15
Mag
2012

Quattro scenari ital-europei, e un libretto da regalare a Monti!

Quattro scenari per Italia ed euro. Viva Herbert  Spencer, e il suo aureo libretto da regalare a Monti!

Purtroppo, il caos monta ancora. La politica europea mette in scena in queste settimane una bizzarra coincidenza. I guasti dell’euromeccanismo non sono affatto rappresentati dal rigore “imposto” dai tedeschi, come oggi si grida. Bensì dal fatto che al necessario rientro delle finanze pubbliche più squilibrate non sia stato affiancato un tangibile strumento di cooperazione tra euroforti ed eurodeboli, appianando nel tempo gli squilibri nelle bilance dei pagamenti e unendo i mercati dei beni, dei servizi e del lavoro, cosa che inevitabilmente alzerebbe la quota di reddito e prodotto procapite a favore degli eurodeboli a minor costo (è un meccanismo che varrebbe per gli “altri” eurodeboli, non per l’Italia ma questo è un altro paio di maniche, la colpa del massimo salario lordo in presenza del minimo netto è del nostro Stato, non dell’euro).

In tale situazione, la coincidenza bizzarra alla quale assistiamo è quella tra illuminati – o sedicenti tali – e pazzi furiosi.

Gli illuminati o sedicenti tali – da monsieur Hollande a Frau Kraft in Renania del Nord-Westfalia, dal leader greco di Syriza Alexis Tsipras a tutti i capipartito italiani, da noi non c’è differenza in questo tra vecchia destra e vecchia sinistra – brindano al santo ripudio del rigore, espresso dalle urne e dalle vittime sociali della crisi. Ma propongono spesa pubblica, non dicono ai loro elettori che   per difendere l’euro occorre unire i mercati e che tutti accettino più concorrenza a casa propria del famigerato – ricordate l’abortita direttiva Bolkenstein? – “idraulico placco”.

Con questo atteggiamento, checché dicano i media al servizio delle èlite stataliste, la loro ricetta è identica a quella che gonfia le vele di  leader e partiti populisti antieuropeisti e nazionalisti, si tratti di Marine Le Pen e di Melenchon in Francia, del Partito della Libertà in Austria come in Olanda, o di Alba Dorata in Grecia, o di Jobbik in Ungheria.

Dal punto di vista iper-minoritario della mia scuola austriaca, si avvera un triste presagio inascoltato di grandi europei del secolo scorso, come Röpke e Hayek. Nessuno di loro negava la base e il valore di schemi assicurativi sociali pubblici che hanno costituito i pilastri del welfare moderno. Semplicemente ed energicamente, mettevano però in guardia dall’eccesso incrementale insito in ogni macchina pubblica autoreferenziale, esclusa da indici verificabili di produttività e sostenibilità nel medio-lungo periodo. I rischi di un’estensione incontrollata del bilancio pubblico sarebbero stati di un duplice ordine: per il peso delle tasse, e per la stessa libertà.

E’ puntualmente avvenuto. Ma dopo decenni di continua crescita della spesa corrente a cui la politica ha adeguato le tasse solo con strappi diluiti nel tempo, quando il deficit andava fuori controllo e il debito pubblico esplodeva, oggi in Italia innanzitutto e insieme in mezza Europa risulta difficile alla politica ammettere che la colpa è tutta sua. Si preferisce prendersela ad arte con un nemico esterno.   L’intransigenza tedesca si presta purtroppo bene alla bisogna.

Rileggiamo quanto scriveva Herbert Spencer, dalle cui Social Statistics – probanti l’avanzamento del reddito anche per i ceti più bassi nel regime di libero mercato e concorrenza – Alfred Marshall derivò la base materiale dei suoi Principi di economia, che a tutt’oggi bastano e avanzano per respingere ogni pretesa di fallimento intrinseco del capitalismo: “Misure di tipo dittatoriale, in rapida moltiplicazione, hanno provocato una contrazione delle libertà individuali; e questo in due modi. Nuove norme, varate in numero crescente ogni anno, hanno vincolato i cittadini in direzioni lungo le quali, un tempo, le loro azioni non erano state limitate, e li hanno forzati a compiere azioni che un tempo potevano fare o non fare, come a loro aggradava; e contemporaneamente oneri pubblici sempre più rilevanti, soprattutto a livello locale, hanno ulteriormente ristretto le loro libertà diminuendo la parte dei loro guadagnai che possono spendere a loro piacimento e aumentando quella che viene loro sottratta per essere spesa come piace alle agenzie pubbliche”. Il libro da cui è tratto si intitolava programmaticamente The man versus The State, cioè L’uomo contro lo Stato, ed era il 1884.

