Snam-Eni: le quattro mezze verità della Cdp

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Che Snam verrebbe “rinazionalizzata” è una critica infondata, dice l’uomo candidato a essere l’esecutore materiale della rinazionalizzazione.

Sul Corriere della sera di oggi, Massimo Mucchetti intervista il capo della Cassa depositi e prestiti, Giovanni Gorno Tempini, il quale interviene a 360 gradi sulle modalità di separazione di Snam dall’Eni. Gorno Tempini nega che siamo in presenza di una rinazionalizzazione (rispondendo all’accusa lanciata da Rachel Sanderson sul Financial Times, accusa che Chicago-blog condivide appieno).

Gorno Tempini adotta fin da subito una logica “politica”. Alla domanda secca di Mucchetti – non sarebbe meglio vendere all’asta? – risponde:

Nel caso di un monopolio naturale, strategico per la politica energetica del paese, il legislatore intende conservare il controllo di Snam in mani pubbliche… Lo trovo ragionevole sia perché il controllo pubblico assicura la neutralità del gestore dell’infrastruttura rispetto agli operatori, sia perché il controllo pubblico può aiutare meglio di altri assetti, più inclini a spremere valore nel breve periodo, una gestione finanziaria della rete subordinata allo sviluppo industriale.

In più, secondo Gorno Tempini, il passaggio non implica una rinazionalizzazione, ma il contrario, in quanto

Oggi Snam è posseduta al 52 per cento dall’Eni, che a sua volta è controllata per il 26 per cento da noi e per il 4 per cento dal ministero dell’Economia. A operazione conclusa, le azioni Snam sul mercato saranno assai più numerose di oggi…

Infine, Gorno Tempini interviene sul tema del potenziale conflitto di interessi (di cui mi sono occupato varie volte, per esempio qui):

l’operazione sana una situazione che per l’Antitrust era incompatibile: il controllo di Snam in capo all’Eni. Sono fiducioso che Cdp possa avere il via libera dell’Authority anche sulla base di un precedente: Cdp è già stata autorizzata dall’Antitrust a prendere il Tag. Inoltre Cdp non ha rappresentanti nel consiglio dell’Eni.

Gorno Tempini dice anche altre cose – alcune delle quali un po’ buffe: in quale modo il boom dello shale gas, principalmente in Nordamerica, cambierebbe il business di Snam? – ma nelle citazioni qui riportate c’è il cuore del suo ragionamento. Che conferma i nostri sospetti: Cdp è, viene trattata e si concepisce ormai apertamente come strumento di politica industriale al servizio del governo. Tant’è che, nel giustificare la volontà di impossessarsi di Snam, l’amministratore delegato non cita l’interesse di Cdp, ma un non meglio definito interesse pubblico a mantenere, appunto, in mani pubbliche gli asset “strategici”.

Per sostenere tale tesi, Gorno Tempini enuncia quattro mezze verità Eccole.

1. Non è vero che il passaggio a Cdp non sia una forma di rinazionalizzazione. Non lo è aritmeticamente: oggi il 52 per cento di Cdp è controllata da un soggetto pubblico al 30 per cento, cioè l’ “influenza” del governo sull’operatore di rete (nella misura in cui deve passare attraverso il controllo azionario) vale il 15,6 per cento, mentre domani, con la Cdp in plancia, varrà il 30 per cento (essendo la Cdp del Tesoro al 70 per cento e per il resto in pancia a fondazioni bancarie, i cui vertici sono nominati dalla politica). E, come dimostrano le stesse parole di Gorno Tempini che declina l’intervento di Cdp tutto in chiave pubblicistica, non è vero soprattutto in termini sostanziali che non siamo in presenza di una forma di rinazionalizzazione.

2. Non è vero che il passaggio a Cdp sani il conflitto di interessi che determina l’esigenza di unbundling: Gorno Tempini ricorda il caso del gasdotto internazionale Tag (peraltro a sua volta discutibile), ma convenientemente dimentica che l’Antitrust ha imposto a Cdp di liberarsi di Enel, essendo azionista anche di Terna. Decisione confermata anche dalla giustizia amministrativa. Una situazione del tutto identica a quella che si verrà a creare con Eni/Snam. (Per inciso, anche in quel caso si fece il gioco delle tre carte, ma oggi perfino quel tipo di gioco non è più possibile perché le tessere da scambiare sono finite).

3. Non è vero (o, meglio, non esiste alcuna evidenza) che l’azionariato pubblico garantisca maggiore neutralità, né che sia meno esoso in termini di dividendi (al massimo esiste evidenza del contrario). Per esempio, Eni garantisce un dividend yield nel 2011 del 6,6 per cento, e negli ultimi 10 anni non è mai scesa sotto il 4,7 per cento (nel 2005), avendo un rendimento dell’azione medio del 5,6 per cento, contro una media del settore oil & gas del 4,7 per cento.

4. L’assenza di conflitto di interessi non è sostenibile neppure da un punto di vista formale. Cdp non ha propri rappresentanti nel consiglio dell’Eni, ma Cdp agisce per conto del ministero dell’Economia, il quale esprime sei dei nove componenti del cda Eni, inclusi presidente e amministratore delegato.

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