)
    Considerate solo la prima voce è si in linea con la Globalizzazione, ma porta a ignorare le specificità e millenni di storia e di sviluppo.
    Siamo proprio sicuri che sia questo ciò verso cui vogliamo andare ???

  5. federico

    vorrei ricordare al Sig. Stagnaro, che anche le fonti “fossili” (gas, carbone, petrolio) ed il nucleare sono fortemente sussidiati dallo stato.

    vorrei inoltre ricordare che parte dei benefici che il fotovoltaico porta al sistema paese che decide di investirci è lo sviluppo di una propria filiera tecnologica e lo sviluppo di un proprio settore con positive ricadute occupazionali in loco.

    affidarsi solo all’import dai costruttori cinesi, che in questo momento stanno vendendo sottocosto, riduce fortemente i benefici collaterali che il fotovoltaico porta

  6. giuseppe

    @Francesco P
    Non voglio apparire l’esperto che non sono. E’ questo un campo in cui si rischia facilmente d’inciampare,infilando magari dieci fesserie in tre righe.Sono cosciente di correre questo rischio. Il fotodiodo tradizionale è ancora largamente basato sull’uso del silicio (uno degli elementi più abbondanti in natura) “drogato” con piccolissime quantità di Boro e Fosforo. I semiconduttori in genere sono “drogati in genere con Indio e Gallio (Arseniuro di gallio – di qui la pericolosità per l’ambiente) sempre in quantità minime. Le terre rare sono largamente usate in elettrotecnica (magneti al neomidio nei motori brushless) e cominciano a lambire qualcuno dei tanti campi di ricerca nel fotovoltaico. Il fotovoltaico attuale converte energia nello spettro dell’ultravioletto (solo il 10% dell’energia irradiata dal Sole, che poi diventa il 2% rapportata alle ore di insolazione,che alle nostre latitudini sono 1500 per anno) Con l’uso delle terre rare si pensa di poter convertire anche nel campo dell’infrarosso. ma è solo uno dei tanti filoni di ricerca nella quale (checché se ne dica) le Università giocano un ruolo di primo piano. L’Industria lo sa e, nonostante le orgogliose dichiarazioni di autosufficienza, se ne avvantaggia ampiamente. Un altro filone interessante investe le biotecnologie. Si cerca di ricavare energia con un processo biologico, simile alla sintesi clorofilliana, utilizzando mi pare il mirtillo, con rendimenti presunti superiori. E con questo mi riallaccio al tema proposto da Stagnaro. Il protezionismo non serve a nulla, perché presto le nuove tecnologie lo renderanno inattuale. In Italia non siamo messi male. Siamo in grado di portare significative novità. Il problema è che una buona idea diventa irrealizzabile se non ci sono le condizioni a contorno. Un imprenditore deve avere i margini necessari per operare. Anche il brevetto di Rubbia (un solare termico ad alte temperature) potrebbe avere sviluppi. Si tratta in pratica di far circolare dei sali fusi nel fuoco di uno specchio parabolico che permette di raggiungere temperature superiori ai 500° e rendere possibile la produzione di vapore, che viene convertito coi metodi tradizionali. Il rendimento è notevolmente maggiore, avvicinandosi al 30%.

  7. Antonio Belmontesi

    Ma questa del fotovoltaico è una vera, colossale truffa. Il chilovattora fotovoltaico sta prendendo il posto del chilovattora idroelettrico, non si sta sostituendo a quello termoelettrico. In sostanza non fa risparmiare quasi nulla in termini di emissioni di CO2. Si guardino, a riprova di ciò, i rapporti periodici pubblicati da Terna. E del resto era prevedibile che fosse così, dal momento che l’energia solare non può soddisfare i consumi di base, bensì solo una parte di quelli di punta. Prima ancora che per motivi economici, l’impiego del fotovoltaico non si giustifica dunque per ragioni puramente tecniche. Siamo arrivati all’assurdo di rinunciare a quote di energia idroelettrica in favore del fotovoltaico. Questa è follia pura!!!

  8. Francesco P

    @giuseppe

    Egregio Giuseppe,

    vi sono moltissimi campi in cui si dovrebbe concentrare la ricerca al fine di diversificare le risorse energetiche. Purtroppo si stanno usando le risorse per finanziare la produzione di pannelli fotovoltaici che non richiedono sofisticate tecnologie e sull’eolico. Il solare PV e l’eolico sono fonti estremamente discontinue che richiedono il costo aggiuntivo di impianti a gas o idroelettrici in stand by e reti di distribuzione molto complesse per ovviare alla non pianificabilità della risorsa primaria (capricci meteo).

