Spending review & mental review

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In un recente post Alberto Mingardi ha svolto una riflessione sulle proposte di legge più pazze dell’anno selezionate da Silvio Boccalatte. Dopo aver commentato le bizzarre richieste di regolamentazione di professioni ed esercizi, Mingardi ha concluso affermando che la deriva pianificatrice della Repubblica italiana rischia di arrivare al punto di compromettere lo stato mentale dei suoi cittadini.

Il tema classico del liberalismo sul rapporto tra Stato e individuo ha per davvero un aspetto psicologico fondamentale.

Il modo di pensare dei singoli soggetti sempre più conformato nelle cosiddette “parti sociali” da un lato, e la pianificazione del legislatore dall’altro, sono diventati insostenibili.

Lo Stato ha effettivamente raggiunto un livello di intromissione pianificatrice e di imposizione fiscale che ormai a perderci non è più sempre e soltanto “l’uomo dimenticato”- il cittadino contribuente medio che non è membro di corporazioni o della burocrazia e che non gode di privilegi pur finanziando quelli dei gruppi particolari meglio organizzati.  A perderci sono anche gli stessi gruppi d’interesse, i quali, abituati a chiedere allo Stato di sussidiarli o proteggerli dalla concorrenza, hanno fatto ingigantire lo Stato al punto che ormai tutti ci perdono dalla sua espansione.

Eppure la mentalità statalista resiste: rimane mentalmente più comodo, seppur economicamente dannoso nel complesso, chiedere aiuto allo Stato piuttosto che farne a meno.

Henry Hazlitt aveva spiegato il rapporto di complicità tra Stato e individuo che porta alla limitazione delle libertà e all’impoverimento del secondo per conto del primo con la teoria della “personalità economica multipla”, secondo la quale il modo di ragionare di una persona e le sue richieste allo Stato variano a seconda della posizione che l’individuo immagina di occupare rispetto a una particolare politica: i cittadini sono, effettivamente, insieme produttori, consumatori e contribuenti e spesso non realizzano che le richieste che avanzano allo Stato su un fronte  si contraddicono con le esigenze che hanno su altri fronti.

Ciascuno pensa che potrà valersi delle varie combinazioni politiche di sussidio o regolamentazione così da guadagnare con la sovvenzione/protezione  più di quanto non debba perdere con l’imposta che serve a finanziarle, ma s’inganna, perché la politica economica dirigista non è a somma zero, ma a somma negativa: a lungo termine ci perdono tutti, perché tale politica contrae la produzione, aumenta il livello di tassazione e, quindi, distrugge ricchezza e blocca la crescita.

Alcuni osservatori della politica fanno notare che se la società è sempre più complessa, risulta altrettanto complicato governarla, tuttavia è pur sempre meglio un ordine complesso ma spontaneo che un ordine imposto dalla pianificazione che introduce ulteriori complicazioni e distorsioni.

Inoltre, è certamente vero che è difficile governare in Italia, dove la mamma Stato dopo averci abituato a organizzare le attività sociali ed economiche deve accontentare tutti i bisogni di protezione (sussidi, dazi, privilegi vari… insomma: continui aumenti di spesa pubblica) e lo fa volentieri ricevendo in cambio il voto affettuoso dei bimbi più bravi (a organizzarsi in lobby).

Ma si può anche vedere, ed è giunto il momento (non perché siamo cresciuti ma proprio perché non cresciamo!), che se è diventato così complicato e difficile governare è perché lo Stato governa troppi affari.

La soluzione è il ritiro della politica, illudersi che il ricambio della classe politica (pur auspicabile) inverta la tendenza statalista, vorrebbe dire riprodurre lo stesso errore di idealismo e irresponsabilità individuale che ha già portato a delegare alla politica così tanto spazio.

Ci si lamenta vittimisticamente dei vizi e dei malaffari dei potenti ma se poi si continua a chiedere altrettanto vittimisticamente il loro intervento per migliorare la propria condizione non si fa che concedergli più potere (arbitrarietà e corruttibilità), rendendosi cittadini sempre meno liberi e sempre più sudditi.

Se è vero che la politica non si ritirerà mai su sua iniziativa perché, come ha detto Mario Giordano, “sarebbe come convincere le zanzare a diventare rappresentanti dell’Autan”, allora il cambiamento dal basso di cui si sente spesso parlare – anche tra chi però ha nei suoi programmi solo Stato, Stato e ancora più Stato – non può che partire dal modo di pensare individuale: non più chiedendosi cosa può o deve fare lo Stato per sé o per il proprio gruppo d’interesse, ma cosa non deve fare lo Stato, perché solo limitando il suo raggio d’azione e contenendo la spesa pubblica si apriranno spazi per la libera intrapresa e la crescita economica.

L’ha detto Mario Draghi: il modello sociale europeo è finito.

E se la politica fa finta di niente, è importante che il messaggio arrivi ai cittadini, che se davvero vogliono migliorare la propria condizione e il proprio futuro non potranno che cambiare modo di pensare: quello statalista-keynesiano ha fatto il suo tempo e i suoi danni.

 

 

 

 

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