Riforma-lavoro? Non la voterei. Tagli di spesa? Questi e altri, per meno tasse a lavoro e impresa

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Ho appena appreso con soddisfazione che domani il senatore Nicola Rossi, presidente dell’Istituto Bruno Leoni, annuncerà motivando in un’intervista al Sole il suo no alla riforma del mercato del lavoro. Per come essa ha preso forma definitiva ieri, io non la voterei. Resta tutto il giro di vite alla flessibilità in entrata, mentre il giudice con la sua piena discrezionalità domina in ogni forma di licenziamento. Il finanziamento al sussidio universale di disoccupazione resta largamente inadeguato a renderlo appunto universale. I contributi salgono, invece di scendere per il lavoro e per l’impresa. In più, sui aggiunge come pessima trovata dell’ultimora la nuova sberla di due euro di tassa aggiuntiva per ogni passeggero aereo, e di dieci punti in più per i proprietari di casa che non affittino a cedolare secca: nuove sberle fiscali per prendere dove si può, uno schifo ve-ro!  Non credo che ne verrà più occupazione, e spero di sbagliarmi perché Dio solo sa se ce ne sarebbe bisogno. I toni di Monti anche stamane mi sembrano sempre più enfaticamente simili a quelli berlusconiani. Questo in sintesi il mio giudizio. Vengo a un altro punto, per rispondere ai molti che mi obiettano quando continuo a ripetere che anche coi tecnici al governo purtroppo a mancare è la svolta vera: meno spese per meno tasse. Facci vedere dove taglieresti tu, caro saputello maicontento! Ma non lo sai che tagliare è pressoché impossibile? Non ci è riuscito nessuno, non riescono a dire dove farlo luminari come Giavazzi e Alesina che pure hanno miglior titolo di te per parlare, e allora come puoi pensare che si possa dar retta a te, eccentrico sparacazzate? Bene, all’obiezione replico con un esercizietto a mero titolo indicativo. Per expertise tecniche serie, sono a disposizione di qualunque governo anche per 48 ore al giorno gratis, pur di dimostrare che è possibile eccome, tagliare molta spesa e abbassare di parecchio la pressione fiscale. Nel budget presentato il 21 marzo dal governo Cameron, la spesa pubblica complessiva passa dal 45,8% del Pil UK 2011 al 40,3% nel 2015, e i dipendenti pubblici diminuiranno non di 480mila unità come previsto ma di 730mila! Sono pazzi loro, o racconta comode frottole a noi, chi dice che in Italia è impossibile? Da circa 30 anni in Italia si effettuano ogni anno manovre di tagli della spesa pubblica. Prima di decine di migliaia di miliardi di lire. Poi di decine di miliardi di euro. Tagli veri? No, finti. Anche i severi tagli ai trasferimenti alle Autonomie non hanno fatto diminuire nel complesso l’andamento accrescitivo della spesa pubblica. Si è trattato sempre di meri contenimenti dell’andamento aggiuntivo della spesa, mai tali da impedire che essa continuasse comunque a crescere. Da decenni, la mistificazione dei finti tagli alimenta polemiche al napalm. Ma la spesa pubblica è passata dai 373 miliardi di euro del 1990 agli oltre 800 miliardi attuali, rimanendo attestata a oltre il 50% del Pil. La pressione fiscale sta aumentando di 7 punti di Pil, dal 38% del 1990 andremo al 45% con le manovre Berlusconi-Monti. Le entrate pubbliche sono passate dal 41,8% del Pil nel 1990 al 47% e oltre. E il debito pubblico è triplicato, da 663 miliardi di euro nel 1990 agli attuali 1.930 miliard.

