11
Apr
2012

Centri per l’Impiego: non potremmo farne a meno?

Accogliendo anche in questo post l’invito che il ministro Giarda ha rivolto a chi invoca tagli immediati della spesa pubblica a dire “quali servizi pubblici vorrebbero smontare e trasferire al mercato”, vengono in mente i Centri per l’Impiego pubblici. 

Fino a una decina di anni fa la mediazione del lavoro era un monopolio pubblico. Un anno di svolta fu il 1997 grazie anche al forte impulso dato in proposito dalla Corte di Giustizia Europea che con la sentenza Job Centre dichiarò il monopolio pubblico del collocamento italiano incompatibile con il diritto comunitario della concorrenza. Tra il 1997 e il 2003 (riforma Biagi) si passò da un sistema caratterizzato da struttura statale e divieto di mediazione privata al decentramento della struttura (vennero attribuite alle Regioni le funzioni del mercato del lavoro, le quali le trasferirono alle Province) e all’apertura ai privati dell’attività di mediazione.

Oggi i Centri per l’Impiego, ex uffici di collocamento, svolgono un ruolo minimo nella mediazione tra la domanda e l’offerta di lavoro in Italia. Nel 2007 su 100 disoccupati che avevano trovato un lavoro nei 12 mesi precedenti la rilevazione, soltanto 3,7 di essi indicavano che il buon risultato fosse dovuto ad un Centro per l’Impiego. Nel Regno Unito questo tasso è doppio e in Germania è pari al 13%.

centri per impiego

Nonostante il servizio che producono sia molto limitato, i Centri per l’Impiego continuano ad occupare circa 10.000 dipendenti (9.989 per la precisione nel 2007, secondo il rapporto Italialavoro a cui rimando chi fosse interessato ad un’analisi più approfondita). Visto che il settore è già stato liberalizzato, perché mantenere la gestione diretta statale? Una possibilità sarebbe quella proposta in questo articolo de La Voce (da cui proviene anche la tabella precedente): il servizio di intermediazione tra domanda e offerta di lavoro, analogamente a quanto succede nel Regno Unito, verrebbe completamente esternalizzato dai Centri per l’impiego ai numerosi fornitori privati, sulla base di gare di appalto o convenzioni.

Una seconda possibilità, più radicale, è la seguente: perché non lasciare che l’attività di mediazione del lavoro venga svolta unicamente dal mercato? L’unica remora ad una mediazione del lavoro esclusivamente di mercato è costituita dal timore (espresso ad esempio nell’articolo de La Voce citato sopra) che le agenzie per il lavoro private non siano incentivate alla collocazione dei disoccupati più svantaggiati o meno qualificati.

In realtà questo sembra un timore legato più alla diffidenza verso il mercato. Si pensi a come in altri processi di intermediazione non si presenti un simile problema di discriminazione di ciò che viene mediato. E’ utile pensare al settore immobiliare: lì non si verifica che le case “svantaggiate” (le case meno appetibili) non trovino un mediatore disposto ad occuparsene. Semmai le agenzie immobiliare possono scegliere un particolare segmento di mercato (case di prestigio, case di campagna, case di periferia) e di specializzarsi in quello. Finché però c’è la domanda di case anche poco appetibili, al mediatore non manca certo l’incentivo ad occuparsene. Attraverso questo paragone, che a prima vista può sembrare azzardato, riusciamo ad arrivare a quello che è il nocciolo della questione: finché da parte dei datori di lavoro c’è domanda di un lavoratore “svantaggiato” ci sarà una persona interessata a mediarlo. Se lo Stato vuole sostenere questa tipologia di lavoratori (e il paradosso italiano, emblematico di un Lavoro in crisi, è che la categoria di “svantaggiati” comprende anche donne, giovani, anziani e poco qualificati: ma chi resta?) forse farebbe meglio a distinguere nettamente l’intervento pubblico nella mediazione del lavoro dall’intervento pubblico a sostegno della domanda del lavoro “svantaggiato”. Piuttosto lo Stato potrebbe destinare un parte delle risorse che servono per pagare ogni anno i 10.000 dipendenti nei Centri per l’Impiego per sostenere i datori di lavoro che decidano di occupare un lavoratore “svantaggiato”. Oggi invece si fa fatica a pensare che i Centri per l’Impiego pubblico possano fornire ai lavoratori “svantaggiati” un collocamento occupazionale migliore e con maggiore probabilità di quanto non avverrebbe in un sistema di sole agenzie per il lavoro private. Al contrario continuiamo a tenere aperti dei centri per l’impiego pubblici che ricoprono un ruolo minimo nella collocamento del lavoro.

