14
Apr
2012

Le rinnovabili non sono un derby

di Gionata Picchio e Antonio Sileo

In questi ultimi giorni il dibattito intorno all’incentivazione, che su queste colonne non possiamo non chiamare sussidi, ha avuto largo spazio sui media, superato solo da temi monstre come l’articolo 18. La guerra di cifre che si è scatenata, in tempi ordinari terreno di scontro per gli addetti ai lavori, ha portato i suoi fumi addosso ai consumatori finali, che di certo sanno solo che sono loro a sborsare. Sull’affidabilità, poi, delle stime circa la disponibilità a pagare dei già tartassati per consumare energia verde (o anche acquistare auto elettriche), ci sia consentito per inciso, spesso c’è da dubitare. Come spesso succede è partita la guerra delle cifre, a volte sparate un’ po’ fuori bersaglio come ci hanno ricordato C.Stagnaro e S.Verde.

Ora, i valori in campo sono (decisamente) notevoli ma comunque, in tempi di pace, sarebbero rimasti nell’alveo degli addetti ai lavori, oggi la coperta è sempre più corta e sfilacciata, ci riferiamo segnatamente alla perdurante debolezza della domanda di energia, tanto da scatenare tra gli operatori quello che scherzosamente si potrebbe dire l’effetto royal rumble: tutti contro tutti.

Certo se le politiche di incentivazione non avessero avuto un’ottica di corto respiro – un aspetto di cui ha colpa la politica ma anche imprese e associazioni (ma quanti ne sono?!?) delle rinnovabili hanno molte responsabilità – si sarebbero evitati colpi bassi e si sarebbe ridotto il rischio di continue sterzate, che sono il vero male del settore.

Giusto, quindi, sottolineare che il punto essenziale è, e sarebbe dovuto essere, avere una visione di medio lungo termine, non solo fare i conti in tasca al Fv o ai termoelettrici. Tuttavia due conti vanno pur fatti se si vuole capire di cosa parliamo.

Una rapida lista degli oneri di sistema non legati alle Fer: fonti assimilate, ovvero le “false rinnovabili” della cogenerazione da gas e dagli scarti di raffineria, incentivate col Cip6/92: 600 mln l’onere netto in bolletta stimato per il 2012; i regimi tariffari speciali per alcune imprese siderurgiche e cementiere e per le Ferrovie: 250 mln; smantellamento centrali nucleari e compensazioni per i comuni dove si trovano: 168 mln; integrazioni tariffarie alle 14 imprese elettriche sulle isole minori e 100 distributori: 71 mln. Più altri 58 mln suddivisi tra bonus sociali (17 mln) e finanziamenti alla ricerca (41 mln). Totale 1.147 mln.

Questi, però, sono solo oneri aggiuntivi che finiscono nel prezzo finale attraverso le tariffe di trasmissione. Ci sono anche quelli che in bolletta ci arrivano a monte, incorporati nella componente PED (energia più dispacciamento). Oltre alla materia prima e i costi di gestione della rete, infatti, ci sono, per esempio, gli oneri per le agevolazioni alle industrie energivore: interrompibilità e riduzione istantanea dei prelievi (in tutto circa 650 mln all’anno), import virtuale (circa 300 mln) e le esenzioni dagli oneri di sistema e dispacciamento. Totale: 1.500 mln all’anno, circa.

In totale una decina di voci, quindi, legate a funzioni più o meno necessarie e ben gestite (ora ci arriviamo), che pesano in tutto 2,7 mld di euro all’anno. Gli oneri per gli incentivi alle rinnovabili, anche al netto delle assimilate, secondo l’Autorità peseranno in tariffa per oltre 9 mld: 430 mln per il Cip6 “verde” (in cui sono inclusi anche i rifiuti), 130 mln per il ritiro dedicato, 226 mln per lo scambio sul posto, 1.790 mln per i Certificati Verdi e 5.890 mld solo per il fotovoltaico. Insomma il solare – tecnologia più incentivata perché più costosa delle altre (anche se negli ultimi anni i costi di impianto sono fortemente diminuiti, non altrettanto gli incentivi) – da solo costa più del doppio degli altri oneri “impropri”. Il dato non fa meno impressione anche se si considera un altro aspetto spesso citato in questi giorni: vero è che la produzione Fv contribuisce a ridurre i prezzi alla punta dell’energia, qualcuno l’ha fatto notare oltre un anno fa. Si tratta però di 400 mln all’anno, meno di un decimo del costo degli aiuti. E il saldo resta negativo anche se si conta il parallelo risparmio di combustibili fossili di importazione.  Questo non vuol dire che gli altri oneri citati, anche se più bassi, siano sempre e comunque giustificati. Nel contempo però bisogna anche esaminarli nel merito. Non basta ad esempio sparare sugli oneri nucleari, che servono a smantellare (costa caro) i vecchi reattori spenti. Dovremmo lasciarli lì? Altro conto sarebbe chiedere – ma nessuno lo sta facendo in queste ore – perché di 168 mln di gettito atteso nel 2012 delle componenti A2 e MCT 135 mln andranno al Tesoro, grazie a due poco note norme delle Finanziarie 2005 e 2006. Se il prelievo è troppo alto andrebbe tagliato, se non lo è lo smantellamento delle centrali resterà senza fondi. Il governo, che vuol tagliare le bollette, potrebbe iniziare col rinunciare a un prelievo privo di giustificazione.