Dal governo tecnico e di emergenza, era ovvio attendersi non solo la strabenedetta riforma delle pensioni, troppo a lungo rinviata da destra e sinistra e che resta la vera mossa che ci ha evitato il baratro, portandoci al vertice delle classifiche di sostenibilità previdenziale comparata (anche se la figuraccia pazzesca dei 350mila esodati dimenticati poteva e doveva essere evitata, e ora si produrrù un bel buco aggiuntivo ai costi pubblici). Ma occorreva a maggior ragione anche la svolta sui tagli veri alla spesa pubblica, nell’ambito di 6-7 punti di Pil in un orizzonte tri- o quadriennale. Da riversare integralmente in abbattimento della pressione fiscale, che concentrata com’è su lavoro e impresa ammazza la crescita e avvantaggia illegalità e criminalità invece di contrastarle, come predicano gli untuosi statolatri che vanno per la maggiore.

Il governo Monti aveva ed ha due strumenti potenti a disposizione, a questo fine. Ma purtroppo la spending review affidata a Piero Giarda si è persa nelle nebbie. Come la delega fiscale, affidata a Vittorio Grilli e Vieri Ceriani. Due venerdì fa i due fronti hanno litigato in Consiglio dei Ministri, appena Monti è partito per l’Asia, rinfacciandosi di tenersi nascoste l’un l’altro le bozze. Cattivo segnale. Grilli, l’indomani a Cernobbio, ha detto di non attendersi molto dal contenimento della spesa.Pessimo segnale.

Che si debba ancora studiare su dove tagliare, è una balla che la politica racconta da anni. Per non farlo. Non me lo aspettavo, da professori che negano di nutrire ambizioni politiche. Alcuni esempi praticabili, allora. Trascurando volutamente tagli alle Regioni e ai Comuni, che pure sono possibili perché di grasso anche lì ce n’è eccome, ma dopo gli ultimi anni di tagli lineari loro riservati sono oggi ulteriormente praticabili solo aprendo tavoli esasperanti e complessi, e non attraverso mere decisioni “centrali”.

Cominciamo dalle forniture sanitarie, passate da 37 a 77 miliardi di euro nei 5 anni precrisi, oltre il 50% del totale integrale di tutte le forniture delle PA italiane, che superano i 140 miliardi. Decisione secca: fine dell’autonomia degli acquisti per ogni azienda sanitaria e ospedaliera, unica piattaforma Consip per tutti dal prossimo esercizio. Riduzione costi: il 25% in tre anni. Ma non comprendendo gli incrementi tendenziali anno per anno, come fa la Ragioneria Generale dello Stato, bensì budget zero base come in ogni impresa che debba ristrutturare. Si scende da 80 miliardi a 60. Una riduzione di tali proporzioni, vista la frammentazione attuale, opaca e fonte di innumerevoli illeciti, è assolutamente a portata reale. A patto di non ammettere deroghe. Cioè di fronteggiare con dighe altissime di solido cemento  l’onda-tsunami che si scatenerebbe, per il taglio della discrezionalità alla politica e ai suoi manager in ogni azienda sanitaria, nonché la pressione di un bel po’ di imprese che di discrezionalità sanitaria campano.

Secondo capitolo: la massa salariale pubblica, stabilizzata in questi anni grazie al blocco del turnover intorno a 175 miliardi di euro l’anno. Dopo la stabilizzazione, occorre la riduzione. Senza buttare nessuno per strada. Con Cameron, il Regno Unito nell’attuale legislatura passa dall’obiettivo iniziale di 480 mila dipendenti pubblici in meno, a ben 730 mila. Sui 3,8 milioni attuali in Italia, un taglio inferiore a quello britannico, cioè del 15%, comporta in 3 anni un taglio alla spesa di 35 miliardi di euro rispetto ai valori a bilancio 2011. Il risparmio è superiore al valore percentuale dei lavoratori che escono dal perimetro perché i dirigenti pubblici costano molto di più dei loro dipendenti. Dalle Poste ai servizi pubblici locali, ai circa 160 mila dipendenti di società controllate ancora da enti collegati alla PA centrale, la cessione al privato avviene con gare impostate sul lock up pluriennale del più delle piante organiche attuali dei dipendenti: l’esperienza internazionale è piena di esempi.Chi si aggiudica il servizio, è tenuto per alcuni anni a offrirlo innovando in profondità a suo modello il modellom roganizzativo, ma tenendo il 60% degli organici precedenti. Per gli altri non riallocabili in PA, la mobilità è già pevista nel nostro ordinamento. anche se MAI attuata.