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39 Responses

  1. rccs

    ll bello degli economisti è che ogni tanto si mettono a paragonare case alle persone e credono che tutto questo sia molto intelligente.

  2. Paolo

    @rccs
    Paragonare case e persone non sarà molto intelligente, ma lo è ancor meno spendere denaro pubblico per mantere i centri-per-l’impiego-di-chi-ci-lavora anziché incentivare le aziende all’assunzione delle persone più deboli.

  3. pietro

    Due anni fa ho passato qualche mese di disoccupazione nonostante le mie competenze ed esperienze precedenti fossero abbastanza ricercate, e poso dire che i centri per l’impiego sonoassolutamente inutili.
    Ho fatto 6 colloqui in altrettante imprese e poi sono stato assunto, dopo un periodo di prova solo grazie alle malfamate agenzie di lavoro interinale, e neanche una chiamata dal centro per l’impiego.

  4. Emilio Rocca

    @rccs
    Caro rccs (scusi devo chiamarla così non firmandosi mai lei), è troppo facile dire così! Siamo tutti d’accordo nell’affermare in generale che ogni singola persona ha un valore inestimabile e imparagonabile ad una casa. La cosa difficile è invece negare che sacralizzare il lavoratore sia il primo passo che porta ad un ordinamento del lavoro iper-complesso, iper-rigido e iper-ineffficiente come quello italiano. Quelli che la pensano come lei vorrebbero tenere il lavoro “fuori dall’economia”, fuori dalle logiche di mercato. Un approccio simile giustifica un ordinamento del lavoro come quello italiano che invece di creare occupazione la distrugge.
    Pensi all’articolo 18. Emblematica l’espressione usata da Bersani per fermare l’ipotesi iniziale di risarcimento monetario nel caso dei motivi economici: “non si può monetizzare il licenziamento”. Con questa idea il segretario PD ha contribuito a fermare una riforma che andava nella direzione di togliere l’anomalia italiana del reintegro senza alternativa monetaria per imprenditore allineando l’ordinamento italiano all’Europa. Anomalia che scoraggia le imprese straniere dal venire in Italia e i datori di lavoro dall’assumere lavoratori dipendenti.

  5. Assolutamente d’accordo con l’autore dell’articolo.
    Ai Centri per l’impiego ci sono andato perchè essendo stato licenziato
    1) ottenere la documentazione da dare a chi mi ha assunto per ottenere sgravi sui contributi previdenziali
    2) se non avessi trovato un lavoro, ottenere la documentazione per chiedere l’indennità di disoccupazione.
    Il problema è: questi 10.000 impiegati a cosa dedicano per lo più la loro giornata lavorativa? A produrre queste documentazioni, penso, vedendo le code che ho dovuto fare.

  6. Giovanni Bravin

    @Emilio Rocca
    Sig. Rocca, la cosidetta riforma dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori è solo fumo negli occhi per noi. E’ vero che ditte straniere investono pochissimo in Italia, ma sono frenate dalle nostre complicazioni e costi a livello burocratico, non certo dall’art. 18 che riguarda solo una minima parte dei lavoratori. Se si vuole mettere mano allo Statuto dei Lavoratori, bisogna farlo interamente, ad esempio dall’art. 19 in poi (RSU, sindacati etc.)

