Finanziamento pubblico ai partiti: serviva decreto, tagli e altra visione

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Mi pare singolare e stupefacente, che il trio A-B-C Alfano Bersani Casini possa davvero pensare di uscire come si è letto dalla crisi verticale di credibilità del finanziamento pubblico ai partiti dopo l’uno-due Lusi-Belsito. Far restare i contributi intatti per almeno qualche anno, certificazione esterna dei bilanci, e barocca commisisone fatta da presidenti di Corte dei Conti, Cassazione e altri pennacchi di Stato con sanzioni affidate però ai presidenti delle Camere cioè a uomini politici, è a mia modestissiam opinione ri-di-co-lo. Io, al posto di Monti, sarei intervenuto per decreto legge tagliando i contributi, e senza ledere le prerogative dei partiti. Aggiungo due considerazioni su come dovrebbe funzionare un “altro” sistema, rispetto allo schifo di questi anni, avvenuto in pieno disprezzo del referendum e del voto degli italiani in materia, nel 1993.Dopo i casi di Margherita e Lega, non può reggere la distinzione tra ristretto mandato del governo d’emergenza, e piena sovranità parlamentare per tutto ciò che attiene ad altre materie. O meglio non può sussistere tale distinzione quando i caratteri di urgenza e di scandalo diventano assoluti e innegabili. E’ sicuramente così per i rimborsi elettorali ai partiti politici. Su tale materia, dunque, il governo poteva e anzi doveva agire. Adottando lo strumento che è previsto nel nostro ordinamento per l’emergenza e la straordinarietà: cioè il decreto legge. Riservato com’è ordinariamente a materie disomogenee e tutt’altro che urgenti, mai sarebbe invece altrettanto indispensabile come nella questione del denaro pubblico elargito ai partiti, alla luce di quanto abbiamo appreso dalle vicende Lusi-Belsito.

Un rapido conto dell’ammontare dei rimborsi elettorali attribuiti ai diversi partiti dalle elezioni politiche del 1994 fino a quelle del 2008, comprendendovi europee e regionali che dalla legislazione vigente sono assimilate, porta a 2 miliardi e 256 milioni di euro erogati, rispetto a 578 milioni di euro rendicontati dai partiti in spese riconosciute. Mi fermo ai meri rimborsi elettorali, non tenendo conto degli altri 280 milioni di euro l’anno ai parriti tra gruppi parlamentari anzinali, regionali,  e  quotidiani di partito. Rispetto ai rimborsi elettorali i partiti dichiarano di aver speso nel complesso solo una frazione esigua di ciò che hanno avuto dal contribuente in 17 anni. La graduatoria dei divari tra incasso e spesa raggiunge negli anni picchi crescenti, vede per le politiche 2008 la Lega spendere solo 2,9 milioni di 41 ricevuti, l’Italia dei Valori 3,4 rispetto a 21,6 e il Pd 18,5 rispetto a 180,2. Il Pdl sembra uno spendaccione al confronto, dichiarando di aver speso più del 25% dei 206,5 milioni di euro ricevuti a rimborso.

Ora non penso affatto che per decreto il governo dovesse entrare nell’intera materia che riguarda la disciplina interna dei partiti e dei relativi controlli, la trasparenza e democraticità della loro vita interna, controlli che sono sempre mancati lasciandoli alla natura di associazioni private  malgrado il ruolo costituzionale ad essi affidato. Ma quanto a d assoluta disparità tra generosità del rimborso e spese sostenute, materia per intervenire su due piedi ce n’era e ce n’è eccome. Inutile forse pensare a restituzioni, perché si direbbe  che così facendo si punisce chi è stato più – si fa per dire, con quel che abbiamo appreso – “virtuoso”.  Ma certo è che procedere  per decreto quanto meno al dimezzamento  del rimborso attuale potrebbe e dovrebbe risultare a tutti non solo opportuno, ma addirittura sacrosanto. Visto che anche col 50% in meno, le spese rendicontate sarebbero state comunque larghissimamente inferiori ai rimborsi dal ’94 in avanti.  Liberi poi  i partiti in Parlamento di stabilire ogni disciplina aggiuntiva sul quale dovessero trovare accordo. Compresi i pannicelli caldi attribuiti in questi giorni al trio A-B-C. Ma, almeno, tagliando subito di almeno i 50% i rimborsi i contribuenti italiani si sentirebbero d’ora in poi meno buggerati, visto che dalle loro tasche Stato e partiti pescano invece con feroce e inesorabile tendeza accrescitiva.  Il governo rinverdirebbe i suoi consensi, rispetto alle scemenze che gli sono uscite di bocca recentente quanto a “abbiamo la crisi alle spalle”.  E gli stessi partiti, rinunciando tanto per cominciare ad almeno una bella fetta di denari  del contribuente, forse disferebbero in modom meno suicida la protesta degli elettori.

Il governo, invece, non ha fatto nulla. Per non sfidare la sua maggioranza. E ha commesso un altro, incresdibile, grave e inaspettato errore. Se non ci pensa un governo di tecnici che si dichiarano estranei a politica e partiti, a tagliare le indebite attribuzuoni autoelargite di politica e partiti, chi ci penserà mai?

Altra cosa è come la pensi io, sul sistema di finanziamento ai partiti.

No, non sono d’accordo col finanziamento pubblico.

Sì, penso che i partiti debbano vivere solo di contributi dal basso, degli iscritti e sostenitori.  Sì, penso che tutti i cotnributi debbano essere pubblici, per qualunque soglia ed ammontare. Alcontrario della situazione già attuale, e che i partiti intendono peggiorare ulteriormente a proprio vantaggio, solo a patto che che non vi sia un solo euro pubblico, penso sia giusto pensare a percentuali di incentivo fiscale a contributi e donazioni ai partiti superiori a quelle in generale riservate al terzo settore, visto il rilievo costituzionale che i partiti hanno.

Sì  sono favorevole a che il pubblico offra invece ai partiti stessi servizi per tutti, stessi sconti per imposte e tasse sull’attività di propaganda, condizioni di vantaggio e gratuite per l’utilizzo di patrimonio pubblico inutilizzato. Ma solo questo.

 

Penso che solo se gli iscritti pagano loro, avranno interesse vero al conflitto d’interessi che è l’unica base e metro del cotnrollo democratico dei partiti. Se il denaro dei partiti viene dal pubblico, chi lo comanda comanda il partito e la base lo dà per scontato. Credere che siano i magistrati e  le Procure, a dover verificare il conflitto e la vita interna dei partiti, è una ulteriore prova della degenerazione italiana, che mischia eccessi di giacobinismo giustizialista come mano di vernice su vasta ipocrisia statalista. Vedi Di Pietro, il cui partito incassa molto e spende pochissimo ed è amministrato anch’esso da un circolo familiare, per poi aggiungere che però lui è pronto a indire il rererendum abrogativo in nome della legalità. Ma ci faccia il piacere! Meglio mille volte il movimento5 stelle, che nelle Regioni dove ha eletti il contributo pubblico l’ha respinto!

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