    Il solare a termodinamico, di cui quello di Rubbia è uno dei progetti più interessanti, si basa su un principio totalmente diverso. Il Sole concentrato mediante sistemi di specchi scalda un fluido circolante ad alte od altissime temperature; il fluido a sua volta cede la sua energia termica ad un accumulatore di calore il quale a sua volta permette di mettere in moto gli alternatori. L’accumulatore di calore rende il sistema in grado di continuare a erogare energia anche nelle ore immediatamente dopo il tramonto e può essere mantenuto alla temperatura di regime bruciando gas naturale. Il backup è insito nel disegno stesso della centrale, entra in funzione più raramente e comporta un modesto sovrapprezzo contro quello di una rete di centrali sottoutilizzate. Molte tecnologie sono mutuate da quelle sviluppate per i reattori nucleari. L’aspetto negativo è il costo degli impianti e la necessità di ubicarli in zone aride o desertiche con una durata del giorno relativamente costante nel corso dell’anno al fine di ottimizzare la resa. In rete è disponibile parecchia letteratura per chi s’ingegna ad usar bene i motori di ricerca.

    Un altra fonte energetica più convincente dell’eolico è lo sfruttamento delle onde degli oceani proprio per la costanza e la migliore prevedibilità del moto ondoso rispetto ai “capricci” del vento. Ci sono già diverse applicazioni pilota.

    Volendo proprio spendere i soldi dei cittadini per la diversificazione delle fonti energetiche e per contenere l’impatto ambientale ci sarebbero tantissimi filoni di ricerca da finanziare. Purtroppo, come al solito, quando gli Stati spendono i soldi dei propri cittadini, lo fanno solo per favorire le lobby; quelle dei verdi e dei produttori di eolico e fotovoltaico hanno evidentemente gli agganci giusti.

  9. claudio p

    Nessuno è riuscito a dimostrare in modo inequivocabile che il riscaldamento globale è causato dall’uomo.
    Se non ci sono abbastanza investimenti sulle energie rinnovabili è perché gli idrocarburi fossili costano ancora relativamente poco.
    Le politiche viste finora sono figlie della demagogia, dell’indole dirigista e dell’intreccio di interessi politico-lobbistici.
    Mi sembra comunque una buona cosa quella di avvantaggiare la filiera delle energie rinnovabili, a patto che non si concentri su sussidi e dazi, ma si limiti a sconti fiscali e semplificazioni burocratiche.

  10. giuseppe

    @Antonio Belmontesi
    A proposito di Terna, altro aspetto da tenere nella dovuta attenzione è il fatto ch in futuro l’esistenza di unaa rete di distribuzione così vasta potrebbe non avere più quelle ragioni tecnologiche che l’hanno determinata. Si pensi solo al fatto che esiste ormai una parallela rete del gas,eventualmente integrabile con altre fonti. A patto di poter modulare la produzione (che era impensabile con l’idroelettrico) una media città potrebbe tranquillamente prodursi l’energia di cui ha bisogno. Che ci riporta un pò al quadro ante-nazionalizzazione. Oggi, con le nuove tecnologie, quel sistema non appare più tanto irrazionale. Il gigantismo della Rete forse lo è in alcuni casi. Occorre resistere a tutti i tentativi che rafforzino un monopolio non più giustificabile nemmeno tecnicamente.

  11. erasmo67

    @Francesco P

    Non è proprio così, le terre “rare” sono presenti in tracce in molti terreni in modo abbastanza omogeneo sul pianeta, purtroppo la bassa concentrazione rende necessario sfruttare i giacimenti, anche i più ricchi , in modo intensivo con tecnologie che sono piuttosto devastanti a livello ambientale poichè bisogna trattare centinaia di tonnellate di minerale per estrarre grammi di questi elementi. Un po’ come per l’oro. Andate a vedre cosa fa all’ambiente circostante una minera d’oro e poi ditemi se la vorreste vicino a casa.
    Per cui, come accadute per molte cose si è preferito chiedere ai Cinesi, i quali senza porsi troppe domande e pensando alla crescita del PIL (e basta) nn si sono fatti pregare diventendo leader indiscussi in questo mercato, non perchè favoriti in modo particolare da madre natura ma perchè a tutti conveniva così, e per tutti intendo le aziende multinazionali che di questi prodotti fanno uso, che hanno ben localizzato le loro produzioni in Cina e che a loro volta non si sono posti il problema.

    Or prima o poi qualcuno il problema, i problemi, le domande, dovrà cominciare a porseli.

    Se qualcuno ha pensato che la Cina potesse diventare la fabbrica di tutto per tutto il mondo a prezzi che incorporano una manodopera schiavizzata , con il resto del mondo produttivo che sta a guardare e milioni di disoccupati occidentali che aspettano non si sa bene cosa, ha sbagliato i conti.

    Il dumping slariale, sindacale, ambientale… deve essere correttamente aggistato con una politica di dazi che non è affatto putrida o putrescente.

    Molto peggio è lasciare la nostra manodopera e la nostra capacità di produrre a imputridirsi.

