Hayek, l’ordine spontaneo, il diritto

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Ho letto Hayek, come molti immagino, da autodidatta. Nei corsi di giurisprudenza, almeno in quelli che ho frequentato io, i suoi scritti non circolavano. Non so, quindi, quanto io possa aver capito del suo pensiero, quanto possa averlo correttamente interpretato. Resta però un insegnamento di fondo, o meglio una sintonia di fondo sull’idea che Hayek aveva di ordine spontaneo, applicato al diritto.Il suo pensiero ha confermato un certo disagio verso la legislazione quale strumento di ordine consensuale, aiutandomi a restare costantemente vigile nei confronti dei processi regolativi autoritativi e allontanando da me il pericolo che corrono tutti i giuristi di credere che la legislazione sia sempre il giusto rimedio per la convivenza sociale, una sorta di moderno deus ex machina in grado di risolvere, calandosi dall’alto, ogni problema.

Non è affatto scontato per chi maneggia quotidianamente il diritto – specie, come nel mio caso, il diritto costituzionale e pubblico –  pensare allo stesso come al punto terminale in cui prevale comunque l’autorità: per quanti sforzi possiamo fare per rendere il diritto dato meno coercitivo e il consenso più effettivo, la teoria della rappresentanza resta comunque, come diceva Hayek, una «superstizione costruttivistica della sovranità».

Non è altresì scontato riflettere che, se una delle funzione del governo è quella di evitare che gli individui si ledano reciprocamente i diritti, è tuttavia necessario premunirsi contro gli abusi dei governi stessi, congegnando un sistema di governo che lasci all’ordine spontaneo l’autoregolazione di molti processi sociali, economici e culturali i quali possono essere meglio regolati capillarmente dalla comunità, piuttosto che univocamente da chi presume di avere tutte le conoscenze necessarie per dirigere il benessere individuale e sociale.

È questa una lezione che resta nel fondo di ogni presa di posizione, dietro ogni riflessione sulle scelte che ogni giorno, dalle più piccole alle più grandi, i governanti fanno per nostro conto e che aiuta, in maniera costante, a diffidare dalla maggior parte degli interventi autoritativi che ci circondano.

Purtroppo, l’hybris del legislatore e del burocrate da cui non riusciamo, come governati, a liberarci è frutto di una cultura giuridica e politica che ha troppo poco presente la lezione di Hayek e che non solo minaccia e comprime quotidianamente la nostra libertà, ma, cosa ancora più grave, indebolisce quel sentimento di responsabilità che è il presupposto necessario per la libertà.

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