  7. Giovanni Bravin

    Sig. Rocca, vorrei intervenire sui CPI. Non voglio entrare in merito al costo di 10.000 dipendenti per la PA, ma certamente ho trovato in loro una preparazione, sul tema del lavoro, che non ho riscontrato negli impiegati delle agenzie interinali e di selezione. Spesso, mi capita di incontrare al banco di agenzie, persone assolutamente INADEGUATE al ruolo che devono svolgere. Questa impressione deriva dal fatto che trattano le persone come oggetti, non come esseri umani in cerca di lavoro. Ad una di esse, ho dovuto spiegare i contenuti della Legge 68/99, assunzioni obbligatorie, e i vantaggi fuscali che una ditta avrebbe avuto assumendomi. Se una persona non conosce nemmeno le leggi sul lavoro, perché la trovo lì e da chi è stata messa?
    Non ero entrato in quella agenzia per acquistare un prodotto, oppure per fare fotocopie….
    La Legge 68/99 prevede assunzioni obbligatorie, e finora solo i CPI e le Provincie sono attente se una ditta supera un certo numero di lavoratori per cui sono obbligate a scegliere tra i candidati iscritti alle “categorie protette/collocamento mirato”.
    Tuttavia, molte ditte preferiscono pagare le sanzioni previste dalla 68/99 per non avere ottemperato agli obblighi, anziché adeguarsi. Le sanzioni previste dalla 68/99, sono basse e non adeguate o riparametrate. Pertanto molte ditte preferiscono pagarne le sanzioni ed avviare al lavoro una persona da loro esaminata e scelta.
    Se poi, il candidato iscritto alle liste delle categorie protette, usufruisse anche di permessi (Legge 104) oppure adattamenti al suo posto di lavoro, apriti cielo….

  8. ALESSIO DI MICHEEL

    Siete i soliti liberisti incontentabili: i centri per l’ impiego hanno prodotto ben 9.889 posti di lavoro (rectius di stipendio). E voi a criticare. Ed hanno prodotto circa 30.000 voti: a questo serve la P.A. in Italia, quindi cosa criticate ?

  9. Andrea Zucchi

    I centri per l’impiego hanno risolto il problema dell’impiego degli impiegati nel centro per l’impiego. Molto italiano tutto ciò.

  10. giuseppe

    @Andrea Zucchi
    Già. Premesso che occorre trovare soluzioni che non mettano in crisi i dipendenti attuali, è chiaro però che occorre programmare una progressiva dismissione dei servizi inutili. E occorrerebbe avere molto chiaro che ogni struttura va vista e giudicata in termini di reali servizi agli Utenti, non ai dipendenti.

  11. Claudio Di Croce

    @giuseppe
    Mi vuole spiegare perchè i dipendenti privati sono da sempre in crisi quando il loro datore di lavoro ha problemi e i dipendenti pubblici mai ? Lo vuole capire che coloro che gli pagano i lauti stipendi siamo noi contribuenti che qualche problemino lo abbiamo , o no ? Che cosa hanno i dipendenti pubblici – oltre che poca vogliia di lavorare e in molti casi una propensione alla mazzetta – che li deve mettere al riparo SEMPRE dai problemi che hanno gli altri italiani ?