Alla domanda “come vedi l’exit strategy per l’euroarea in questo nuovo casino?”, Bracy Bersnak, liberale a tutta prova che insegna al Christendom College a Port Royal, nella valle dello Shenandoah in Virginia, ha risposto in un modo secco e chiaro, che condivido integralmente.

Ci sono quattro alternative, che possono anche naturalmente mischiarsi e sovrapporsi tra loro. La prima via è quella dell’austerità volontaria. Ci sia l’euro o meno, le finanze pubbliche nazionali vanno rimesse in linea secondo il principio della più bassa spesa socialmente efficiente compatibile con un fisco più leggero, favorevole alla crescita. La via seguita dalla Polonia fuori dall’euro, dai Paesi baltici Estonia Lituania Lettonia. Occorre una forte e motivata leadership politica, per reggere alla protesta che si scatena prima che i benefici della maggior crescita si manifestino.

La seconda è quella dell’austerità imposta. Fino a questo momento,  quella imposta da Bruxelles e Berlino non si mostra capace di consensi. Ma poiché se la Grecia esce dall’euro l’uscita di altri eurodeboli non è questione di giorni ma di mesi, allora bisogna stipulare un nuovo euroaccordo capace di unire il vincolo esterno a un meccanismo cooperativo tra eurodeboli ed euroforti. Tradotto: se esce l’Italia la Germania ci perde troppo, e bisogna negoziare su questa base.

La terza è la via del ripudio dei debiti. Chi volesse seguirla, deve sapere che la botta per redditi e patrimoni è bestiale. Può essere obiettivo di forze antisistema che mirino ad addossarne la colpa a chi ha governato prima, per tagliargli sotto i piedi ogni possibilità di consensi futuri. Ma esporrebbe comunque ciò che resterebbe dell’euroarea a fughe di capitali e attacchi speculativi che non risparmierebbero la Francia, per dirne una.

La quarta via è quella dell’impotenza. Nuovi ribaltamenti di governi oltre a quelli già avvenuto in due terzi d’Europa, nuovi rinviii di decisioni invece indilazionabili.

La via preferita da chi qui scrive per l’Italia è la prima. Ci sia l’euro, oppure no. La nostra spesa pubblica e il nostro fisco rendono la loro difesa improponibile, da un punto di vista logico. Ma sinora, nella stanza dei bottoni italiana o meglio in quel che ne resta,destra sinistra e tecnici l’hanno sempre pensata diversamente.

 

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41 Responses

  1. andrea

    Condivido la prima anche io, ma vonMises ci ricorda che non è tanto questione di forte leadership motivata, ma il potere reale, quello che lui chiamava “il potere ideologico” poggia sempre sul sostegno dell’opinione pubblica. Se l’opinione pubblica intendesse rovesciare un qualsiasi regime, i suoi giorni sarebbero contati.
    L’opinione pubblica non solo determina chi è in carica, ma anche il carattere generale dell’ordinamento giuridico, o come diceva lui, ”se ci sia libertà o schiavitù”.
    In definitiva l’unico tipo di tirannia che può durare è un’opinione pubblica tirannica e “La lotta per la libertà non è in ultima analisi, la resistenza agli autocrati o agli oligarchi, ma la resistenza al dispotismo dell’opinione pubblica.”
    E in Italia il mainstream mediatico è statalista.

  2. andrea

    Cmq, a me non pare che la teoria del ciclo economico di vonMises sia particolarmente difficile da spiegare. Rothbard spiegò con essa la crisi del 1929. E questa crisi ha la stessa genesi: eccesso di liquidità e distorsione del mercato da parte delle agenzie a controllo politico discrezionale.
    Proviamo spiegarla ai più nel modo più semplice possibile?
    Riscriviamo anche The way to serfdom?

  3. giuseppe

    Devo essere sincero?
    Più che regalargli un libretto,mi auguro che torni presto al suo lavoro nella Bocconi.

