Né privatizzatori né tagliatori di spesa. Allora, ristrutturazione straordinaria del debito

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“Il peggio deve ancora  venire”. Così si è espresso lo scorso 22 marzo, parlando dell’eurocrisi, non proprio l’ultimo degli sprovveduti. E’ infati l’opinione di Willem Buiter, chief economist di Citigroup. Ma soprattutto economista, visto che per anni ha servito Bank of England nel suo Monetary Commitee,  e non proprio un banchiere d’assalto, visto che pochi mesi prima di assumere l’incarico in Citi a fine 209 nel suo blog l’aveva descritto come “un conglomerato dedito alle peggiori pratiche lungo l’intero spettro dell’intermediazione finaziaria”. Perché Buiter ha questa opinione, mentre gli spread sono scesi di centiniaia di punti rispetto al picco della crisi, tre mesi fa? Perché stiamo tirando il fiato illudendoci di esser tornati a guardar le stelle, ma in realtà non stiamo traendo la giusta lezione dalla crisi greca.

Penso che Buiter abbia ragione. E aggiungo: la lezione greca dovrebbe valere proprio per i Paesi non tripla A, ad altissimo debito, bassa crescita, altissima spesa pubblica e tasse. In altre parole: de te Ausonia loquitur. Sono due, le considerazioni essenziali di uno scenario che non va considerato pessimista, ma al contrario prettamente realista. La prima è che risulta evidente proprio in queste settimane post controlled default greco, che le tensioni di finanza pubblica degli euromembri restano forti. Non è escluso che Atene non ce la faccia comunque e abbia bisogno di nuovi aiuti. Si è aggiunta la nuova crisi spagnola, troppo lontana dagli obiettivi di rientro dichiarati, e a serio rischio di diventare assai presto a propria volta un Trojka country. Poi il Portogallo. L’Irlanda. Persino l’Olanda, alle prese con tagli assai superiori alle sue attese, se vuole stare negli obiettivi del fiscal compact.

La seconda è quella strettamente collegata al default controllato greco. Non è saltata nessuna banca né alcun hedge fund. Non c’è stato alcun effetto contagio. Anzi, si è diffuso un eccessivo ottimismo malgrado 160 miliardi di haircut ai detentori di titoli pubblici greci, in grazioso cambio di circa 60 miliardi di carta a bassissimo rendimento e a lunghissima scadenza.

Se però questo effetto si è prodotto, tanto varrebbe approfittarne. Degli oltre 500 miliardi di eurotitoli pubblici in scadenza per Paesi non tripla A nei tre trimestri residui del 2012, oltre 300 miliardi è costituita da titoli italiani. Il 50% dei quasi due trilioni di euro di debito pubblico italiano va in scadenza nei prossimi due anni. Ora è vero che negli ultimi tre mesi il rendimento del  Btp decennale è sceso  di 250 punti base sino a sotto la soglia del 5%, prima di risalire ora verso quota 320. E che al Tesoro, la direzione preposta al debito pubblico guidata da Maria Cannata sta esaminando tutte le possibili strategie per tornare ad allungare la duration del nostro debito pubblico senza chiamare i bondholders ad alcuna perdita di valore.

Tuttavia, per l’Italia sarebbe il caso di fare di più. La penso in questo come Georges Ugeux, CEO di Galileo Global Advisors, che ne ha scritto il 25 marzo sull’Huffington Post. L’Italia  potrebbe – meglio: dovrebbe  – pensare a una vera e propria ristrutturazione straordinaria del proprio debito pubblico. Certo, con un haircut assai inferiore al quasi 70% inflitto ai bondholder greci. Ma comunque di una notevole consistenza.

Si comprende al volo che anche solo ventilare la remota ipotesi di una ristrutturazione straordinaria del debito di un Paese sovrano provochi reazioni di immediato e sdegnato rigetto da parte del suo governo. Ne va del prestigio nazionale, inevitabilmente legato alla piena garanzia di solvibilità. Purtuttavia, seguitemi nel ragionamento.

Primo: il governo Monti è quello più adatto a potersi sobbarcare una simile operazione, stante la sua natura tecnica e d’emergenza. So bene che è nato sulla base di un’idea diversa, che bastasse cioè a garantire la piena e ordinaria solvibilità il fare i compiti a casa raccomandatici dall’Europa e da troppi anni smentiti e denegati da una politica inetta e imbelle. Ma nell’emergenza è un governo d’emergenza meglio che politico, a poter trattare le migliori condizioni con mercati e Trojka.

Secondo: il governo Monti sinora si è mosso sulla stessa linea che l’Italia segue da vent’anni a questa parte quando la sua finanza pubblica finisce alle corde e nei guai. Avanzi primari di 5-6 punti di Pil, realizzati per la più gran parte con nuovi aggravi fiscali. Senza nessuna cessione di asset per abbattere più rapidamente e non recessivamente il debito. E senza toccare la spesa corrente che continua inerzialmente a crescere, anche se a un tasso meno rapido dopo le quattro manovre assunte nel 2011 e dopo l’unica vera riforma salvifica – quanto a finanza pubblica – sin qui assunta: quella delle pensioni.

Terzo: la conseguenza è che famiglie e imprese italiane, alla luce del peggioramento del Pil figlio sia dell’eurocrisi sia della quindicennale e pre esistente tendenza italiana alla bassa crescita, continueranno a trovarsi esposti a nuovi gravi fiscali ulteriori, visto che le ipotesi macro assunte a base del salva-Italia nel dicembre scorso non sono più coerenti con l’azzeramento del deficit, a cui siamo comunque tenuti nel 2013.

Quarto e conclusione: almeno, se ristrutturiamo volontariamente e con la debita assistenza internazionale la montagna di debito pubblico in scadenza, ancoriamo a un beneficio certo e quantificabile il salasso a cui stiamo sottoponendo l’Italia legale e produttiva. Altrimenti, lo Stato si piglierà per sé sempre di più ma il debito continuerà a crescere, l’Europa e i mercati a sospettarci e tenerci nel mirino. Chi la pensa come me farebbe diversamente. Cederebbe i 500 miliardi di mattoni di Stato per l’abbattimento del debito in conto patrimoniale. E in conto economico ridurrebbe perimetro e piante organiche pubbliche a ogni livello, aprendo a colpi d’ariete punti e punti di Pil a meno tasse e più crescita. Ma se fare tutto ciò  è davvero così impensabile e impossibile anche a un governo dei tecnici, se è vero come è vero che in consiglio dei ministri  Giarda ha accusato Grilli di tenersi la delega fiscale in tasca e Grilli ha replicato di aspettarsi poco o nulla dalla spending review di Giarda, allora almeno si ristrutturi il debito pubblico. Altrimenti, l’Italia legale sarà sempre più condannata all’anossia.

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