  12. rccs

    @Emilio Rocca
    Caro sig. Rocca,
    vorrei risponderle soltanto per l’argomento che ho introdotto (scusandomi per la forma sarcastica e un po’ provocatoria del mio primo intervento) e non per i pensieri che ha provato a dedurne ed attribuirmi.
    Non intendevo paragonare il valore della vita umana con quello di una casa (quest’ultimo sicuramente superiore, secondo le “logiche di mercato”), ma contestare l’analogia presunta tra le dinamiche del “mercato degli umani del lavoro” e quelle del “mercato immobiliare”: fin dalle elementari mi è stato insegnato che non si possono sommare mele con pere, ma capisco che gli studi Economici, non essendo una scienza in senso galileiano, tendono a premiare più le teorie fantasiose e promettenti che quelle realistiche.
    In generale penso che sia inappropriato fare alcun paragone tra dinamiche che involgono persone reali e dinamiche che coinvolgono oggetti per il semplice fatto che non si possono applicare le stesse soluzioni: nello specifico del suo esempio, una casa invenduta può essere abbandonata o abbattuta, una persona (a meno di non prendere sul serio le teorie di J.Swift) non può essere lasciata morire di fame o ammazzata se non trova una collocazione lavorativa.
    Non contesto le sue opinioni sull’inefficienza del CPI, ma trovo che i dati e la metodologia da lei utilizzati per cercare di “dimostrarle” siano piuttosto scadenti. Innanzitutto espone solo tre dati tre (i “Si” i “No” e il “Totale 100” rappresentano un unico dato per ogni nazione, essendo tra di loro complementari), che mi sembrano un poco insufficienti per una panoramica globale. Poi non espone assolutamente nessun dato per giustificare l’idea che le agenzie private siano migliori di quelle pubbliche: quanti sono i lavori trovati grazie ad esse? Ed in proporzione con gli altri paesi? Io non pretendo di rappresentare il campione medio italiano, ma la mia esperienza con i centri per l’impiego privati è stata sconfortante (ed anche quella con le Agenzie Immobiliari).
    Per il resto, concordo che il mercato del lavoro è ingessato, per una serie di fattori (sia legislativi che di classe dirigente) nella quale l’articolo 18 (per inciso, sono contrario all’affermazione di Bersani) e i CPI occupano una posizione marginale.

    rccs

  13. andrea dolci

    @rccs: i CPI potranno essere anche la cosa piu’ bella e lodevole negli intenti, ma ad oggi l’unica certezza e’ che costano piu’ o meno 500 milioni delle nostre tasse senza fornire un servizio valido. E questo vale per tanti altri pseudo servizi pubblici costosi e utili solo perc chi ci lavora.

  14. Emilio Rocca

    @rccs
    I dati che ho fornito non cercano di dimostrare che i CPI sono inefficienti, ma che sono un attore molto marginale nel processo di mediazione tra domanda e offerta di lavoro. Visto che collocano così poche persone e visto che non c’è motivo per cui a priori i CPI debbano essere gestiti direttamente dallo Stato, possono rappresentare – in questo momento in cui si devono fare tagli alla spesa – un esempio di un servizio da “smontare e trasferire al mercato”.
    E’ chiaro che la realtà è più complessa ed è descritta in dettaglio nelle circa 100 pagine del rapporto R. Cicciomessere, M. Sorcioni che ho linkato; lì può trovare anche tutte le informazioni riguardo le agenzie private. Il quadro che ne esce è che attualmente le agenzie private mediano una quota inferiore di lavoro rispetto ai CPI; così come si vede che i CPI hanno a disposizione molte meno risorse economiche rispetto a servizi per l’impiego in altri paesi europei. Detto questo, la domanda resta uguale: c’è qualche motivo per cui lo Stato debba continuare a gestire direttamente i CPI? Così come vent’anni fa si era convinti che il collocamento dovesse essere monopolio pubblico, oggi si continua a pensare – per diffidenza ideologica – che il mercato non sarebbe in grado di svolgere questa funzione meglio dello Stato.

  15. Emilio Rocca

    @Giovanni Bravin
    Sul fatto che le agenzie private siano oggi impreparate nell’ambito della legge 68/99 mi viene il dubbio che ciò sia dovuto non tanto al fatto che siano disinteressati alle persone, quanto al fatto che fino adesso non se ne siano dovute occupare perché esistono i CPI.
    E sempre sul tema “le agenzie private trattano le persone come oggetti a differenza dei CPI”: mi sembra come dire che gli ospedali privati trattano i pazienti come oggetti a differenza degli ospedali pubblici.