Si può ridurre il pubblico impiego alzando la produttività complessiva del Paese e senza gettare nessuno sul lastrico e alla disperazione. Ma la mobilità deve valere anche per i pubblici dipendenti. Da noi è così sulla carta, perché i vertici amministrativi – loro, non solo i politici – sono i primi a difendere l’intoccabilità del pubblico impiego, come sta facendo il signor ministro tecnico Patroni Griffi, arrampicandosi sugli specchi per l’articolo 18. In Spagna hanno stabilito che i dipendenti pubblici non funzionari siano licenziabili, se solo la loro amministrazione è in perdita da più di 9 mesi. Avete presente, che cosa capiterebbe in Italia?

Terzo esempio. I trasferimenti alle imprese. Dei 43 miliardi annuali rendicontati dall’Economia, 15 sono in conto corrente alle aziende pubbliche, Ferrovie, Poste e trasporto locale, il resto va a settori dell’economia privata. Confindustria dice di no, ma stiamo alle cifre dell’Economia, è sui suoi conti che bisogna risparmiare. Ammesso che vogliate tenere quasi tutti i sussidi annuali al pubblico – è sbagliato – i 28 miliardi di trasferimenti alle imprese possono diventare 7 miliardi di credito d’imposta per l’innovazione (cioè 5 volte di più di quanto annualmente riservato dai precedenti e dall’attuale governo) , il resto sparire. Così facendo, 25 miliardi di euro tra meno sussidi a imprese pubbliche e private sparirscono dalla spesa pubblica.

Sommando queste sole prime tre enormi poste, siamo a 80 miliardi in meno di spesa pubblica in tre anni, come ordine di grandezza. Più di 5 punti di Pil.

Andiamo alla liberazione di risorse da riallocare sulle vere priorità,  rispetto all’attuale configurazione del versante fiscale. Sono ricavabili sino a 40 miliardi.

Da una rimodulazione delle due aliquote agevolate IVA, al 4% e al 10%, una prima metà. E in aggiunta, dai circa 180 miliardi di tax expenditures prodotti dalle molteplici di deduzioni e detrazioni e abbattimenti d’imposta vigenti, 20 miliardi possono essere distolti dai beneficiari attuali. Sono pronto a dire a chi, ma qui non la faccio lunga. La somma è di quasi altri 3 punti di Pil.

Tutto – i tagli alla spesa, le traslazioni fiscali – va riconcentrato ad abbattimento delle aliquote su famiglia, lavoro e impresa. Solo in quel quadro, ha senso alzare l’imposizione indiretta: abbassando quella diretta. E abbandondando la via suicidaria che stiamo invece seguendo, che prevede l’aumento contestuale e contemporaneo di imposte dirette mediante addizionali locali, di contributi, imposte indirette e patrimoniali. È una via ultrarecessiva, che sfama lo Stato ma affama l’Italia. Ma l’alternativa è possibile, oltre che necessaria.

È solo una serie di meri esempi, per favore evitate di darvi a stroncature cattedratiche. Ma siamo già a 80 miliardi di euro di meno spese, e a circa 40 di traslazioni di attuale peso fiscale a vantaggio di famiglie e impresa.

No, il problema non è studiare ancora le cifre. È fare, fare, fare. Sapendo che sono in milioni, i beneficiari dell’attuale sistema statolatrico. Ma ancora di più sono le sue vittime. Ed è a queste ultime, che bisogna dare una volta per tutte l’idea che ci si può riuscire, in una svolta vera.

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