Spagna, Svezia ed Italia: chi spende di più?

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Il titolo di questo articolo è volutamente provocatorio e riprende una pubblicazione di Oscar Giannino di pochi giorni fa proprio su queste colonne. È dunque facile rispondere a questo quesito, ma per molti potrebbe essere anche una sorpresa.

È l’Italia il “Paese della spesa pubblica” e tale livello è molto superiore sia a quello svedese che a quello spagnolo. Come ricorda giustamente e tristemente il prof. Ugo Arrigo la spesa pubblica italiana ha raggiunto il 50 per cento del prodotto interno lordo, ma quest’ultima variabile tiene conto anche dell’economia sommersa. Al netto dell’economia sommersa, circa il 20 per cento del totale, la spesa pubblica italiana ormai supera abbondantemente il 60 per cento.

Un triste primato, perché la Svezia, che per lungo tempo è stata presa come “scusa” o testimonianza ha ormai un livello di spesa molto inferiore a quella italiana. Siamo ormai nell’ordine di 10 punti percentuali di differenza, ma il livello dei servizi è totalmente di un altro “pianeta”.

Cosa si è fatto a metà anni novanta nel paese scandinavo per raggiungere tale obiettivo? Semplice, si è andato verso una riforma della pubblica amministrazione e si è spinto sull’acceleratore delle liberalizzazioni. Ad esempio si decise per una separazione della rete ferroviaria dall’incumbent, ma si introdusse anche il principio della licenziabilità dei dipendenti pubblici. 

L’articolo 18 è una specificità molto italiana e in Svezia, ad esempio, nel settore educativo si è arrivati ad una riforma che potrebbe sconvolgere in molti.

Il manager della scuola secondaria svedese è responsabile dell’andamento dei risultati dei propri studenti e per questo è anche licenziabile. Ogni singolo professore è valutato in funzione dei risultati degli studenti e se tale professore non raggiunge gli obiettivi o semplicemente è un “fannullone”, il direttore-manager lo licenzia. Ogni singola scuola cerca i migliori professori e li premia, mentre licenzia chi non lavora bene.

Un principio distante anni luce dall’Italia della Camusso e della riforma Fornero del mercato del lavoro.

Passiamo ora alla Spagna. Storicamente nel paese iberico si è avuta una spesa pubblica relativamente bassa, ma negli ultimi anni sotto il peso dei sussidi di disoccupazione, questa è cresciuta troppo.

Risultato? La Spagna è sotto pressione dei mercati. Per onor di cronaca bisogna ricordare che non è solo la spesa pubblica e il deficit elevato a preoccupare i mercati, quanto il peso degli asset tossici delle cajas (lo sottolineavo in un articolo dell’8 agosto del 2010).

Detto questo, il nuovo Governo Rajoy ha agito immediatamente con una riduzione delle spese per 40 miliardi di euro. Non ha invece aumentato l’IVA che rimane con l’aliquota massima al 18 per cento. Ha aumentato le tariffe nei servizi pubblici, trasporto pubblico locale, treni ed ha introdotto il sistema del co-pagamento nella sanità per cercare di avvicinare la tariffa al costo del servizio.

È finita l’era della gratuità del sistema sanitario spagnolo che ha visto un’esplosione della spesa da 75 a 100 miliardi di euro tra il 2005 e il 2009.

C’è da dire anche che il premier uscente Zapatero non si era tirato indietro dalle responsabilità e poco prima di annunciare le dimissioni anticipate aveva ridotto gli stipendi pubblici anche del 10 per cento per cercare di contenere le spese pubbliche.

I socialisti che riducono gli stipendi pubblici. Vi immaginate una decisione simile dal Governo Monti o da un qualunque partito italiano?

Svezia e Spagna sono distanti dall’Italia che rimane un paese congelato nella convinzione di potere sopportare ancora a lungo una tassazione che distrugge imprese e famiglie.

 

Twitter @AndreaGiuricin

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