  4. alexzanda

    purtroppo l’europa sembra imboccare la 4 via, che dilazionando l’indilazionabile secondo me porta alla 3, il ripudio del debito non voluto ma necessitato….

    Hayek aveva perfettamente ragione nel temere che l’ideologia statalista (socialista) avrebbe usato il welfare per incunearsi nelle menti, il suo insegnamento più importante mi sembra proprio quello che dobbiamo vigilare ed insegnare a combattere questa mentalità perchè una volta che abbia attecchito diventa difficilissimo tornare indietro, la libertà va difesa dal dispotismo di chiunque, comprese le assemblee democraticamente elette, questa necessità di “insegnare” e difendere la libertà va gridata, riaffermata in ogni ora e luogo perchè ci vorranno anni affinchè liberi un po delle nebbie che ottenebrano le menti dei più oggi in italia ad esempio.

    @andrea
    condivido in pieno l’acuta analisi.
    conseguenze?
    mettere i soldi all’estero, prepararsi a lavorare all’estero o con l’estero, rinunciare al nostro bellissimo paese fino a che una rivoluzione o una evoluzione culturale non ne modifichi radicalmente la mentalità, politicamente lottare perchè cio avvenga il prima possibile

  5. Antonio

    “I guasti dell’euromeccanismo non sono affatto rappresentati dal rigore “imposto” dai tedeschi, come oggi si grida. Bensì dal fatto che al necessario rientro delle finanze pubbliche più squilibrate non sia stato affiancato un tangibile strumento di cooperazione tra euroforti ed eurodeboli, appianando nel tempo gli squilibri nelle bilance dei pagamenti e unendo i mercati dei beni, dei servizi e del lavoro, cosa che inevitabilmente alzerebbe la quota di reddito e prodotto procapite a favore degli eurodeboli a minor costo (è un meccanismo che varrebbe per gli “altri” eurodeboli, non per l’Italia ma questo è un altro paio di maniche, la colpa del massimo salario lordo in presenza del minimo netto è del nostro Stato, non dell’euro).”

    Scusi , OG, ma di cosa parla ??

    un tangibile strumento di cooperazione …. appianando nel tempo gli squilibri delle bilance dei pagamenti (e come ?) …. unendo i mercati …cosa che alzerebbe la quota di reddito e prodotto procapite (??) a favore degli eurodeboli a “minor costo” (?)

    Di cosa parla ? io francamente non la capisco.

  6. guido c.

    Molto più semplicemente per l’italia vedo solo due alternative:
    o fallire domani, o fallire tra 18 mesi.
    Nel secondo caso, il rinvio sarà sufficiente a far morire nel frattempo l’ “Italia legale” di asfissia a forza di botte di austerity.

    Forse meglio seguire l’esempio dell’Islanda?

    A proposito, qualcuno ha mai avuto occasione di leggersi il libello l’ “Arte di fare i debiti” di Ymbert?

  7. john galt

    Non un post epocale. Il problema sollevato è sempre il medesimo che, però, continua a rimanere tale. Da noi, intanto, Pisanu sta trigando per tagliare fuori gli ex-aennini dai futuri equilibri politici, per tirare dentro Casini e gli ex-Margheritini. Ballare così sull’orlo del baratro è stupefacente. Costoro non hanno idea di cosa stia succedendo e di quali siano i rischi. Sbattiamoli fuori a pedate!

  8. In effetti post non epocale, un po’ alla Palmiro Cangini, assessore romagnolo alle Varie ed Eventuali,(da Zelig), «Con questo cosa voglio dire? Non lo so. Però c’ho ragione e i fatti mi cosano.»… Che la Germania non sia colpevole “d’interessi privati in atti Europei”..mmmmmhh..banche vittime dello statalismo..mmmmmmhhh..e l’Islanda? Palmiro chioserebbe:”Fatti, non pugnette!”

  9. Odin

    Buongiorno !

    Penso che il buon Spencer avrebbe anche dovuto, in aggiunta, segnalare ai lettori che l’Europa così fatta non è ne carne ne pesce.
    E’ un ibrido che non funziona.

    Hanno impostato una fusione di Stati, mantenendo tutti i Consigli di Amministrazione.
    Quindi : o si azzerano i CdA in eccesso o si rinuncia al progetto imprenditoriale.

