La legge delle conseguenze non previste – di Gerardo Coco

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Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Gerardo Coco.

Quando la regina Elisabetta I d’Inghilterra chiese al suo consigliere economico, Thomas Gresham di raccontarle come mai erano diminuite le riserve di metalli preziosi nel regno provocando una crisi valutaria, il ministro le spiegò che era stata la conseguenza della politica monetaria attuata dal padre Enrico VIII, il quale, per finanziare il governo senza ricorrere a tassazione diretta, aveva deciso di riconiare lo scellino con un contenuto d’argento minore. Imprenditori e mercanti fusero le vecchie monete, esportarono il metallo dove era maggiormente quotato e utilizzarono all’interno del paese la moneta “depravata”. La scomparsa del metallo era dovuta alla sua differenza di valore, l’aggio, con la nuova moneta legale. Quando due monete di pari valore nominale entrano in circolazione con cambio non fisso e con differente titolo, quella che ha potere d’acquisto minore finisce per eliminare dal mercato l’altra con potere maggiore. La spiegazione prese il nome di legge di Gresham, secondo la quale “la moneta cattiva scaccia quella buona”. L’iniziativa di Enrico VIII provocò una reazione inaspettata e opposta a quella che si era proposto aggravando la crisi finanziaria del paese.

La legge di Gresham è un caso particolare di quella più ampia che il sociologo americano Robert K. Merton chiamò la legge delle conseguenze involontarie o non previste (The Unanticipated Consequences of Purposive Social Action,1936) che si verifica quando si pianificano azioni che portano a risultati imprevisti. Enunciata con riferimento alle scienze sociali è valida anche per le scienze esatte, sia per i fenomeni di piccola che di grande scala e può portare a risultati negativi e positivi. La storia della medicina registra molti casi di risultati non intenzionali ma positivi ad es.: la scoperta degli antibiotici fu del tutto casuale; l’acido acetilsalicilico (l’aspirina) creato per scopi analgesici si è rivelato essere un antiaggregante per prevenire gli infarti. Nel campo della fisica, il neutrone fu scoperto per caso. Il fatto imprevedibile più famoso a livello geopolitico si verificò quando Colombo scoprì l’America senza rendersene conto.

Nel campo economico le conseguenze delle azioni pianificate dai governi sono sempre controproducenti. L’espressione di Adam Smith, “c’è un gran potenziale di rovina in ogni governo” si riferisce appunto alle conseguenze dell’interventismo statale in materia economica.

Trent’anni fa l’economista americano George J. Stigler di Chicago vinceva il Nobel proprio per i suoi studi sugli effetti della regolamentazione pubblica, provando con approfondite ricerche che nessuna delle misure adottate dal governo americano per controllare, dirigere e regolare l’economia aveva funzionato: nel caso migliore i provvedimenti erano stati inefficaci, in quello peggiore avevano sortito effetti opposti a quelli desiderati.

Quando gli Stati Uniti imposero quote all’importazione dell’acciaio per proteggere l’industria domestica dalla concorrenza, resero non competitiva quella dell’auto costretta a pagare l’acciaio a un prezzo superiore a quello della concorrenza estera. Conseguenze analoghe si verificano quando un paese svaluta ufficialmente la propria valuta: favorisce gli esportatori ma sfavorisce gli importatori che, scaricando i costi all’interno, fanno aumentare anche quelli d’esportazione. Il controllo dei prezzi è forse l’intervento che mostra l’effetto della legge nel modo più immediato. Ogni volta che si è fissato per legge il costo degli affitti, le imprese edilizie hanno diminuito l’offerta di case perché, al tasso di interesse corrente, l’affitto non copriva i costi di costruzione e manutenzione e così non solo si è privata gran parte della popolazione di un servizio importante ma si è fatto degradare il patrimonio edilizio. Il controllo dei prezzi provoca scarsità artificiale (shortage) eliminando l’offerta dei beni e servizi e questa è stata la caratteristica del socialismo con la conseguenza di un immiserimento generale.

Effetti meno evidenti ma non meno funesti derivano dalla manipolazione del tasso di interesse e dagli stimoli monetari. Hanno forse mai favorito la ripresa economica? Al contrario hanno prolungato la stagnazione consentendo ai governi l’aumento del loro indebitamento a costi minori. L’economia aveva bisogno di capitale? Governi e banche centrali hanno eliminato i risparmi. Le valute non dovrebbero facilitare gli scambi? E governi e banche centrali le hanno trasformate in strumenti di inflazione e di distorsione economica. La storia economica potrebbe essere scritta in chiave di imprevisti negativi. Viene voglia di dire, parafrasando Clemenceau, che l’economia è un affare troppo importante per lasciarla ai governi.

La legge delle conseguenze è sicuramente il risultato della ignoranza e della incertezza del futuro. I pianificatori statali vorrebbero fornire certezze sottoponendo l’attività economica a controllo presumendo di aver la capacità di interpretare e calcolare gli scopi della collettività. In realtà la loro intenzione è quella di servire altri scopi che essi credono convenienti. Grattando un sedicente pianificatore è molto probabile trovare un autentico dittatore.

La legge della conseguenze non previste si spiega sopratutto con il fatto che sistemi relativamente semplici (ad es. una struttura burocratica), tentano di controllare sistemi complessi, (ad esempio, i mercati), presumendo di avere la totalità della conoscenza per sostituirsi a milioni di decisori che, insieme, sono gli unici a possedere e che pertanto, possono presumere di rischiare le proprie risorse e allocarle razionalmente.