  16. Emilio Rocca

    @Giovanni Bravin
    L’articolo 18 non è solo fumo negli occhi. Non è certo l’unico motivo per cui un’impresa straniera non viene in Italia, ma è un’anomalia in europa e uno strumento inefficiente e iniquo di protezione all’impiego.
    Di seguito due articoli rapidi che spiegano il perché:
    http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-02-03/larticolo-anomalia-italiana-063828.shtml?uuid=AaAIbCmE
    http://www.corriere.it/opinioni/12_febbraio_24/del-boca-rota-articolo-18-inefficiente-iniquo_490f3d3c-5ec9-11e1-9f4b-893d7a56e4a4.shtml

  17. Marco Tizzi

    @Giovanni Bravin
    Ci sono cani in tutti i lavori, penso sia stato molto sfortunato: personalmente potrei usufruire della legge 68/99, ma non lo faccio perché preferisco il lavoro autonomo e ad ogni colloquio con un head-hunter o una società di recruting mi dicono che è un peccato perché i loro clienti cercano spessissimo personale appartenente alle categorie protette.

    Smentisco anche il fatto che le aziende preferiscano pagare le multe.

    La questione che pone correttamente Rocca è molto semplice: le società di recruting guadagnano nel collocare persone, mentre il personale del CPI guadagna perché ha vinto un concorso.
    Non ci vuole uno scienziato per capire quale dei due sistemi ottiene risultati migliori e perché.

    Poi si possono introdurre tutti i migliorativi del mondo, ma se si investissero i costi del CPI in ammortizzatori sociali saremmo tutti più felici, occupati e potremmo aiutare economicamente i “più sfrotunati” in modo da ridurre (o cancellare) l’impatto che la “sfortuna” ha nelle loro vite.

  18. Giovanni Bravin

    @Marco Tizzi
    Sul fatto che alcune aziende preferiscano pagare le sanzioni, anziché scegliere tra la rosa dei candidati proposti dal CPI, può avere almeno due causali: la ditta sta cercando una persona con determinate ed esclusive caratteristiche, ma non la trova e perciò preferisce pagare la sanzione ed assumere una persona ad hoc (ovviamente questo vale per profili alti, non per bassa manovalanza); le sanzioni previste dalla 68/99 sono basse, e non aggiornate da almeno sette anni. Più che “sanzioni” le definirei “esigenze di cassa” per la Pubblica Amministrazione! La selezione dei candidati da proporre a una ditta per assolvere gli obblighi dati dalla 68/99, il CPI lo fa gratuitamente, mentre l’agenzia lo fa a pagamento….
    Certo si potrebbero abolire i CPI e sostituirli con altre forme nella PA, ma constato molta confusione nel tema “lavoro” che non so quale eufemismo usare.
    Un esempio: la Legge Biagi 30/2003 prevedeva il rilascio del Libretto Formativo del Cittadino. Oggi, dopo NOVE anni, siamo ancora al livello di sperimentazione di solo alcune Regioni pilota! Io abito in Veneto, ed ho ricevuto TRE risposte differenti e contrastanti al riguardo del LFC: Regione=non sono ancora pronti, Provincia=tutto pronto devo rivolgermi al mio CPI, CPI della mia residenza si è dichiarato all’oscuro di tutto….
    Il fatto è che il Libretto Formativo del Cittadino, deve essere aggiornato dalle persone coinvolte nei dettami della Legge 81/2008 (sicurezza del lavoratore e luoghi di lavoro).
    in altre parole, lo Stato Italiano obbliga ad aggiornare un documento che lo stesso Stato non rilascia…..

  19. Marco Tizzi

    @Giovanni Bravin
    Per quanto riguarda la questione della 68/99: stiamo parlando di un numero talmente limitato rispetto alla massa del mercato del lavoro che un modo si trova.
    Piuttosto facciamo pagare allo Stato i costi del recruting di tali categorie.

    Per quanto riguarda il LFC è uno dei tantissimi esempi di “lasciapassare A38” (vedi “Asterix e le dodici fatiche”, la casa che rende folli) completamente inutili che uno Stato liberticida richiede alle aziende.
    Purtroppo la lista è quasi infinita.