  10. Maurilio

    Caro Oscar,
    dovrai ammettere che con tutti i suoi evidenti e grandi limiti il governo Berlusconi non è neanche lontanamente paragonabile , da un punto di vista liberale, al governo tutto tasse e spese di Monti nè tantomeno ad un possibile governo socialcomunista,+ tasse + spese + partimoniale etc

  11. Lucio

    Condivido il suo pensiero. mi chiedo ci sarà un’italiano capace di farci uscire da questa situazione? Lei sig. Oscar non è in grado di darmi delle indicazioni?

  12. Vincenzo N.

    In merito alle quattro vie dell’articolo:
    la prima via è la più bella, ma richiede di avere alle spalle un popolo, come dire, poco mediterraneo, infatti funziona in quei paesi lassù. Potrebbe eventualmente essere perseguibile dopo una secessione.
    Perché escludere una quinta possibilità: invitare la Germania a uscire dall’Euro (la seguiranno in pochi), prendere atto della finzione in cui stiamo vivendo, indossare l’elmetto per ripararsi dai sindacati e lasciar andare le cose secondo il loro corso naturale, cioè….svalutare.

  13. valerio

    per me il massimo sarebbe la prima unita al fatto di uscire dall’Euro con un euro 2 per i paesi deboli, al cambio di 3 euro uno per 4 euro due.
    e’ una proposta irrealizzabile? o stupida?

  14. BitaGmr

    Prima che il ns governo faccia qlc per la crescita, cioé tagliare spese e tasse, assisteremo all impoverimento completo dell italia…..

  15. Stefano

    Tagliamo le spese (tanto, a partire da sprechi e costi legati a politica e casta, burocrazia, ….) riduciamo le tasse (tanto, ma combattiamo decisamente l’evasione senza commettere lo sbaglio di colpire nel mucchio perchè così – forse – si colpiscono anche gli evasori) ma ricordiamoci che se non arriviamo a capire che produrre beni e servizi di qualità genera valore, e che a questo valore DEVE corrispondere una maggiore disponibilità, una maggiore ricchezza e che questa ricchezza può essere monetizzata, non ci salveremo dai ragionieri dell’Europa che si concentrano sul solo conto economico senza contare lo stato patrimoniale.

  16. Riccardo

    Va bene per l’Italia, ma Francia e Spagna non sono cosi messe male con il debito, come mai la crisi colpisce anche loro? Usa e Giappone hanno debiti piu’ alti dell’Europa, perche’ solo essa soffre? Non mi sembra che il rigore sia l’unica medicina. Polonia Estonia Lettonia non mi sembrano esempi rilevanti, pochi anni fa la Spagna era un modello ed oggi non lo e’ piu’

  17. Giovanni Russo

    C’e’ una quinta strada sovrapponibile a prima/seconda. La Germania esce dall’euro, gradualmente.

  18. elegantissimo

    Dott. Giannino, piuttosto che dilungarsi, giustamente, in teorie economiche proposte o propugnate dagli studiosi di ogni epoca, perchè non rendere le cose semplici e alla portata di tutti? Il comune cittadino o lavoratore, pensionato o imprenditore vuole sapere o conoscere come uscire dall’impasse che fin dall’entrata in funzione dell’euro e dalla globalizzazione non riesce più a vedere la luce fuori dalla crisi. Eppure Edoardo De Filippo in una sua commedia citava che “..non ci sarà notte più lunga che vedrà la luce del giorno..” ed era una commedia!!. Questi nostri (euro)politici, la crisi ce la stanno facendo vivere come una storia infinita!! La democrazia è stata commissariata, la politica non si sà dove abita, la morale è sparita, i riferimenti anche, la chiesa fà appelli e nessuno l’ascolta, sembra di vivere in un clima surreale di un’altra dimensione. Dott. Giannino faccio ancora una volta un appello,” agli uomini di buona volontà “, lo cita anche il Vangelo. Riportare l’essere umano con i suoi valori al centro delle attenzioni. Fuori gli abusivi dai centri di potere a della politica!!!. Spadolini invitava tutti alla differenza tra:” il governo del potere ,e il potere del governo”.