Le società umane e le economie si basano sulla cooperazione volontaria. L’economia è una costellazione di milioni di persone che lavorano, comprano, producono e vendono per soddisfare i propri bisogni e quelli degli altri. L’“autorità” che ordina, in che quantità, qualità e a quale prezzo si deve produrre non è un comitato di burocrati ma il mercato, cioè l’insieme delle stesse persone che consumano e che contemporaneamente producano per gli altri. Il mercato non è un’istituzione coercitiva ma la più libera e democratica che esista, dove la sovranità assoluta appartiene a tutti i produttori nella loro veste di consumatori.

Leggi politiche e leggi economiche

Nella fisica o nella medicina le conseguenze intenzionali portano a esiti imprevisti e positivi perché gli esperimenti in laboratorio sono immediatamente controllabili e soprattutto perché non violano le leggi naturali. Poiché nella vita economica non si possono fare esperimenti in laboratorio, è la società a far da cavia. La ragione ultima per cui cambiamenti pianificati si risolvono nella loro autodistruzione è perché le leggi economiche vengono sistematicamente violate. Purtroppo l’incontro tra i due termini, politica ed economia è stato funesto per l’umanità. Esso ha portato a confondere politica economica e teoria economica. Ma la legislazione economica tende a ostacolare il funzionamento delle leggi economiche. La politica le detesta e le vorrebbe abolire perché ostacolano i suoi obiettivi, dandole regolarmente scacco matto. I governi vorrebbero, tassare, indebitarsi spendere ab libitum e fare disastri indisturbati. Ma i mercati che operano in base alle leggi economiche le danno il voto e la bocciano in continuazione. Allora, la politica lancia anatemi contro il loro assedio al paese facendo credere all’opinione pubblica che le crisi, in fondo, sono colpa di un nemico esterno.

La politica contamina l’economia. Come ci ha insegnato Max Weber, politica significa ripartizione del potere. Quando si dice che un’azione è politica o che è necessario un intervento politico ci si riferisce sempre a degli interessi relativi ad una ripartizione, al mantenimento o allo spostamento del potere, oppure a condizionare delle decisioni. Chi fa politica aspira al potere e si serve di essa per il raggiungimento di fini particolari. Per questo lo Stato è sempre ansioso di intervenire: per conservare ed aumentare il proprio potere e per farlo deve avere il monopolio delle grandezze economiche fondamentali da manipolare. Il sociologo tedesco Franz Oppenheimer ha descritto molto efficacemente i due modi dell’acquisizione della ricchezza, quello politico e quello economico (The State). Il primo è quello dello Stato, l’organizzazione dei mezzi politici, il secondo è la Società, l’organizzazione dei mezzi economici. Lo Stato, grazie al monopolio della forza, ottiene la ricchezza attraverso la spoliazione legalizzata, il parassitismo, la redistribuzione e la regolazione continua. E’ un gioco a somma zero perché non prevede lo scambio economico che richiede reciprocità. Il secondo modo, l’organizzazione dei mezzi economici, ottiene la ricchezza attraverso la produzione, lo scambio, l’innovazione, la creatività ed è un gioco a somma positiva. Il primo riduce la ricchezza esistente, il secondo l’espande. Purtroppo gran parte della popolazione aspira ad entrare nella prima organizzazione per ottenere parte della spoliazione compiuta sulla seconda. Così la ricchezza a disposizione si riduce ancora di più e quando intervengono shock economici, l’organizzazione dei mezzi politici reclama ancora più mezzi distruggendo l’organizzazione dei mezzi economici cioè la società.

Medioevo postmoderno e decentralizzazione

Con l’avvento dell’Unione Europea l’organizzazione dei mezzi politici è stata trasposta sul piano sovranazionale per allinearli al progetto di governo globale dell’economia coltivato da tempo dalle burocrazie internazionali. Questo governo, che sostanzialmente già funziona, è composto oltre che dall’Europa da altre burocrazie come il G20, il FMI, e il WTO e naturalmente le banche centrali. Tali istituzioni, dopo aver rimosso il potere in capo agli stati nazione ormai sfibrati, vorrebbero essere gli amministratori di un nuovo ordine mondiale accentrando i poteri per pianificare l’economia globale. L’unione europea ha fatto già da modello per una democrazia totalitaria in grado di dettare misure monetarie, fiscali, e commerciali basate esclusivamente sulle esigenze del potere sovranazionale. Tale potere non ha alcuna legittimazione se non la forza del ricatto che gli viene dal monopolio del denaro necessario a gestire la crisi che i governi locali sono impossibilitati a fronteggiare perché in bancarotta. Chi è sottoposto a questo potere illegittimo dovrà subire sempre più controlli e regolazioni repressive di ogni tipo, così gli individui diventeranno servi e prigionieri del nuovo regime. La collettività sarà esaltata, l’individuo annientato, ridotto a un’unità del gregge.

Ancora una volte emerge il tentativo di un sistema semplice di controllare un sistema complesso. Una burocrazia non eletta vorrebbe controllare l’economia globale, 196 paesi e 7 miliardi di persone. Naturalmente si tratta di un progetto di menti malate, ma plausibile.

Ma ancora una volta scatterà le legge delle conseguenze non previste. Invece del temuto governo mondiale, molto probabilmente il pianeta si riorganizzerà su nuove basi in modo inaspettato. La centralizzazione del potere cederà il posto alla decentralizzazione. Perché solo così possono governarsi i sistemi complessi. Nella storia le unioni di stati hanno sostituto gli stati nazioni, gli stati nazione i regni e questi ultimi, le organizzazioni tribali.

Forse le generazioni future, cittadini di nuove piccole, efficienti unità politiche decentrate, racconteranno di un’Europa e di un’America scomparsi come dinosauri, periti per essere stati incapaci di adattarsi all’ambiente.

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