  20. Giovanni Bravin

    @Emilio Rocca
    Vivo sulla mia pelle tutte le anomalie delle agenzie di lavoro iterinali. Basta digitare su qualsiasi moto di ricerca “categorie protette” oppure “collocamento mirato” per trovare quante agenzie iterinali, ma devo dire anche di selezione, facciano parte di quella ricerca. Le agenzie interinali, riescono a collocare un 15% dei lavoratori. Ora, è passato il loro momento, e chi cerca lavoro sa di avere maggiore riscontro da un passaparola ben mirato, che non l’agenzia stessa. Medesimo discorso va fatto anche per le inserzioni di offerta di lavoro, che, settimanalmente, occupavano diverse pagine di quotidiani.

  21. Giovanni Bravin

    @Emilio Rocca
    Interessanti letture, soprattutto quella del Corriere della Sera. L’art. 18 interesserebbe 9 mln su 23 milioni di lavoratori. Di questi 9 milioni, quanti impugnano veramente il loro licenziamento? Trovo indicazioni su percentuali, ma non sul numero effettivo delle cause. Ripeto, l’art. 18 è solo servito come paravento. I problemi aziendali sono nel titolo III dello Statuto dei Lavoratori, dall’art. 19 in poi, ma siccome si toccano gli interessi dei sindacati, meglio non toccare l’argomento. Se veramente questo Ministero del Lavoro volesse mettere mano alle leggi che lo riguardano, prima dovrebbe fare funzionare la Legge Biagi (30/2003) come da me spiegato al Sig. Tizzi (post 18).

  22. Emilio Rocca

    @Giovanni Bravin
    Non è tanto importante il numero dei lavoratori che impugnano il licenziamento, quanto il fatto che potrebbero farlo: il licenziamento potrebbe essere l’inizio di una causa legale che – nel caso limite raccontato nell’ultimo libro di Ichino – dura fino a 11 anni e si conclude con l’obbligo per il datore di lavoro a reintegrare e a pagare 11 anni di retribuzione globale di fatto. E’ il rischio di incorrere in questo calvario ciò che scoraggia l’impresa straniera e quella italiana ad assumere un dipendente vero.

  23. Andrea Bertocchi

    Tutto ciò che è pubblico è fonte di inefficienza, corruzione e sperpero di denaro. Le Agenzie del Lavoro sono un esempio lampante di quanto affermo: chiudessero domani nessuno le rimpiangerebbe, tranne le migliaia di persone che prendono lo stipendio ogni 27 del mese per produrre inutile carta straccia.

  24. giuseppe

    @Claudio Di Croce

    Mi vuole spiegare perché mi prende di petto?

    Io sono un ex dipendente privato (l’Azienda dove lavoravo è fallita)

    Conosco bene le problematiche. E tifo per gli imprenditori.

    Ma mi piacerebbe, quando è possibile, affrontare i problemi senza ammazzare le persone.

    Tra l’altro, essere così intransigenti può costituire motivo di personale soddisfazione, ma non risolve nulla. In genere gli Stati (anche quelli liberali) non licenziano se non in rarissimi casi.

    Direi che il mio è un atteggiamento realistico.

  25. @rccs
    Le case, come le persone, hanno un valore.
    Ma per certi le case e le persone (fino a che sono le case degli altri e gli altri) possono essere sacrificate sull’altare dell’ideologia.

  26. Claudio Di Croce

    @giuseppe
    Mi dispiace che l’abbia presa male : come dipendente di aziende private lei sa benissimo – e lo ha provato sulla sua pelle – che quando una azienda chiude i dipendenti vengono lasciati a casa. Perchè la cosa non dovrebbe essere valida anche per quelli pubblici ? Esistono Stati in cui i dipendenti pubblici in casi eccezionali di crisi vengono licenziati : è stato fatto in UK ,negli USA e anche in Grecia, Spagna , Portogallo . La pletora di dipendenti pubblici nello Stato, nelle Regioni, nelle Province nei Comuni oltrechè nella miriade di Enti più o meno inutili e nelle aziende partecipate dal pubblico centrali e locali sono oltre quattro milioni , costano moltissimo e rappresentano un freno per lo sviluppo del Paese. Non crede che sarebbe ora che anche loro partecipassero allo sforzo che tutti siamo chiamati a fare ?