  19. Vittorio

    Caro Oscar, io mi allineo alla terza via, perchè tagliare l’erba sotto i piedi della nuova aristocrazia è l’unica via rimasta; le altre sono propedeutiche alla triste quarta soluzione, che ci vedrà morire lentamente…ed è sicuramente quella più papabile nel futuro

  20. Dott. Giannino e Cari Lettori,
    discostandomi un po’ dagli argomenti cui sopra, c’è un quesito che da tempo mi innervosisce a dismisura (!!): Per quale motivo Obama rinnova occasionalmente la sua preoccupazione per la grave crisi in Europa, se la causa di questo putiferio è stata proprio l’America con tutta la sua irresponsabilità e strafottenza?! Almeno avesse il buonsenso di tacere, quel fantoccio.
    Cordialmente,
    Barbara.

  21. Domenico

    Egr. Dott. Giannino perchè invece di fare filosofia, non spiegate a tutti con parole semplici che il problema NON è il debito pubblico in se stesso, NON è il 120% del PIL a fare paura (sebbene deprecabile). Questo sarebbe più che sostenibile da paesi come l’Italia, ma non lo è se lo sommiamo alla monatagna di titoli tossici accumulati dalle Banche tradizionali che per anni hanno abbandonato la loro mission per fare le banche di Affari e che questo è il Debito che prima o poi dovremo pagare!!!!
    Perchè se non lo diciamo è inutile provare a spiegare che lo stato costa perchè paga troppi stipendi e che non pagare di fronte ad una tassazione troppo alta è un diritto naturale. Perchè del “diritto naturale” ne possono fruire in pochi privilegiati e chi da sempre paga, dovrà pagare sempre di più.
    Vanno aperte le cassaforti delle banche e va fatta chiarezza una volta per tutte sulla cartastraccia che contengono e poi definire in tutta trasparenza chi e quanto deve pagare il conto!
    Qualche anno fa un industriale che rischiava di perdere il proprio impero economico basato su concessioni pubbliche decise di scendere in campo e prese in mano le redini del paese. Questa è Storia ed è questa che non si deve ripetere!!!!
    Cordialmente

  22. daniele

    sig. giannino ,quando ho la possibilità di vederla in tv , la seguo con molto piacere , perchè le previsioni che ho ascoltato si sono quasi sempre avverate- una domanda:cosa accadrebbe se si stampasse moneta per azzerare tutte le accise sui prodotti , o per pagare tutte le imprese che hanno lavorato per lo stato ?-oppure se la bce invece di dare i soldi alle banche all 1% li desse direttamente allo stato all’1%? (+tasse-consumismo-lavoro+stress=disordini sociali) (-tasse+ consumismo+lavoro-stress= una vita moralmente più serena)

  23. adriano q

    L’unica via è sedersi ad un tavolo,fissare i tassi di cambio delle nuove monete nazionali e ripristinarle.La prima alternativa è la migliore e contiene provvedimenti comunque da attuare ma che non servono per la crisi della moneta unica.Con Hollande in via teorica c’è un’altra possibilità.Se insiste in opzioni inaccettabili per Berlino,la Germania potrebbe uscire dall’euro.Usare la crescita come falso obiettivo.La probabilità che questa ipotesi si verifichi è praticamente nulla.

  24. Massimo

    Maurilio :Caro Oscar,dovrai ammettere che con tutti i suoi evidenti e grandi limiti il governo Berlusconi non è neanche lontanamente paragonabile , da un punto di vista liberale, al governo tutto tasse e spese di Monti nè tantomeno ad un possibile governo socialcomunista,+ tasse + spese + partimoniale etc

    La disfatta berlusconiana evidenzia che il problema italiano non è risolvibile in base ad un programma di politica economica liberale o liberista, perchè troppi sono gli interessi in conflitto con tali programmi ormai radicati nei gangli vitali del paese.
    Si va dall’imprenditoria degli ex salotti buoni, abituati ai sussidi di stato ed ai sostegni interessati di banche amiche, all’imprenditoria di stato monopolista e privatizzata solo di nome, all’imprenditoria degli appalti pubblici “aggiustati”, alle burocrazie senza controllo della pubblica amministrazione, alle corporazioni della giustizia, sanità, università. Per non parlare dei troppi dipendenti pubblici e dei loro dirigenti, protetti ingiustamente da leggi che non ne consentono un efficace utilizzo

