Aranciate sempre più aspre e amare

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L’ultima proposta legislativa è una norma tanto aspra quanto indigesta che mira a regolamentare, innalzandola dal 12% al 20%, la quantità di arance nell’aranciata. Ovviamente vale anche per il contenuto degli altri succhi di frutta. Idem per i limiti alla quantità di zuccheri aggiunti. Questa proposta, per salvaguardare la qualità del prodotto e la salute del consumatore. Nei fatti, soprattutto per sostenere la produzione di frutta dato che, oltre il 12%, ogni altro punto percentuale aggiuntivo di succo richiede l’utilizzo di 25 milioni di arance in più che, complessivamente, corrispondono a circa 560 ettari di agrumento. Sostegno alla produzione italiana, quindi, senza pensare però alle ricadute in caso di annate sfavorevoli, o di un calo dei prezzi delle importazioni che avrebbe consentito un risparmio per i produttori (che tende a riflettersi in un calo dei prezzi).

Da qui in poi dovremo aspettarci che regolamenteranno anche la quantità di pomodoro nella passata e di cereali nei minestroni. Di conseguenza, di lì a breve ricontrolleranno anche tutti i libri di ricette della nonna per verificare che il contenuto degli ingredienti sia congruo al sostegno della produzione italiana e al contenuto di zuccheri e grassi che si aspettavano?

In che modo, poi, si tutelerebbero i consumatori e la loro salute? Sui prodotti sono già segnalati nell’etichetta gli ingredienti e le relative percentuali di contenuto. Ad esempio, le bibite che non contengono succo devono avere la dicitura “bibita al gusto di arancia” oppure “bibita al sapore di arancia”, a cui segue l’elenco degli ingredienti senza che sia possibile mettere foto di frutta. Se un cliente salutista non li gradisce, è libero, com’è giusto che sia, di prepararsi lui stesso il succo con la percentuale di zucchero e frutta che gradisce, oppure di optare per un’altra marca che si adegua meglio alle sue esigenze e preferenze. In ogni caso, c’è chi la spremuta se la fa preparare dal barista: arriveremo a controllare anche il lavoro dietro il banco?

Oggi, quindi, i consumatori sono nei fatti già tutelati grazie alla presenza dell’etichetta, ma domani potrebbero non esserlo più nella scelta del produttore del succo preferito: si tende infatti ad appiattire l’offerta. Non solo i venditori dovranno sostenere spese per adattarsi alla nuova norma, ma saranno anche vincolati nella possibilità di diversificare il prodotto. Ad esempio, alcuni produttori hanno già spontaneamente aumentato il contenuto di frutta e ridotto quello degli zuccheri, mentre in Europa circolano prodotti con anche meno del 9% di frutta: d’ora in poi, invece, nel nostro paese le ricette saranno limitate dalle nuove norme e, quindi, i consumatori avranno meno possibilità di scegliere la bibita che si adatta meglio ai loro gusti. Arriveremo al punto che coloro che gradiscono un prodotto più dolce dovranno rinunciare, a meno di non prepararselo a casa?

Insomma, questa norma ha tanto il sapore della junk food tax, ossia il sapore dello Stato sovrano legittimato a decidere cosa e quanto dobbiamo bere e mangiare, oltre che quali produzioni nazionali sostenere. Il prossimo passo sarà trovarceli a casa quando ci prepariamo pranzo a controllare quantità di zuccheri, grassi e calorie. E allora una diger selz potrebbe non bastare.

 

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