  27. Andrea Brunero

    Come imprenditore mi è capitato più volte di avere a che fare con i CPI e il servizio che mi ha lasciato assolutamente senza parole è stata la competenza del servizio Alte Professionalità della Provincia di Torino. Invito chiunque a verificarne la competenza, la preparazione e l’assiduità al proprio compito che mai mi era capitato di trovare nel privato

  28. giuseppe

    @Claudio Di Croce
    M scuso se sono apparso irritato. In realtà ho voluto seguire il filo della Sua dialettica. Penso che occorra porsi obiettivi realistici e realizzabili suscitando consenso nella Società, e non inseguire (al contrario) la stessa contrapposizione sociale che per decenni i sindacati hanno fomentato, snaturando anche la posizione di alcuni partiti della sinistra. Che dovrebbe essere a favore dei più deboli comunque, anche se si chiamano artigiani e commercianti. Abbiamo invece assistito al deprimente spettacolo di persone molto ricche che incitano i dipendenti (mai protagonisti della loro storia) all’odio sociale verso altre categorie. Super pensionati e stipendiati da 10 mila e passa euro al mese, che vedendo in pericolo la loro gallina dalle uova d’oro, non hanno esitazioni a scagliarsi contro dei poveri disgraziati che hanno moglie e figli da campare. Fare la stessa cosa al contrario non m’interessa. Comunque, La ringrazio per la Sua interlocuzione.

  29. giuseppe

    @Emilio Rocca
    Non pensa che sia un problema di dimensioni? Per una Azienda medio-grande è un problema gestibilissimo, o in Azienda o in Tribunale.
    Il problema però lo ha sollevato Marchionne, non un’Azienda di trenta dipendenti. Per me la soluzione migliore era creare un regime intermedio, per far fronte alle necessità delle realtà – diciamo – fino a cento dipendenti.
    Alle Aziende sotto i quindici hanno creato invece seri problemi.

  30. rccs

    @Emilio Rocca
    Grazie per la risposta. Non ho molto altro da aggiungere, e credo che rimarremo ognuno della propria opinione: non è un delitto.
    Volevo solo segnalare ai gestori del sito che il formato con cui sono evidenziati i link (blu scuro) non è molto distinguibile dal testo normale (grigio scuro) ed è per questo che non ho visto il link all’analisi completa. Credo che sarebbe opportuno evidenziare i link con una diversa formattazione (altro colore, sottolineati, italico, ecc.)

  31. Tenerone Dolcissimo

    Scusate, ma i centri per l’impiego per caso dipendono dalle province???
    Mi sembra di avere letto che i centri per l’impiego siano un importante servizio che da solo giustificherebbe l’esistenza degli ente province.

  32. Emilio Rocca

    @giuseppe
    Sono d’accordo con lei nel dire che il problema dell’articolo 18 è particolarmente acuto nelle imprese tra i 16 e i 100 dipendenti e mi piace la soluzione che propone.
    E’ anche vero che è un rischio gestibilissimo per le imprese come Fiat, ma questo non basta per giustificare che un onere così grande sia imposto sull’impresa, a meno di non volere accettare l’idea – in realtà molto diffusa – che qualsiasi cosa sia accettabile quando si pesca dalle tasche più profonde.

  33. Articioch

    Da disoccupato, anch’io confermo l’inutilità dei Centri per l’impiego. In concreto, cosa fanno a chi si rivolge a loro?

  34. Confermo, da disoccupato, il servizio non è utile, anzi a me è sato detto che non potevano fare una ricerca per trovare una collocazione idonea al mio profilo, in quanto la crisi metteva il servizio in emergenza e non c’era più tempo per fare questo tipo di servizio… ora vengo a sapere che sono in 10000…. solo un serbatoio di voti…

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