  25. Scommetto che Giannino, con ciò, auspichi implicitamente l’avvento di qualche Pinochet in grado di fare ciò (solo una dittatura di un “uomo forte” può tagliare i due sbocchi prevalenti della spesa pubblica: di caste e corporazioni da una parte e di sopravvivenza dei meno capaci di guadagnare in un modo o nell’altro dall’altra), salvo prenderne le distanze quando, dopo aver dimostrato di non fare questo, almeno non la prima parte, come qualunque dittatore storico.
    Non che il discorso sia sbagliato in senso assoluto, anzi! Solo che è questione di cosa tagliare e di come farlo, di cosa sia socialmente efficiente e di come poterlo realizzare in un mondo globalizzato dove, non essendo particolarmente problematico il collasso dei mercati interni per i grandi capitalisti (oggi chiamati finanzieri, ma se qualcuno ci trova una differenza, la illustri) se da qualche parte vige la schiavitù e la negazione di ogni diritto, c’è solo una spesa sociale efficacemente competitiva. Magari sono illazioni, ma mi ricordano proprio i resoconti sia letti in letteratura sull’intervento della scuola di Chicago nella spoliazione dell’America Latina della seconda metà del secolo scorso, sia le narrazioni di prima mano dai miei amici che hanno toccato con mano gli effetti dell’efficienza dettata direttamente da una certa scuola (per fare un esempio raccolto fra le lacrime da un ormai più che cinquantenne argentino, lui a diciott’anni ha avuto madre e sorella trucidate ed è stato scaricato in discarica dato per morto, sopravvivendo a stento, per vedere il suicidio del padre cittadino efficiente prima di emigrare qui nella terra dei nonni). Del resto possiamo auspicare che qui, data la corretta disperazione nei confronti delle speranze coltivate da quelli che si opponevano da quelle parti, con tutti i costi del caso, qui si propaghi la moda molto efficiente del suicidio. Peccato il vaticano abbia tutti questi interessi qui e sulla miseria superstiziosa, altrimenti si potrebbe lanciare una campagna di incentivi in tal senso, ovviamente per gli eredi (non scherzo: sarebbe una prospettiva efficiente e tutto sommato umanitaria rispetto alle alternative).

    Quel che non mi pare sia ancora chiaro a chi sposa tesi che si rifanno a un evoluzionismo ingenuo e svincolato dalla realtà scientifica dell’evoluzione (che dipende dalla ricchezza dell’ecosistema più di quanto non dall’arricchirsi a suo discapito) è che a questo giro non ci andrà di mezzo solo la classe media, gli autonomi, i formatori dipendenti o indipendenti senza baronie, i dipendenti più o meno ben protetti e foraggiati e i battitori liberi del mercato di ogni settore. E mica solo in Italia. Ma vedremo. Spero di sbagliarmi come sul rapporto fra gettito e PIL e anche di più.

  26. Roberto Manenti

    Caro Oscar,
    non ho le tue competenze in materia.
    Ma la visione che hai dell’economia attuale (e futura) tiene conto di questi fattori?
    1) Nel nostro pianeta ci sono quasi un miliardo di veicoli a motore (quanti erano negli
    anni 30?);
    2) Gli “stati/deposito” di materie prime sono per un parte importantissima in mano alla Cina (importanti accordi con paesi africani e sudamericani per non scordarci l’Iran);
    3) La Cina sta portando avanti un “capitalismo di stato” (e non un capitalismo di
    “libero mercato all’americana”);
    4) La Cina ha in mano una fetta importantissima del debito statunitense (e negli anni
    30?);
    5) Il muro di Berlino è caduto da un bel pezzo (gli Stati Uniti sono meno presenti in Europa – Libia docet – ).

    Gli Stati Uniti nel secolo scorso si sostituirono abilmente alla vecchia Europa coloniale
    come guida verso un nuovo tipo di capitalismo che di certo si discostava da quello
    individuato da Marx. Si trattava di un capitalismo civilizzatore, portatore di nuovi modi di essere stato, di essere impresa e di essere individuo. Le condizioni erano diverse e te le ho elencate.

    Ma adesso? Come puoi interpretare l’economia con un mondo così capovolto?

    Da quanto leggo sembra che molti siano rimasti ancorati al secolo scorso.

