Lo Stato è drogato, e Monti lo asseconda

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Lo Stato è drogato. Drogato di entrate in crecita, per sostenere spesa in crescita. Come tutti i drogati, concepisce e persegue solo l’aumento delle dosi. Invece, bisognerebbe farlo smettere. Ho sperato che il governo tecnico fosse per lo Stato l’equivalente di San Patrignano, o della comunità di recupero che voi preferite. Invece no. Il governo asseconda il tossicodipendente, invece di contrastarlo e curarlo. Riprova: la delega fiscale approvata ieri.  La delega fiscale varata ieri dal Consiglio dei ministri è un passo avanti a favore della crescita del nostro Paese, visto che siamo ancora a 4 punti e mezzo di Pil sotto il livello 2007, e rischiamo nel 2012 in corso di perderne a questo ritmo forse altri due?  Sinceramente, a questa domanda piacerebbe rispondere affermativamente. Purtroppo, non è così. L’Italia del lavoro e dell’impresa, quella che paga un onere fiscale e contributivo ormai record tra i Paesi avanzati, nella nuova delega fiscale non trova motivi per immaginare un futuro diverso da quello degli ultimi anni. Anni nei quali l’Italia è già diventata la Nazione in testa alla graduatoria di tutti gli euro membri, per realizzare le sue manovre di rientro dal troppo deficit e debito pubblico per il 75% attraverso aggravi di entrate pubbliche. Tutti gli altri euromembri in difficoltà, dalla Grecia alla Spagna al Portogallo all’Irlanda, hanno molto più di noi tagliato spesa pubblica. Certo, per ridurre il deficit, ma anche per aprire in bilancio spazio necessario ad evitare troppi ulteriori aggravi fiscali che, nella crisi, accentuano solo la recessione. Anche l’Italia, con il governo dei tecnici, avrebbe potuto farlo.

Anzi, dovrebbe farlo, se il Parlamento ora modificherà il testo. Perché la delega fiscale poteva costituire uno dei due strumenti essenziali, insieme alla spending review sul versante della spesa pubblica, per abbinare meno spesa e meno tasse. Invece, sotto questo profilo, la delega rinuncia all’ultimo secondo anche alla sola vera novità che destava qualche speranza. Cioè la promessa di istituire un fondo entro il quale far convergere i ricavi da lotta all’evasione, per retrocederli almeno in parte ai contribuenti che pagano l’iradiddio per tutti coloro che non lo fanno. Invece no, il governo per l’ennesima volta ha fatto retromarcia. Per l’ennesima volta, dopo che due mesi fa il governo Monti era tornato indietro sullo stesso tema, il fondo per la restituzione ai contribuenti onesti non ci sarà. Eppure non sarebbe nato nel 2012. Il governo ci avrebbe detto entro nove mesi, con un decreto attuativo, quando sarebbe entrato in funzione, e come. Questa ennesima rinuncia – del tutto simile a quella avvenuta coi governi Berlusconi – non è di gran conforto, alle famiglie e alle imprese che oggi sono piegate da raffiche di aggravi.

Per il resto, la delega è improntata a un solo principio essenziale: la grande cautela a salvaguardia dei saldi pubblici, e cioè a tutela delle entrate attuali e future. A questo scopo risponde la grande opera di razionalizzazione  annunciata della stima dei valori patrimoniali e reddituali del mattone in proprietà a famiglie e imprese. Perché è dall’imposizione patrimoniale immobiliare che lo Stato e le Autonomie si riservano di ottenere sempre più risorse. In tema di abuso di diritto – il discutibilissimo principio vigente solo nel nostro ordinamento, per il quale un contribuente tra due opzioni fiscali legalmente previste deve per forza scegliere quella che comporta un’imposta maggiore, altrimenti è perseguibile – le migliorie previste dalla delega sono minime. Dipenderà da come si scriveranno i decreti attuativi, ma nel teso varato permane l’illiceità del vantaggio fiscale perseguibile dal contribuente, e l’obbligo dell’amministrazione tributaria di respingerlo disconoscendo il relativo risparmio d’imposta. Nel caso di ragioni extrafiscali che non comportino immediati vantaggi ma maggior funzionalità d’impresa, spetterà al contribuente l’onere di comprovarli, ma restando libero il giudice di respingerle, comminando sanzioni. Anche se non più penali, ma solo tributarie.

Specificamente per la crescita, è positivo l’impegno di rivedere la delicata materia della tassazione delle operazioni transfrontaliere, che scoraggia da investimenti in Italia le imprese multinazionali che temono di essere perseguite come inadempienti agli obblighi fiscali. Ma per le piccole imprese italiane l’unica indicazione della delega è che se l’imprenditore vuole veder diminuire il carico fiscale reale sulla sua impresa, allora deve far crescere quello sulla sua persona fisica. Così si viene incontro alla facile campagna che ogni anno spaccia come evasori artigiani e commercianti, dimenticando di sommare alle dichiarazioni dei loro redditi personali quanto pagano nelle loro imprese, e quanto pagano attraverso lo splitting tra tutti i diversi familiari in cui si può dividere il reddito da impresa. Ma limitarsi a spostare il carico da una parte all’altra cambia poco e anzi nulla: perché è il totale della pressione, che sulla piccola impresa dovrebbe scendere, visto che è di 25 e talora 30 punti superiore a quello delle grandi imprese e delle banche.

Apprezzabili gli articoli che fissano nuovi impegni per la semplificazione degli adempimenti e del contenzioso. Ma sparisce ogni impegno all’eliminazione di qualunque imposta, compresa l’IRAP che non ha eguali al mondo. E non si parla più di riequilibrio complessivo tra imposizione diretta, indiretta e patrimoniale. Sinora, siamo l’unico Paese al mondo in cui aumentano insieme.

Si dirà che è grande prudenza, smettere di promettere abbattimenti di imposta e di aliquote. La penso al contrario. Quando uno Stato intermedia ormai il 52% del Pil, è solo con meno spesa e meno tasse insieme, che può indurre la crescita e riallocare spesa laddove serve. La Svezia, il grande Paese nordico che per decenni veniva additato come esempio positivo dagli statalisti tassatori, ormai è scesa taglaindo spesa e tasse al 45% di pressione fiscale sul Pil. Confrontatela  col 54%, che è il totale delle nostre entrate, se dal denominatore levate il 17% inclusovi dall’Istat come valore dell’Italia in nero che le tasse non le paga, e capirete perché la Svezia cresce e noi no.

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