Sulla sproporzione degli oneri Cip6 si è scritto fino alla noia ma ormai è un po’ tardi per farci qualcosa. Solo pochi anni fa il peso in bolletta delle assimilate era di 3 mld di euro, oggi è 600 mln. Il meccanismo è in esaurimento e tra non molto cesserà. Certo, cresceranno di qualcosa gli oneri per i termovalorizzatori. Ma prima di liquidarli come velenosi (anche se la legge italiana definisce il CDR una fonte rinnovabile), andrebbe notato che il ministro dell’Ambiente Clini proprio in questi giorni li indica come strumento per la soluzione delle emergenze rifiuti come quella che si annuncia a Roma.

Vero anche che manca una riflessione seria sulle agevolazioni alla grande industria, dai regimi tariffari speciali alle remunerazione dei consumatori interrompibili (ma raramente interrotti). Magari ricordando anche che una fascia maggioritaria di tessuto produttivo nazionale, le PMI, non gode degli stessi vantaggi. Nel contempo però nessuna riflessione potrà evitare di partire dal divario tra i prezzi dell’elettricità italiani e quelli delle maggiori economie confinanti e dalle crisi industriali di questi mesi.

Infine, il conflitto con le fonti fossili. Che i produttori convenzionali abbiano oggi ogni interesse a una loro frenata è evidente – per ricordarlo non servivano le dichiarazioni del presidente di Enel Colombo dei giorni scorsi. Il boom delle rinnovabili ha messo in grave difficoltà il termoelettrico tradizionale, anche più della crisi della domanda.  Anche su questo punto alcune cose vanno ricordate: gli stessi produttori riconoscono ormai che, anche prima della crisi, il settore dei cicli combinati ha continuato a svilupparsi senza troppo pensare al rischio di overcapacity. E’ vero inoltre che nell’ultimo decennio il mercato si è sviluppato in un disegno di norme e regole che ha fortemente favorito gli interessi di un’offerta strutturata in modo oligopolistico, e meno le tasche dei consumatori. E ora che la domanda debole e le Fer comprimono gli spark spread, i produttori cercano di “recuperare” nelle ore notturne. Ma ma lo stanno facendo con modalità sempre compatibili con un sano funzionamento del mercato? Lo stesso presidente dell’Autorità per l’energia Bortoni riconosce che dietro l’aumento dei prezzi nelle ore fuori picco potrebbe esserci un “coordinamento” tra generatori .

Infine, il primo capacity payment del 2004, nato come meccanismo di sicurezza, ha funzionato di fatto come un incentivo a pioggia per i termoelettrici, compreso per chi, almeno fino a poco fa, non ne aveva necessariamente bisogno.

Ma tutto ciò non cambia i termini del problema. Le responsabilità del settore termoelettrico vanno ricordate al momento di discutere la loro richiesta di un paracadute regolatorio (il nuovo capacity payment), che li salvi dalla crisi ma anche dai loro errori. E la presenza di inefficienze su altre voci della bolletta non può essere un pretesto per parlare d’altro.

Insomma le cifre non sono tutto ma saperle (e volerle) leggere per bene è una condizione indispensabile a capire di cosa parliamo. E perché il governo si sia deciso a impedire che gli oneri per gli “incentivi” già accumulati in questi anni, e ormai ipotecati, continuino a crescere agli stessi ritmi.

 Gionata Picchio e Antonio Sileo

You may also like

Incentivi all’impresa
I dubbi sulle Aerolinee Siciliane
L’agricoltura biologica e il disegno di legge 988
“In amicorum numero”: Stato, cultura e paghette

4 Responses

  1. Francesco P

    Intanto un link alla presentazione dei “Decreti Ministeriali per le energie rinnovabili elettriche”: http://www.sviluppoeconomico.gov.it/images/stories/documenti/20120411-DM-Rinnovabili_vPresentata2.pdf

    Un secondo link che tratta dei rischi connessi con la cosiddetta “geotermia stimolata”, una fonte rinnovabile apparentemente immensa e disponibile per diversi miliardi di anni: http://www.tecnosophia.org/documenti/Articoli/SessioneII/Mulargia.pdf

    Oggi l’unica diversificazione plausibile delle fonti energetiche rispetto ai fossili rimane il nucleare. Ma parlare di nucleare in Italia è tabù, forse per miopia e superstizione, più probabilmente perché per qualcuno è meglio pagare a caro prezzo il gas naturale e prendere incentivi per fonti rinnovabili tipicamente discontinue come l’eolico e il fotovoltaico. Peraltro queste fonti soggette alle condizioni meteo obbligano a mantenere una overcapacity termica o idrica come backup ovvero a ricorrere all’import.