  27. freedom

    Recuperiamo l’analisi non gramsciana ma salveminiana del blocco sociale dominante. Questo blocco sociale si presenta identico a se stesso per ottant’anni: ha dominati il fascismo dal ’25 al ’43, e l’antifascismo dal ’47 ad oggi. Esso comprende il mondo industriale e finanziario guidato dalla Fiat e dai suoi uomini, le aristocrazie operaie “sindacalizzate”, il potere burocratico, la borghesia parassitaria del Mezzogiorno. Poco è cambiato da allora. Se tentassimo un aggiornamento dell’analisi salveminiana, dovremmo oggi constatare che non ci sono più i latifondisti, ma resta attuale il riferimento al potere industriale, alla politica romana che per le sue pratiche concertative utilizza la burocrazia e l’amministrazione pubblica, ai sindacati, a quel tanto di Chiesa che resta (anche se il Vescovo è di destra, sta con l’Ulivo perché di lì arrivano tutti i soldi pubblici).
    In fondo, Luigi De Marchi non sbaglia quando parla di “ceto burocratico” -possiamo anche definirlo classe burocratica – sostenendo che nelle nuove fratture sociali Cipolletta e Cofferati si collocano dalla stessa parte. Questo blocco sociale è diventato struttura di potere, ha prodotto corporativismo, Stato etico, e l’anti-cittadino. Oggi sembra essere giunto al suo apogeo, ma come nella Francia dei primissimi anni di Luigi XVI. Ciò che caratterizza socialmente l’attuale fase storica della società italiana è che grandi masse, complessivamente fortemente maggioritarie, si sentono e si vogliono estranee e nemiche dello Stato partitocratico e della cultura della quale il blocco sociale dominante è espressione. Le similitudini con la situazione prerivoluzionaria francese degli anni intorno al 1780 sono a volte impressionanti. In Italia oggi vi è qualcosa di più di un potenziale Terzo Stato, che si oppone a un regime mostruosamente potente e tentacolare, espressione organicistica, chiusa, quasi perfetta delle tradizioni antiliberali: si direbbe in Francia “antirepubblicane”. Tutti i partiti – quelli di maggioranza così come quelli di opposizione – sembrano chiusi, compressi e rissosi, in un ghetto che comprende al massimo un quarto dei cittadini italiani. Il regime appare come un colosso con i piedi d’argilla. Poggia comunque sulle mine o sabbie mobili di un popolo le cui esigenze, le attese, i sentimenti e i risentimenti si volgono sempre più apertamente contro il regime. Si tratta, perciò, di porsi alla testa, guidare e armare la rivolta sociale che per molti versi già incombe. O lo facciamo noi, da radicali liberali, edificando sulle macerie di questo regime un’alternativa di tipo anglosassone, o lo faranno altri radicali: neo-comunisti, neo-fascisti e neo-clericali, destinati a ritrovarsi uniti per imporre tutti insieme nuovi assetti di violenza, di ingiustizia, di intolleranza, di miseria economica e civile. È insomma necessario che i liberali e i moderati cessino di considerare se stessi come molluschi invertebrati, per assicurare allo scontro politico e sociale l’intransigenza senza la quale nessuna grande riforma -di se stessi e del Paese – e nessun buon governo sono immaginabili.

    Marco Pannella, Ideazione, 1999

  28. marcello

    una cosa che non capisco:

    1. la Grecia non potrebbe uscire dall’euro con una nuova moneta (nuova dracma) “pegged” all’euro ad un valore inferiore del 25%?

    2. Dal 1 Luglio 2012 tutte le pensioni e salari pubblici vengono pagati con la nuova moneta svalutata

    3. ECB potrebbe garantire i depositi in EURO dei Greci gia’ sul loro conto e allo stesso tempo garantire che la nuova moneta mantenga il valore del -25% (dont fight the FED…dont fight the SNB…..so dont the fight the ECB!!!)

    4. banche greche dovrebbero essere ricapitalizzate

    5. in questo modo l’impatto sarebbe “limitato” al 25% che nel lungo periodo darebbe competitivita’ alla Grecia.

    Non si puo’ fare? perche’?

