La prossima sfida monetaria – di Gerardo Coco

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Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Gerardo Coco.

Alla radice degli accadimenti mondiali regna l’inaspettato. Ma forse è più esatto dire che l’inatteso accade quando si è distratti.

Il dipanarsi della la crisi europea ha adombrato un avvenimento che preannuncia un cambiamento radicale nell’equilibrio economico mondiale. L’idea eliminare il dollaro dal sistema monetario è nell’aria già da tempo. Ma l’ipotesi avanzata dal FMI e dall’ONU di moneta globale indipendente e espressione di un paniere di divise è irrealistica. Invece è realistico pensare che la nuova valuta globale nasca dall’azione concertata dei paesi emergenti.

Al summit febbraio dei BRICS, (Brasile, Russia, India, Cina and Sud Africa) i paesi leader Cina e India, analizzando le ripercussioni che le sanzioni americane all’Iran potrebbero avere sulle loro importazioni di petrolio, si sono domandati per quale motivo e per quanto tempo ancora debbano essere dipendenti dal potere economico e finanziario degli Stati Uniti. La decisione, senza precedenti, da parte americana e europea del divieto di utilizzo all’Iran della rete SWIFT che gestisce i trasferimenti bancari internazionali ha aumentato non poco le loro preoccupazioni. Pertanto i BRICS stanno pianificando un sistema monetario non vulnerabile alla influenza del dollaro il cui potere si è ormai fortemente indebolito. L’indipendenza finanziaria e valutaria dagli USA è dunque l’obiettivo dei paesi emergenti. Il governatore uscente della Banca Mondiale, Robert Zoellik ha già appoggiato l’obiettivo cinese della formazione di una banca con un ruolo simile a quello della World Bank per assistere l’internazionalizzazione del Renminbi, (o Yuan). In realtà questo progetto è la piattaforma per il lancio dello yuan come valuta di riserva mondiale. In tal modo la Cina e i paesi emergenti distaccandosi dalla Banca Mondiale e dal FMI non sarebbero più soggetti al dominio americano. L’efficacia del progetto richiede tuttavia la rimobilitazione dell’oro nel sistema monetario mondiale. Se così avvenisse, la traiettoria di sviluppo dello yuan sarebbe inversa a quella che ha dato al dollaro la supremazia mondiale. È opportuno pertanto ricordarne l’evoluzione.

Ascesa e declino del dollaro

Il fondamenti della potenza del dollaro risalgono a un secolo fa quando gli USA abbandonarono la  “diplomazia delle cannoniere” del XIX secolo per quella economica promuovendo la propria influenza attraverso investimenti commerciali in estremo oriente e nell’America Latina. Dopo 50 anni “la diplomazia del dollaro”, si trasformò in “egemonia”. Gli accordi di Bretton Woods del secondo dopoguerra consacrarono il valore del dollaro perché gli USA erano la potenza industriale vittoriosa, dotata di forza militare e di una notevole quantità d’oro. All’epoca il sistema vigente era quello del gold exchange standard che prevedeva cambi fissi e la convertibilità delle valute col dollaro ancorato all’oro. Ma questo sistema, nelle mani del governo e delle banche era naturalmente destinato a fallire. Gli USA infatti creando più dollari di quanto le riserve auree potessero garantirne inflazionarono progressivamente la propria valuta. Quando gli europei, alla fine degli anni 60, richiesero la conversione in oro delle loro riserve, gli “eurodollari”, l’allora presidente Nixon ritenendo il dollaro “tanto buono quanto l’oro”, ruppe gli accordi di convertibilità e dal 1971 lo rese fluttuante. Per questa plateale insolvenza gli europei minacciarono proteste e ritorsioni, subito rientrate però, quando capirono che il nuovo regime di valute inconvertibili poteva far prosperare lo stato sociale con inflazioni e svalutazioni “competitive” che la severa disciplina del sistema aureo non avrebbe permesso. Dal punto di vista della realpolitik, Nixon non aveva tutti i torti: avrebbe dovuto però precisare che il “dollaro era tanto buono quanto il petrolio”. Infatti l’oro nero, in un certo senso, garantiva il dollaro quanto quello giallo. L’egemonia del dollaro, anche se in modo artificiale, si è basata per quarantanni soprattutto sul petrolio.

Gli USA, infatti, dopo la dichiarazione di inconvertibilità, stipulavano un accordo con i paesi dell’OPEC per quotare il prezzo del petrolio in dollari. Il sistema del “petrodollaro” prevedeva che i paesi produttori accettassero solo dollari come pagamento e li reinvestissero in attività o titoli del debito pubblico statunitensi. In compenso gli USA promettevano di proteggere le monarchie produttrici del Medio Oriente contro le minacce di invasione o rivoluzioni interne. I flussi di petrodollari rifluivano in USA mentre ne aumentava la domanda perché le nazioni importatrici di petrolio, per essere in grado di acquistarlo, dovevano convertire i surplus valutari in dollari. La valuta americana acquisì dunque un ruolo privilegiato perché per accedere al petrolio bisognava possederla. La superiorità degli USA dipendeva dalla forza militare, questa dal dollaro che a sua volta traeva forza dal petrolio. I partner commerciali scambiavano prodotti reali contro dollari sempre più deprezzati con i quali finanziavano consumi, deficit e forze militari USA dislocate in 130 paesi. Ma la combinazione di dollaro, petrolio e deficit ha finito per svalutare la moneta di riserva sia nei confronti del petrolio, dell’oro, innescando un lento processo di deindustrializzazione.

