Viva la Svezia, Monti ci ripensi!

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Dal prossimo Panorama Economy

Al governo Monti farebbe molto bene adottare un modello che per decenni sinistra e keynesiani italiani additavano fino alla noia: quello della Svezia. E’ un Paese che ha effettivamente molto da insegnarci, sugli effetti dell’incauto connubio tra alta spesa pubblica e alte tasse. Per tantissimo tempo, gli statalisti italiani la indicavano come modello perché la somma di quei due temibili fattori si rivelava invece più che positiva, i  termini di crescita economica e di elevata coesione sociale, e per di più anche con bassa evasione fiscale, a smentita di coloro che indicano l’alta evasione italiana prodotto correlato alle enormemente accresciute pretese fiscali: in una sola generazione 20 punti percentuali in più in termini reali da chi le imposte le paga. Eppure, è proprio alla Svezia che Monti avrebbe dovuto e dovrebbe ancora ispirarsi.Perché è dalla dura crisi che la colpì negli anni Novanta, che la Svezia ha dovuto drasticamente cambiare strada, modificando in profondità il proprio welfare troppo generoso. Ed è dal 2006, da quando è al governo il conservatore Fredrik Reinfeldt, nel frattempo rieletto per la prima volta in un secolo per i suoi successi, che la Svezia ha imboccato con energia raddoppiata la via del menospesa-menotasse, col risultato di essere l’unico Paese europeo a rivelarsi immune o quasi dall’eurocrisi.

E dire che il vero artefice del successo svedese è un tecnico anche lui. Il ministro delle Finanze Anders Borg non era eletto, quando Reinfeldt nel 2003, assunta la guida del partito allora di opposizione, ne fece di fatto il suo braccio destro. Borg era u poco più che trentenne economista della banca centrale svedese. Un tipo eterodosso, che ancora oggi agli eurovertici sfoggia fieramente i capelli lunghi a coda di cavallo e il suo orecchino. E’ Borg, che lanciò lo slogan “il nostro è il vero governo delle classi lavoratrici”, facendo saltare le coronarie ai socialisti  da sempre spendi-e-tassa.

Ed è sempre lui, che ha abbassato le aliquote  a tutti, ai decìli a più basso reddito della popolazione – l’effetto è stato in termini reali quasi un mese di salario in più, non finito come prima alle casse statali ma rimasto a chi lavora –  come ai tento deprecati ricchi e alle imprese. Tagliare la tasse alle qualifiche più basse del lavoro dipendente ha avuto un tale effetto di rilancio di consumi e occupazione da rivelarsi al terzo anno autofinanziato, cioè il gettito è tornato dov’era ad aliquote più elevate e solo per due anni la Svezia ha dovuto accrescere il proprio indebitamento pubblico di un punto di Pil l’anno.

Ma l’esplosione inevitabile della polemica venne quando Borg e Reinfeldt tagliarono altrettanto  energicamente le aliquote a ricchi e imprenditori. “Un Paese ad alte tasse spinge ormai le imprese svedesi  ad andarsene e scoraggia quelle estere a venire a casa nostra: è per i lavoratori svedesi, che vanno abbassate le tasse all’impresa”, fu lo slogan di una coraggiosa campagna televisiva nel corso della quale gli oppositori socialdemocratici erano convinti di mettere i conservatori a tappeto. E’ andata al contrario. Reinfeldt e Borh hanno vinto, perché i fatti dimostrano le loro ragioni. “Sì, premiare gli imprenditori significa premiare e incoraggiare la ricchezza – rispose Borg in un confronto televisivo elettorale rimasto famoso – ma io credo che sia socialmente giusto ed economicamente vantaggioso, mentre abbasso le imposte a chi sta peggio, premiare chi è l’unico vero motore per la job creation. Cioè l’imprenditore e la sua azienda di oggi, e quelle che vogliamo tutti incoraggiare ad aprire domani”.

Rivinte le elezioni, Reinfeldt e Borg hanno cominciato con altrettanta energia a ridefinire l’intero e ancora vastissimo perimetro pubblico svedese. Lanciando per esempio l’obiettivo che le scuole pubbliche debbano mostrarsi in grado di perseguire e raggiungere l’utile economico di gestione, cioè di creare profitti grazie allo spirito manageriale dei loro dirigenti pubblici. Neanche nel Regno Unito dei conservatori di David Cameron, che pure taglieranno i dipendenti pubblici britannici di 748mila unità nei prossimi tre anni, passerebbe oggi facilmente un simile principio.  Figurarsi a casa nostra.

Ma è proprio dalla Svezia che dovremmo trarre ispirazione. Il ministro Borg ha portato in regalo, per il 45esimo compleanno di Reinfeldt – cole metro italiano sono entrambi giovanissimi – un grafico nel quale per la prima volta dopo 4 decenni la pressione fiscale svedese scendeva sotto il 45% del Pil. Cioè sotto quella italiana, visto che nel nostro caso bisogna  levare dal denominatore – il Pil – il 17% di economia “nera” che l’Istat vi ingloba anche se quel 17% le tasse non le paga. Quando uno Stato intermedia tanto improduttivamente oltre il 50% del Pil, come qui da noi,  la vera cura per crescere non è la lotta “agli sprechi” pubblici, coi quali si finisce per dire che la spesa pubblica va somo manutenuta come ha detto Pero Giarda. Sonop la spesa pubblica in quanto tale e la pressione fiscale così alta, che vanno additati alla politica e ai cittadini come i veri nemici  di un reddito in crescita e di un futuro meno grigio.

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