  29. andrea

    “L’abbandono del gold standard ha permesso a tutti gli statalisti sociali del mondo di utilizzare il sistema bancario come mezzo per l’espansione illimitata del credito.
    In assenza del gold standard, non c’è modo per proteggere i risparmi dalla confisca realizzata attraverso l’inflazione. Non c’è riserva di valore sicura.
    I deficit di spesa sono un semplice sistema per una confisca nascosta della ricchezza. L’oro ostacola questo insidioso processo. Si pone a protezione dei diritti di proprietà.
    Se si capisce questo, non si ha alcuna difficoltà nella comprensione dell’avversione degli statalisti al gold standard”.
    Da “La libertà economica e l’oro” – Alan Greenspan, 1967

    Perchè non affiancare all’Euro normale un Aureo sonante?
    Svalutiamo il primo e ci salviamo col secondo.

  30. marco

    Perfetto: tagli e liberalizzazioni.
    Chi ha la testa e gli attributi per farli?
    Rottamiamo la classe politica in blocco, ed in gran parte dirigente ed accademica nonchè giornalistica.
    Poi dove andiamo a scegliere?

  31. riccardo

    i discorsi se pur basati sulla ragione e la logica , non tengono in considerazione la pancia e l’animo imperfetto dell’uomo, nel particolare l’anima, o l’animale italiano; debole di una marcata disonestà intellettuale diffusa a livello endemico , e trasversale, in concreto noi come popolo a liberalizzare non siamo capaci, oggi e non possiamo esserlo in futuro, ergo chi ha buon senso e capisce come è fatto il paese dove è, valuta a cosa lasciare e cosa trovare.

    mi dispiace amaramente!

  32. achiesi

    Parlo da imprenditore italiano sbarcato in Estonia nel 2006. In effetti in Estonia il modello sta reggendo benissimo alla crisi dell’eurozona e l’Estonia è il paese europeo con la maggior crescita prevista per il 2013 (ben il 3,8, rispetto all’Italia 0,4 e all’eurozona 27 a 1,3) (dati eurostat). Il paese ha retto bene il ridimensionamento della pubblica amministrazione e persiste un buon sistema di welfare. La fiscalità è semplicissima con aliquota unica per le persone fisiche al 21% e lo stato è impegnato fortemente in investimenti infrastrutturali e nel sostegno alle imprese, specie quelle più innovative. Un modello sicuramente da seguire o almeno da studiare con attenzione. E li non ci sono Professori, ma politici giovani e talvolta all’apparenza naive!

  33. MGB

    Io concordo per la prima via e con il Sig. Andrea, anche se con qualche distinguo su come ci si arriverà; il tipo di moneta con cui si commercia non credo sia nè la cuasa nè la risoluzione dei nostri problemi. Il problema dei problemi è mettere in pratica la costituzione..cioè restituire equilibrio tra potere sociale e potere statale, mai come oggi così in disavanzo rispetto a quest’ultimo e delle banche centrali. Ritengo oggi più che mai valido quanto scriveva
    Albert Jay Nock: ” If we look beneath the surface of our public affairs, we can discern one fundamental fact, namely: a great redistribution of power between society and the State. This is the fact that interests the student of civilization. He has only a secondary or derived interest in matters like price-fixing, wage-fixing, inflation, political banking, “agricultural adjustment,” and similar items of State policy that fill the pages of newspapers and the mouths of publicists and politicians. All these can be run up under one head. They have an immediate and temporary importance, and for this reason they monopolize public attention, but they all come to the same thing; which is, an increase of State power and a corresponding decrease of social power.” (Our Enemy, The State).
    Spero che sia la crisi a renderci più uniti e restituirci l’unità e quindi il potere sociale di cui abbiamo bisogno per affrontare i cambiamenti basilari, che risiedono tutti in come i cittadini creano e mantengono sotto controllo la macchina statale, senza farsi divorare da essa.

  34. freedom

    Dr.Giannino, per favore, perchè non ci parla della RISERVA FRAZIONARIA e dei perversi effetti che ne conseguono?
    Lei ha chiamato questo sito ChicagoBlog (in omaggio a Milton Friedman) ed al contempo si definisce di Scuola Austriaca (“Dal punto di vista iper-minoritario della mia scuola austriaca”).
    C’è qualcosa che non mi torna.
    Può spiegare, per favore?

  35. Claudio Maldifassi

    “We contend that for a nation to try to tax itself into prosperity is like a man standing in a bucket and trying to lift himself up by the handle.” – W. Churchill

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