Mentre dal meccanismo d’ascesa del dollaro si deduce quanto sia stata velleitaria la pretesa dell’Europa di sostituirlo con l’euro, si capirà invece quanto sia fondata l’intenzione della Cina di scalzarlo con lo yuan.

L’oro per il nuovo Hub valutario

La conseguenza dell’egemonia del dollaro, un deficit commerciale strutturale che rispecchia l’insufficienza della capacità produttiva americana rispetto agli enormi consumi interni, ha dato l’opportunità alla Cina di produrre per gli Stati Uniti e di ottenere il mezzo di pagamento privilegiato per conseguire la sua strategia di sviluppo esterna. Non solo è diventata il loro maggiore creditore ma ha esteso la sua influenza a tutta l’Asia creando una piattaforma per lancio internazionale della propria valuta. La Cina si è “lavorata” strategicamente nazione per nazione. Ora, infatti, l’introduzione dello yuan in una a serie di accordi swap con l’Australia e il Sud Africa ne permetterà l’introduzione profonda nei due continenti. Inoltre, ha trasformato la Shanghai Cooperation Organisation (SCO), organizzazione in partnership con la Russia per la sicurezza contro il terrorismo, in una vasta area commerciale per i BRICS e i paesi asiatici, senza passare per il sistema finanziario occidentale.

Ma queste iniziative non bastano a dare un ruolo chiave internazionale ad una valuta. Ci vuole un ulteriore elemento che giocherà, come il petrolio per gli Stati Uniti, un ruolo decisivo. Dal 2009 la Cina e i paesi emergenti hanno accumulato ingenti quantità d’oro. La Cina ne è diventata il maggiore produttore mondiale assicurandone l’accesso ai propri cittadini (una iniziativa che in USA e Europa sarebbe fantaeconomica).

Questa accumulazione è strategica rispetto all’obiettivo di internazionalizzare lo yuan. Ciò  è confermato anche dagli acquisti d’oro degli altri paesi emergenti che appoggiano la strategia cinese perchè hanno capito che in un mondo finanziario ostile, le valute hanno bisogno di una copertura aurea e l’oro è l’unica moneta che anche il peggior nemico accetterebbe senza riserve. Quando infatti una valuta è affidabile in assoluto? Quando è convertibile in oro e ne riflette il valore. Se esistono dubbi sul corso di una valuta, solo la copertura aurea ne aumenta il grado di accettabilità. L’oro è anche uno stabilizzatore naturale dei tassi di interesse, senza interventi della banca centrale. L’ex governatore della FED, Allan Greespan affermò: “l’oro è il denaro di ultima istanza”.

Tutte queste manovre servono, per ora, a dimostrare all’Asia e all’Australia che la valuta cinese può avere migliori prospettive a lungo termine rispetto al dollaro. Tuttavia la Cina e I BRICS mantengono ingenti riserve in dollari perché in questo momento un collasso della valuta americana sarebbe disastroso. (Si osservi che l’Iran non accetta più il dollaro in pagamento per il greggio, lo ha rimosso dalle sue riserve e vende petrolio all’India contro oro).  Ma ormai, date le loro dimensioni e prospettive, non possono più permettersi di dipendere dal dollaro per finanziare il loro sviluppo che nel futuro dovrà avere come fondamento la valuta cinese. Così, dopo aver già dimostrato grandi capacità produttive e commerciali, ai BRICS, per completare l’ultima tappa, mancherà solo allargare la infrastruttura finanziaria per separarsi da Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale e rete SWIFT. Ma la pietra angolare di tutto questo grandioso edificio è l’oro che oltre a rappresentare il denaro in ultima istanza possiede la funzione che il petrolio non poteva garantire al dollaro: quella di stabilizzarne il valore. L’aspetto significativo di questa evoluzione sarà dunque la reintroduzione del concetto di “misura di valore” nel sistema monetario mondiale.

È veramente un’ironia della storia che l’oro, esiliato dal sistema internazionale ad opera del più grande paese capitalista venga ora rimpatriato dal paese che fu la più grande potenza comunista. Peccato che l’occasione non sia stata colta dai paesi occidentali le cui economie navigando a vista si schianteranno come dei titanic contro lo scoglio dei fatti compiuti. Sic transit gloria mundi.

Ricapitolando, l’inizio di questo cambiamento epocale è avvenuto con il consolidamento di un hub valutario asiatico che, molto probabilmente diventerà hub mondiale basato sullo yuan. Quando questo avverrà, lo yuan sarà la valuta di riserva mondiale. Non sappiamo in quanti anni, ma non saranno molti se si pensa che l’evento più importante, l’industrializzazione della Cina, si è compiuto in una generazione. Comunque ce ne accorgeremo quando vedremo le esportazioni cinesi quotate nella valuta cinese e non più non più in dollari. Senza naturalmente l’intervento di una nuova Bretton Woods.

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