    Anche parlare di carbone (che mi risulta essere la fonte al momento più economica) è tabù, nonostante gli impianti di ultima generazione offrano un elevato grado di eco-compatibilità.

  2. Enrico Bonito

    Caro Sileo,

    tra 5 anni le liste nozze comprenderanno, insieme a servizio di piatti, frigorifero e lavastoviglie, anche un impianto fotovoltaico con sistema di accumulo, e le famiglie autoprodurranno l’80% del proprio fabbisogno energetico.

    Questa strada è ormai segnata, in barba a Colombo ed ai rappresentanti dell’impresa oligopolistica “de noantri” dediti alla followership piuttosto che non alla leadership (citazione, non è farina del mio sacco).

    Con rispetto … il resto è noia.

    Incentivi troppo alti? Certo, ma grazie agli investimenti fotovolaici delle società immobiliari facenti capo a quegli stessi imprenditori che in Confindustria gridavano allo scandalo del conto energia (..che ipocrisia..) oggi il prezzo per kWp installato è (per l’ennesima volta) la metà di quello di 12 mesi fa.

    I grandi players dell’energia si trovano spiazzati a fronte di investimenti miliardari sottoutilizzati? Ma mi devo forse rammaricare perché il sole soppianta le centrali termoelettriche? Perché c’é una possibilità di ridurre le rendite di posizione dei (con rispetto) parrucconi oligopolisti?

    Il fotovoltaico crea sbilanciamenti locali e picchi giornalieri / stagionali da gestire? Non è l’unica fonte energetica che ha caratteristiche di intermittenza da gestire.

    Il fotovoltaico foraggia i manufacturers cinesi? Non mi risulta che il paese del “bel canto” sia uscito dall’ICT solo perché in Italia non si producono schede madri.

    Insomma, il V Conto Energia è un cazzotto in pieno volto da un adulto ad un adolescente perché “… è tempo che cresca … “.

    Scusi il tono, il cielo all’orizzonte è plumbeo.

    Ma, come dicevo all’inizio, in finale è già scritto.

    Saluti

  3. E’ vero, è un “tutti contro tutti”, e tutti hanno una parte di responsabilità. Le Fer sono fuori discussione, in quanto limitano l’inquinamento e la dipendenza dall’estero, ed è quindi fuori discussione l’incentivazione (almeno, ad oggi), che deve restare come feed-in tariff (per evitare finanziamenti di impianti inefficienti o fasulli) e coperta dalle bollette (perché chi consuma di più, inquina di più e deve pagare di più). Il problema è stabilire l’entità degli incentivi, che si è rivelata troppo alta, favorendo eccessivi guadagni da parte dei produttori dei dispositivi (infatti i listini sono scesi bruscamente in corrispondenza dell’abbassamento degli incentivi, non di qualche miglioria nei processi produttivi o nei materiali; quindi i prezzi erano “gonfiati”). Ma non si può procedere “a strappi” come stanno facendo gli ultimi due Governi da poco più di un anno a questa parte, sia perché diventa impossibile stendere un business plan (e quindi fare offerte ai clienti, quindi gli installatori chiudono e la disoccupazione aumenta), sia perché si scatena la bagarre all’autorizzazione ed all’allacciamento, che incentiva… favoritismi, corruzione ed anche incidenti sul lavoro (con la fretta si lavora male, e si tratta di installare dispositivi elettrici pesanti in cima a tetti). Inoltre bisogna partire da dati completi e corretti, come si è fatto qui, “in primis” l’analisi dei costi reali della filiera del silicio, e soprattutto un approccio equilibrato, come è ovvio poiché bisogna ricercare un equilibrio delicato fra interessi contrastanti. Invece ci ritroviamo spesso e (mal)volentieri una disinformazione da cui trasuda un’opposizione irrazionale se non addirittura intellettualmente disonesta, di cui sono artefici perfino commentatori un tempo autorevoli (cfr. http://www.pierferdinandocasini.it/2012/04/12/fonti-rinnovabili-piu-equilibrio-meno-disinformazione/).

  4. omar

    la strada è segnata? già, ma quale strada? ovvio, il cario energia causato dalle fer sta strozzando le energivore, che già senza questo problema non starebbero bene… il progressivo venir meno di queste aziende segnerà la morte del manifatturiero italiano e di un sacco di pil che vi ruota intorno, dai tecnici manutentori agli autotransportatori, dall’ict alle pulizie.. insomma, ci resterà un pil dimezzato, con un deficit/pil 210-220%. Ecco, staremo a casa, vivendo di orticello, ripartendo da zero, con un pannellino sul tetto che ci fornirà l’80% del nostro fabbisogno…

Leave a Reply