    Certo alle multinazionali è piaciuta l’idea di poter produrre a basso costo in Cina e succhiare i risparmi del ricco occidente che ha acquistato a debito deprimendo le proprie bilance commerciali.

    A da FINIRE !!!

    E questo potrebbe essere benissimo il cuore del manifesto di un movimento politico !

  12. Considerazioni sul dumping cinese sul fotovoltaico e il protezionismo/favoritismo sulle tecnologie europee/italiane:

    Ricordo che anche per gli impianti di produzione centralizzata a fonte fossile sono perlopiù di tecnologia estera Siemens, ABB, Alstom, Mitsubishi, GE… con impianti di produzione all’estero/UE e solo talvolta con quote di produzione in Italia. L’Ansaldo è un EPC contractor come Maire Tecnimont o F&W e non un costruttore di tecnologia.

    Segnalo inoltre che il costo industriale degli impianti di produzione elettrica tradizionali (da 200 kW a 300 MW), ma anche quello di alcune tecnologie a fonte rinnovabile come idroelettrico e energia elettrica da biogas, non è praticamente diminuito in un decennio, in parte perchè se ne costruiscono meno (mi riferisco alle fossili) in parte per colpa dell’inflazione o dell’aumento del costo delle materie prime su scala internazionale. Sono migliorate in maniera graduale le prestazioni in termini di efficienza e emissioni, ma non il costo al kW. La capacità produttiva, sempre su commessa, è in calo.

    Infine, la concorrenza nel settore delle grandi centrali a fonte fossile non esiste molto, dato che pochi operatori globali la fanno da padrone (cartello) e i prezzi degli impianti sono rimasti allineati tra loro. Di recente gli EPC contractor internazionali vedono la marginalità delle commesse di centrali a fonte fossile in drastica diminuzione perchè i prezzi di mercato scendono mentre il costo della tecnologia sale.

    In effetti in molte fonti tradizionali (gas metano, olio combustibile) non ci interessa molto al costo dell’impianto perchè i costi fissi contano molto meno della parte variabile (combustibile). Nelle fonti alternative dove il combustibile è gratis, è chiaro che il costo dell’impianto è chiave. Ciò ha fatto sì che nel settore delle fonti tradizionali vi sia stata meno pressione alla riduzione dei costi di impianto che in quello delle fonti rinnovabili.

    Infine, la piccola produzione distribuita, un esempio è il fotovoltaico, ha il vantaggio della maggior concorrenza sull’offerta, mentre i prezzi unitari sono in netto calo grazie al rapido aumento della capacità produttiva (all’estero non in Europa), senza contare la possibilità di salto in avanti tecnologico che non tarderà a venire, mentre nelle fonti fossili la speranza di discontinuità tecnologica si è arenata.

  13. Emilio46

    @axel72
    A parte che quanto da lei scritto non vale per il Giappone, faccio notare che l’ultimo strillo dei pannelli solari/fotovoltaici prevede l’impiego di cadmio, che, sino a prova contraria, è da ritenersi cancerogeno.

  14. Davide

    Articolo impreciso e pieno di errori (voluti?). La “sana” e “liberale” AMERICA mette i dazi e noi europei saremmo protezionisti? Il vantaggio dei cinesi è dato dal forte SUSSIDIO statale che abbatte il costo di produzione. Distruggono il mercato per restare gli unici utilizzando lo stesso processo che sta avvenendo (quasi completato vedi ultima Elpida) per i semiconduttori. E’ un blog interessantissimo questo, ma questi articoli sono una delusione. Infine il costo dell’energia in Italia è in aumento a causa proprio delle positività del fotovoltaico e della scorrettezza dei grandi produttori, nelle ore di massimo spunto per il fotovoltaico il prezzo crolla perché c’è molta offerta di energia e diviene competitivo mentre nelle ore in cui non partecipa i grandi player dell’energia con le altre fonti mantengono i prezzi sempre più in alto per compensare i mancati ricavi nella parte del giorno in cui il fotovoltaico ha contribuito in positivo. Informatevi bene prima di parlare di argomenti trattandone solo il punto di vista che vi interessa.

  15. massimo

    Secondo il link a wikipedia SolarWorld è la sola azienda europea con una produzione significativa di pannelli solari. Sarà sufficiente per trascinare l’intera EU in una azione antitrust “ad aziendam”?

    Tutto il resto dalla UE ha tutto da guadagnare da un presunto “dumping” dei pannelli solari, a maggior ragione dopo l’iniziativa USA che potrebbe determinare un ulteriore calo dei prezzi nei mercati non-USA per la necessità dei produttori cinesi di smaltire la produzione. E inoltre è sbagliato mettere sullo stesso piano il dumping di un gadget elettronico che sarà obsoleto entro un anno e gettato via entro due con il dumping di quello che essenzialmente un mezzo di produzione di elettricità, garantito 20-25 anni e che sarà sicuramente ancora efficiente dopo 30-35 anni.

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